Dialoghi di Estetica. Parola a Flavio Favelli

Parola a Flavio Favelli, artista che ha fatto del tema della memoria, personale e collettiva, un caposaldo della propria poetica.

Flavio Favelli. Senso 80. Installation view at Albergo Diurno Venezia, Milano 2014. In collaborazione con FAI e Galleria Francesca Minini, Milano. Photo Dario Lasagni
Flavio Favelli. Senso 80. Installation view at Albergo Diurno Venezia, Milano 2014. In collaborazione con FAI e Galleria Francesca Minini, Milano. Photo Dario Lasagni

Flavio Favelli (Firenze, 1967) dopo la laurea in Storia Orientale all’Università di Bologna, prende parte al Link Project (1995-2001). Ha esposto con progetti personali al MAXXI di Roma, al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, alla Maison Rouge di Parigi e al 176 Projectspace di Londra. Ha partecipato alla mostra Italics a Palazzo Grassi nel 2008 e a due Biennali di Venezia: la 50esima (Clandestini, a cura di Francesco Bonami) e la 55esima (Padiglione Italia a cura di Bartolomeo Pietromarchi). Nel 2008 realizza Sala d’Attesa, ambiente permanente nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna che accoglie la celebrazione di funerali laici. Nel 2015 l’opera Gli Angeli degli Eroi viene scelta dal Quirinale per commemorare i militari caduti nella ricorrenza del 4 novembre. Questo dialogo si sofferma su alcuni aspetti della poetica di Favelli: il lavoro con le immagini e gli oggetti, la ricerca di una armonia formale, il ruolo della memoria, i legami tra storia personale e collettiva, le possibilità dello sguardo offerte dall’arte.

Considerando le tue opere mi sono convinto che con le immagini lavori soprattutto sulla corrispondenza, ossia sulla possibilità di stabilire collegamenti, mentre con gli oggetti ti concentri sulla ricerca del senso. Che cosa ne pensi?
Sì sarebbe così, ma a volte tutto è improvviso. In certi momenti salta tutto, non si sta a mente fredda: entrano in gioco certe suggestioni interne ed esterne. A volte affiorano improvvisamente delle immagini. Molto deriva da una specie di conflitto fra la mia educazione, l’averne consapevolezza e il comprendere questa situazione. Voglio dire che, in fondo, nonostante tutto, non opero solo per l’arte ma per uno scenario più complicato.

Gli oggetti, penso ad alcune combinazioni tra insegne luminose e mobili o agli assemblaggi presentati per il progetto Senso 80, sembrano mostrare che oltre a una necessità espressiva siano anche i limiti e le possibilità a guidare il tuo lavoro.
Per arrivare all’opera provo e riprovo gli assemblaggi e le combinazioni materiali perché cerco di trovare una specie di equilibrio che è sia formale, sia psicologico. La conclusione dell’opera avviene perciò quando riesco a rendere manifesto un accordo fra la forma il contenuto e la mia questione psicologica.

Flavio Favelli, Bologna la Rossa, Corraini Edizioni, 2019
Flavio Favelli, Bologna la Rossa, Corraini Edizioni, 2019

Un tema che ritorna continuamente nelle tue opere e che anima le tue ricerche è quello della memoria.
La intendo come ricordo personale. Solo che essendo vissuto in un periodo – soprattutto gli Anni Settanta e Ottanta – cruciale e originario sia per me sia per la storia del Paese, si confonde con la memoria che non ho come soggetto, perché intesa come necessità di una società. Non credo che la buona arte debba cercare di preservare la memoria, ma semplicemente, senza cercarla, la attiva perché certe questioni del passato sono eterne. Per spingersi ancora più in là: se m’inzacchero nella grande pozza di quello che generalmente si intende per memoria, è perché questa presuppone dei morti e la memoria dei morti, nell’occidente cristiano borghese, non si smacchia. Aggiungo che oggi è un termine che divide, difficile parlarne. Forse è un termine scarico, andrebbe ripensato.

Nel tuo libro Bologna la Rossa il legame tra ricordi personali e collettivi si coglie con nettezza. E con esso risalta anche quello tra esperienza, spazio e memoria.
La mia storia si è casualmente (?) intrecciata ai fatti della città, tanti episodi che hanno segnato il mio quotidiano. Sono arrivato nei primi Anni Settanta a Bologna e ho vissuto accadimenti che hanno lasciato un segno nella storia del Paese. Più questi fatti sono stati gravi (fra terrorismo, incidenti e cronaca nera) più le immagini rimangono. Ricostruisco i miei momenti grazie a questi avvenimenti tragici. Ma forse, sarebbe stato meglio che non ci fosse stato nulla? Da bambini abbiamo letto l’Iliade, la Bibbia, storie di guerre…

