In un mondo che corre, esitare può essere un atto di resistenza. Intervista a Massimo Carboni

Per il nuovo appuntamento della rubrica Dialoghi di Estetica, Davide Dal Sasso ha parlato con il filosofo il cui ultimo libro riflette sulla nozione di esitazione come pratica per pensare autenticamente e affrontare in modo più consapevole l’arte e la realtà

Filosofo, Massimo Carboni insegna Estetica presso la Luiss Business School. Si occupa principalmente dei rapporti tra filosofie e arti moderno-contemporanee. Negli Anni Ottanta e Novanta è stato a lungo attivo come critico d’arte, curando numerose mostre personali e collettive presso gallerie private e spazi pubblici. Ha collaborato come curatore e come autore di saggi in catalogo alle edizioni del 1993, del 1997 e del 2011 della Biennale di Venezia. Ha collaborato a lungo con numerosi quotidiani e con la rivista Artforum. Ha pubblicato diversi saggi su riviste specializzate, come Nòema e Images Re-vues. Ha tenuto più volte una lectio al Festivalfilosofia di Modena e al Festivaletteratura di Mantova. Tra i suoi ultimi libri si ricordano: Filosofia dell’ombra (Jaca Book 2025), L’ornamentale. Un percorso filosofico tra arte e decorazione (nuova ed. Jaca Book, 2021), Malevič. L’ultima icona. Arte, filosofia, teologia (Jaca Book, 2019), L’occhio e la pagina. Tra immagine e parola (nuova ed., Jaca Book, 2018), La mosca di Dreyer. L’opera della contingenza nelle arti (nuova ed., Jaca Book 2018), Il genio è senza opera. Filosofie antiche e arti contemporanee (Jaca Book 2017). Ha curato la nuova edizione di alcune tra le opere di Gillo Dorfles, Cesare Brandi, Gilles Deleuze e Félix Guattari, Theodor Adorno. Fa parte del comitato scientifico dell’Edizione Nazionale delle Opere di Cesare Brandi. Questo dialogo si sofferma su alcuni dei principali temi affrontati da Massimo Carboni nel suo ultimo libro, Elogio dell’esitazione. Le forme filosofiche dell’indugio pubblicato da Mimesis nel 2026.

La copertina di "Elogio dell'esitazione" di Massimo Carboni
La copertina di “Elogio dell’esitazione” di Massimo Carboni

Dialogo con Massimo Carboni, filosofo, docente di Estetica e autore

Mentre tutto si trasforma velocemente, dalle risorse tecnologiche alle vite umane, in una società sempre più orientata dalla necessità di decidere spesso con altrettanta rapidità, con il tuo ultimo libro prendi in esame l’esitazione. Perché hai deciso di occupartene?
Risparmiandoci i soliti luoghi comuni sulla “riscoperta” della lentezza, temo che la risposta sarà deludente. Come spesso accade a chi scrive, ho ripreso un motivo che, come Linus con la sua coperta, mi sono portato dietro per anni, addirittura fin dal 1999, dalla prima edizione di Non vedi niente lì? Sentieri tra arti e filosofia del Novecento. Poi riemerso in Di più di tutto. Figure dell’eccesso del 2009 in un contesto di considerazioni etico-politiche. Con questo libro appena uscito, diciamo che il tema si è finalmente conquistato il primo posto. Tuttavia, sì, certo, ho pensato anche alle qualità e alle caratteristiche in controtendenza dell’argomento.

Iniziavo dal rapporto con la velocità, perché il tuo è anche un elogio all’adagio. Infatti, un primo aspetto che metti a fuoco è che l’esperienza dell’esitazione alimenta qualcosa come una sospensione, quella che chiami anche una “intenzione sospesa”.
La filosofia lavora per concetti (e in parte anche per affetti). Ho cercato di raffreddare le nozioni di esitazione e di indugio per trasformarle in concetti, in motivi teoretici, liberandole dagli aspetti psicologici, dai significati negativi in cui vengono bloccate dal senso comune: indecisione, abulico o addirittura tremebondo tergiversare, compiaciuto attardarsi. Nell’etimologia del termine “esitazione” c’è l’exit, che è quanto dire l’uscita da sé stessa: il buon esito di un esame, esitare una pratica, esitabile è la merce che si vende con facilità. Ho cercato quindi di rileggere la pratica dell’indugio come strategia. Questo è secondo me il punto decisivo, che è poi quello da cui parte il mio libro.

