Anna Foglietta debutta alla regia: “Una storia” è bellissimo da guardare, freddo da sentire. La recensione

Dopo l’esordio nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, arriva al cinema dal 24 settembre “Una storia”: individuale, di coppia e collettiva, su ciò che resta dopo la genitorialità, il lavoro, i rituali quotidiani. Un racconto sulla felicità che crediamo di non meritare

Ci sono vite che sembrano non accadere mai. Se non si distoglie lo sguardo, si può rimanere impigliati in una sospensione della realtà chiamata presente, come Erika (Alba Rohrwacher) e Mauro (Guido Caprino), coppia anestetizzata in un algoritmo metafisico fatto di doppie sveglie, ciambelloni e panni da stendere. Una monotonia consolatoria, cementata su gesti minimi e quotidiani, che nasconde le loro crepe sotto una serenità di facciata, pronta a sgretolarsi non appena la figlia Irene (Ksenia Borzak) parte per l’università. Una storia, opera prima, diretta e co-sceneggiata da Anna Foglietta (Roma, 1979), è prodotta da HT Film, Indigo Film, Tenderstories e Blu One Lab con Rai Cinema con la partecipazione di HBO MAX. Tra i produttori, anche Valeria Golino. Un film che racconta il realismo e analfabetismo emotivo di due anime della piccola borghesia di provincia che smettono finalmente di funzionare per iniziare a vivere.

La locandina di "Una storia" di Anna Foglietta
La locandina di “Una storia” di Anna Foglietta

“Una storia” di Anna Foglietta: l’incapacità di sognare

Un racconto sulla felicità che crediamo di non meritare, ma anche sull’incapacità di desiderare. Erika e Mauro sono mappe di una stessa geografia le cui longitudini si scontrano nei “tutto apposto” incastrati tra i denti. Erika non ha solo la sindrome del nido vuoto, non si ricorda più chi era prima di essere una madre e una moglie. Ha tantissimo tempo e non sa cosa farci. Mauro tiene le sue emozioni al guinzaglio, finché la canzone Luna di Togni lo fa crollare durante un karaoke. Una cassiera e un elettricista, lei logorata dalla vacuità esistenziale, lui oppresso da un padre autoritario che dava misura a tutte le cose. Il mondo esterno è un rumore di fondo, un passaggio radio, un servizio in tv, la voce di una compagna di scuola dall’altra parte del nastro scorrevole al supermercato (la stessa Foglietta) che suggerisce il coraggio di tracciare nuove traiettorie di vita.

Profondità emotiva e ricerca estetica nel film “Una storia”

Questa inafferrabile pienezza dell’essere, dalla durata di un anno solare, viene filtrata dal magnetico direttore della fotografia Andrea Benjamin Manenti e dall’operatore alla macchina Alain Parroni, già regista del ben riuscito Una sterminata domenica (2023) (fotografato dallo stesso Manenti). La loro è quella che Manenti definisce una poetica dell’errore: lenti anamorfiche vintage forzate nel perimetro “sbagliato”, un’immagine compressa che relega ai margini, in inquadrature a volte simmetriche, altre sbilanciate. I soggetti sono spesso ripresi di spalle, mediati da un ingombro, un vetro, un oggetto o dalla sedia lasciata vuota dalla figlia. Ma è proprio attraverso l’imperfezione che avviene il risveglio emotivo: mentre Erika e Mauro trovano una centratura interiore, la camera indaga i loro corpi – catturati sempre parzialmente, in una perfetta sineddoche visiva – finché i due conquistano finalmente il centro dell’immagine. Il risultato è però un eccessivo studio estetico, che a tratti offusca i paesaggi emotivi dei personaggi, alterandone la plausibilità, il realismo straniante. Un notevole esercizio di stile che premia lo sguardo ma assopisce il cuore.

La colonna sonora e le colonne portanti di “Una storia”

Una storia comune, come riportato nel titolo internazionale, scandita dall’eterea suite che, dopo pieni silenzi, accarezza i voltapagina del film, firmata da Rodrigo D’Erasmo, violinista degli Afterhours, compositore e polistrumentista. “Ho lavorato su un pianoforte con sordina alla ricerca di un suono ovattato, felpato, intriso di una dolcezza che commuove e smuove”, racconta D’Erasmo. “Attorno ad esso ho costruito una fragile architettura di archi fuggevoli, in continuo movimento, agitazione. Una fuga da ciò che era certezza e non lo è più, verso un futuro che spaventa ma attrae al tempo stesso.” Foglietta sa che non esiste un antidoto per non spegnersi nell’abitudine e per questo indugia sulle domande senza risposta, avvicinando Rohrwacher allo specchio, alla ricerca di corrispondenza tra la sua inquieta interiorità e l’immagine pubblica che ogni giorno, eroicamente, compie questa impresa sovrumana chiamata vita.

Noemi Palmieri

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