Che rapporto c’è tra gli eventi storici, l’opera e la memoria?
Credo nella forza evocativa dell’opera, credo nelle immagini che hanno capacità di chiamare. Intervengo sempre su temi vissuti, con cui ho avuto un rapporto visivo e psicologico, il resto, semmai viene dopo e l’artista è meglio che se ne stia fuori. Faccio un esempio: amo l’immaginario del colonialismo italiano perché l’ho conosciuto attraverso l’ambiguità di mio nonno e attraverso i francobolli. Credo che sia un rapporto fra immagini, sentimenti, concetti e divagazioni poetiche. Dopo, ma solo dopo, viene la storia con le sue ragioni e il punto di vista politico. Ma l’arte, come si dice, è indipendente dall’atto morale (anche se gli artefici dell’Arte Pubblica sembrano non capirlo).

Nel libro questo rapporto è reso possibile dall’accostamento di fotografie e disegni. Le une si intrecciano agli altri favorendo così immaginari che sembrano essere tanto storici quanto narrativi.
Innanzitutto, sono luoghi dove ho vissuto. Sono luoghi personali di una città, Bologna, che era globale prima della globalizzazione. Bologna (pronunciata alla meridionale con l’accento sulla prima o) è stata un’idea, una favola, un piccolo mito, ha incarnato un luogo immaginale per qualche generazione. E con questi episodi epocali, fra i quali Lorusso, il 2 agosto, Ustica, la Uno Bianca, è diventata una specie di centro generativo, un centro simbolico della modernità. Una specie di grande pantheon dove ho parlato della mia nonna materna, bolognese, cattolica e amante del benessere – fondamentale per capire Bologna, l’Italia e una parte d’occidente del mondo.

Flavio Favelli, Here he is!, 2020, acrilico su muro, cm 770x920. Kremer Road, Salt River, Cape Town
Flavio Favelli, Here he is!, 2020, acrilico su muro, cm 770×920. Kremer Road, Salt River, Cape Town

Gli accostamenti visivi che proponi sono caratterizzati anche dalla possibilità di mostrare frammenti e aspetti contestuali legati in qualche modo a un certo evento.
Certo i frammenti, la vita quotidiana che diventa pubblica. Quando vidi una foto su Repubblica del rapimento di Aldo Moro ero un ragazzino. Insieme a quella immagine mi colpì soprattutto la pubblicità che era presente nella stessa pagina, quella del J&B Scotch Whisky. Quando rivedo quella bottiglia (anche oggi è praticamente la stessa di allora) mi viene in mente l’immagine di quell’evento storico.

Questo interesse per i particolari si riconosce anche in altre tue opere: penso, per esempio, a Here He Is che hai realizzato in occasione dell’International Public Art Festival a Cape Town.
Per le opere su un muro pubblico l’attenzione è un po’ diversa. Per quel murale ho dipinto una prima pagina del Sunday Times che forse è la pagina più importante della storia del Sudafrica, ma soprattutto per me è il Sudafrica. Come se un sudafricano avesse dipinto la pagina della Strage del 2 agosto o del rapimento Moro. Si tratta della copertina dell’11 febbraio 1990, quando per la prima volta in un giornale apparve Nelson Mandela dopo ventisette anni di carcere. E c’è anche una pubblicità (delle sigarette Mills) che accompagna ogni evento.

Come spiegheresti la necessità di dare importanza ai dettagli?
Credo si tratti di una questione legata allo smarrimento, al momento non semplice di fronteggiare la notizia che muove troppe questioni psicologiche. Sono momenti difficili e così si cerca una sorta di scorciatoia, di depistaggio per preservare una certa integrità e si svia con qualcosa di colorato: semplice, il prodotto allevia sempre. Facevo così da bambino per tentare di distrarmi dalla famiglia, fa così forse la società per tentare di distrarsi dalla sua realtà.

In questo senso, il tuo è anche un lavoro sulle possibilità dello sguardo. Con alcune tue opere – penso in particolare a Oro Venezia, la serie di 103 cartoline ritrovate che mostrano tutte una traccia dorata che modifica le vedute – sembri affermare che l’arte consente di vedere le cose diversamente dal solito.
Venezia è stata l’ossessione di mia madre e quindi, da figlio unico, con una famiglia a pezzi, l’arte doveva salvare la baracca. Abitavamo a Firenze e quindi si andava dall’altra sorella, a Venezia. Venezia è un miraggio, è un luogo degli dei. Sul vaporetto con mia madre guardavo il sole e il segno luminoso rimaneva per tanto tempo così offuscava San Marco e il Canal Grande…

Davide Dal Sasso

https://flaviofavelli.com/

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AutoreFlavio Favelli
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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).