Che cosa succede quando si indugia?
L’istante dell’evento sta all’estremità dell’indugiare, del trattenersi-presso. È un paradosso, certo, ma se si evitano i paradossi non si pensa autenticamente. Kierkegaard diceva che il paradosso non è un inciampo, è una categoria del pensiero. Per esempio il tempo, talvolta lunghissimo, in cui il pittore zen medita-indugia prima di produrre con rapidità fulminea quel segno e non un altro, non ha nulla di psicologico. Da qui, nel libro, l’utilizzo del concetto di esitazione-indugio, oltre che sul versante più propriamente filosofico, nella poetologia (con la straordinaria guida di Paul Valéry) e nella letteratura (Kafka, Henry James), nella ricezione delle arti visuali e nella poetica dell’incompibile in Orson Welles.

Seguendo la tua indagine, mi chiedo quale potrebbe essere il ruolo dell’esitazione rispetto alla scrittura, a tutto quel lavorio che può impegnare un essere umano a misurarsi con lo spazio della pagina: sto pensando in particolare alla riflessione di Maurice Blanchot a proposito di quel riverbero di assenza che naturalmente porta con sé la pratica dello scrivere.
Naturalmente la scrittura filosofica o critico-saggistica è impegnata in un’esigenza diversa da quella convenzionalmente finzionale-letteraria. Personalmente, e per restare ad un livello poco più che superficiale rispetto al tema che poni, quello che tu chiami “riverbero di assenza” lo provo rivolto al passato e al futuro. Voglio dire che quando mi capita di rileggere lavori miei mi accorgo di quanto ancora ci sarebbe stato da dire; quando scrivo, ho la precisa, acuta sensazione di non star dicendo tutto ciò che ci sarebbe da dire. Probabilmente è una banalità, ma è così.

Un altro aspetto che sottolinei, e che ritorna più volte nel tuo libro, è il legame tra l’indugio e l’attesa.
Certo, come nello stupendo romanzo breve di Henry James sui cui mi soffermo a lungo nel libro, attesa e indugio in parte possono sovrapporsi. In relazione al momento ricettivo delle arti, indugiare intorno ad esse significa forse anche attendere, attendere l’evento, questa bellissima parola screditata pubblicitariamente: tutto ormai è diventato un “evento”, anche il festival di Sanremo che dura da più di settant’anni. Attendere-indugiare significa anche non aderire all’ossessione tecno-narcisistica del “partecipare” e del “condividere” che ha avuto tanti anni fa momenti molto migliori e soprattutto molto più autentici.

Come può tradursi nel caso dell’esperienza con le opere delle arti?
Guardare la pittura, ad esempio, significa paziente trattenersi di fronte all’abisso del visibile, come davanti ad un lento piano-sequenza di Theo Anghelopoulos o di Jean-Luc Godard, oppure davanti all’immobilità pullulante di micromovimenti nel teatro nō o in quello di Bob Wilson. So benissimo che lo spirito del tempo soffia impetuosamente contrario a tutto ciò; ma tant’è. “Vivi con il tuo secolo, ma non essere la sua creatura”, raccomandava Friedrich Schiller: ecco, qualcosa del genere.

Nel nesso tra indugio e attesa ha origine anche la possibilità di coltivare il senso critico.
Esatto. D’altra parte, l’opera d’arte è sempre un atto di resistenza, e anche la sua ricezione dovrebbe esserlo. Quindi a scanso di possibili fraintendimenti: la figura dell’indugio vorrebbe segnare una prassi, appunto, strategica (perfino politica?), e non può ridursi – o quantomeno io non lo intendo affatto così – al semplice recupero dell’incanto auratico o dell’elitaria, isolata contemplazione dell’opera (attitudini, intendiamoci, che hanno alle loro spalle un’altissima tradizione). Spero risulti chiaro al lettore dalle pagine del libro.

Dalla tua riflessione emerge anche che l’esitazione potrebbe essere pensata quale esito di una nostra ricorrente necessità di completamento. Ossia, insieme a rimanere sospesa un’eventuale articolazione, una scelta o una meta, si palesa ripetutamente anche la mancanza stessa di ciascuna di queste fasi potenzialmente successive all’indugio: dunque, l’esigenza di colmare una lacuna. Che cosa ne pensi?
No, non credo che la pratica dell’indugio come rifiuto della falsa immediatezza implichi o quale scopo o quale risultato l’esigenza di colmare una lacuna. L’opera d’arte, se tale è, deve sostenersi da sola, deve stare in piedi senza stampelle, sospesa sulle soglie del senso: nella poesia questa condizione “sospesa” è del tutto evidente. Per l’opera stare in piedi da sola significa che deve aver bruciato i ponti dietro di sé. Sentimenti, ricordi, turbe esistenziali devono diventare linguaggio, senza lasciare residui incombusti. In questo senso deve essere “finita”.

Rispetto alle arti, tu chiarisci anche che i risultati dell’esitazione non andrebbero cercati nella passività – tipica delle loro ben poco fruttuose concezioni relazionali e interattive – bensì nella possibilità che ha l’opera di essere una prassi che concorre attivamente alle trasformazioni del mondo. L’esperienza delle arti – sia per chi le fa sia per chi le condivide – è allora pensabile come un vasto campo di tentativi e brancolamenti che possono prendere forma attraverso più “mediazioni poetiche” con il mondo?
Lasciamo da parte le considerazioni generali sulla “vita interactiva”. Sul fronte delle arti, l’istinto del gregge, come lo chiamava Nietzsche, perlomeno da più di venti anni si manifesta sotto l’etichetta pubblicitaria dell’estetica relazionale, che (esperienza personale) colonizza frotte di giovani menti studentesche: cioè la collaborazione “creativa” e “democratica” (quanti pericolosi malintesi! e quanti ingenui laudatores!) dello spettatore-non-più-spettatore, man mano ridefinita e scadenzata commercialmente secondo le novità merceologiche del settore. Mi sembra evidente che stiamo assistendo a una sopravalutazione o sovrarappresentazione delle ipertecnologie in campo artistico, intese spesso come una sorta di autolegittimazione ingenuamente fondata sulla imperante retorica neoliberista delle “opzioni” e delle “opportunità”. Appunto: un’opportunità fantastica per i genericamente creativi vittime del totalitarismo mediatico-spettacolare. Occorre invece, a mio parere, far conto su quella che chiamerei “ricettività produttrice”: l’interazione dinamica implicata dalla disponibilità ad accogliere l’opera si trasforma in prassi, in azione che tende a trasformare il mondo e non l’opera.

In che modo pensi possa specificarsi questa “ricettività produttrice”?
La intendo come una sorta di passività attiva, certamente meno “spettacolare”, ma è qui che le arti possono forse tornare ad essere pericolose per il potere, come quando gli artisti (e spesso anche i filosofi) firmavano le loro lettere ai potenti con un “servo umilissimo”, ma intanto minavano con le loro opere e le loro idee le basi del trono e dell’altare. L’esigenza sarebbe allora quella di lasciarsi impregnare, lasciarsi caricare come una pila elettrica dall’energia sprigionata dall’opera per poi utilizzare in uscita questa forza magnetica che l’arte ci ha trasmesso: ma per trasformare liberandola l’esistenza. Questa è la ricaduta politica di un’arte che non deve essere “politica” nei contenuti per esserlo autenticamente. Che cosa dice nel suo muto eloquio il torso arcaico di Apollo della poesia di Rilke a chi lo sta ammirando? “Devi cambiare la tua vita”.

Davide Dal Sasso

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Davide Dal Sasso

Davide Dal Sasso

Davide Dal Sasso è ricercatore (RTD-A) in estetica presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca. Le sue ricerche sono incentrate su quattro soggetti principali: il rapporto tra filosofia estetica e arti contemporanee, l’essenza delle pratiche artistiche, la natura del catalogo…

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