Il dialogo con l’artista Paola Angelini indaga i temi del legame tra concretezza e visione, le influenze delle memorie personali e della storia della pittura, il ruolo della discontinuità e del dialogo con i maestri.

Paola Angelini si è formata all’Accademia di Belle Arti di Firenze e all’Università IUAV di Venezia. Nel 2014 e nel 2016 ha partecipato ai programmi di residenza d’artista presso Nordic Artists’ Centre Dale (NKD) in Norvegia e Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia e nel 2017 ha ottenuto il Master in Belle Arti presso KASK & Conservatorium, School of Art a Gent. Nel 2011 ha esposto nel Padiglione Norvegese della 54esima Biennale di Venezia, nella mostra intitolata Baton Sinister. Tra le sedi espositive dove ha esposto le sue opere si ricordano: Marsélleria (Milano, 2016); Museo Palazzo Pretorio (Prato, 2017); Spazio K, Galleria Nazionale delle Marche (Urbino, 2017); Brandstrup Galleri (Oslo, 2018); BGE Gallery (Stavanger, 2019). Il dialogo si sofferma su alcuni aspetti della poetica di Angelini: il legame tra concretezza e visione, le influenze delle memorie personali e della storia della pittura, il ruolo della discontinuità e del dialogo con i maestri.

Paola AngeliniL’INTERVISTA A PAOLA ANGELINI

Osservando le tue opere mi sono convinto che la loro riuscita sia dovuta in particolare a ciò che chiamerei ‘concretezza visiva’ poiché sono frutto tanto del tuo lavoro sulla immagine quanto della manipolazione dei colori che usi.
Credo di capire a che cosa ti riferisci. Si tratta del risultato di un contrasto, tra quello che vorrei fare e quello che poi accade lavorando sulla tela. Una fase che per me è essenzialmente un momento di pensiero in cui il mio soggetto o la possibile storia che avevo deciso di coltivare all’inizio si trasformano. Quella mia esigenza di voler dire qualcosa – alla fine, un presupposto egocentrico – deve far i conti con altre necessità che emergono dal lavorio sulla tela. Attraverso di esso inizio a ragionare in tutt’altro modo, mi confronto con lo spazio, con necessità che provengono direttamente dalla tela, dal formato sul quale lavoro – un elemento che per me è molto importante. Prima dell’immagine c’è un lavoro sulla materia. La concretezza di cui parli si presenta proprio con la scelta del formato della tela e attraverso la sua preparazione. Una fase di lavoro lunga in cui stendo sulla tela diversi strati di colla di coniglio e gesso, e poi la metto al sole che asciugando e tendendo la superficie preparata comincia a romperla. Un evento che è considerabile come un errore tecnico mentre invece per me è un esito importante, perché mi permette di ottenere la trama che cerco per produrre i miei segni.

Che cosa succede dopo questa fase?
Prende forma un pensiero nuovo, orientato principalmente dalla composizione. I riferimenti originari sul soggetto o la necessità narrativa vanno lentamente a scemare lasciando il posto alla volontà di lavorare esattamente sulla concretezza. Così l’immagine, che era la prima cosa, diventa secondaria. Tranne nei ritratti, che eseguo raramente, nei quali ho sempre presente una immagine da evocare.

Come lo descriveresti il tuo lavorio sulla tela?
È come se fosse una scrittura: quando hai un quaderno e ti misuri con le pagine a disposizione, con lo spazio per scrivere, cancellare e riscrivere. L’importanza del formato è legata alla possibilità di farlo emergere. La necessità di pensare in relazione alla materia imprevedibile, alla possibilità di voler dire una cosa ma poi esser pronti anche a dirne un’altra, alimenta il mio lavoro. Dipingere per me vuol dire riuscire a seguire direzioni che si presentano anche inaspettatamente.

Paola Angelini, The room of the giants, 2020, tecnica mista su tela, 175 x 200 cm. Photo credits Michele Alberto Sereni
Paola Angelini, The room of the giants, 2020, tecnica mista su tela, 175 x 200 cm. Photo credits Michele Alberto Sereni

IL RUOLO DELL’IMMAGINE NELLA PITTURA DI ANGELINI

Torniamo un momento all’immagine: che cosa intendevi prima?
Che non è solo un punto di partenza ma anche un possibile risultato. Potrei chiamare ‘immagine iniziale’ quella che nasce dalla necessità di uno sguardo sul mondo, di riuscire a trovare una forma per le mie interrogazioni e inquietudini. Le immagini iniziali sono frammenti della mia storia personale che continuano a essere presenti nelle mie opere: ricordi di mio padre o mia madre, di un oggetto di casa o del mio studio che diventano figure. C’è poi anche un’altra necessità: dare spazio alle immagini pittoriche, ai riferimenti dalla storia dell’arte. Questi sono i dipinti che ho osservato e dai quali sono rimasta in qualche modo influenzata: le opere dei maestri che osservo e studio affinché possano far parte anche del senso delle mie opere.

La doppia natura dell’immagine che descrivi permette di riconoscere due diverse fonti del tuo lavoro: le memorie della tua storia personale e di quella della pittura.
È così. Da entrambe provengono ricordi dal passato, di aspetti della luce, dell’uso del colore, di costruzioni delle scene, di presenze di vario tipo. Un aspetto importante è che entrambe le memorie influenzano i miei modi di guardare il mondo che poi avranno forme diverse nei dipinti.

Paola Angelini, Room of wonders, 2021, olio su lino, 127 x 123 cm. Photo credits Michele Alberto SereniPITTURA E COMPOSIZIONE

Oltre alle memorie, la composizione è altrettanto influente per l’elaborazione dei tuoi dipinti.
Considero la composizione come se fosse un modo di pensare. Se una composizione è interessante lo sguardo si muove, indaga la tela, scopre qualcosa nel dipinto. Questo vale sia per una mia opera sia per quelle che osservo. Muovere lo sguardo sulla tela vuol dire anche prendersi un tempo per esplorarla e leggerla. Il tempo è importante per accedere alla profondità dell’opera, ossia per non limitarsi alla superficie dell’immagine e scoprire una trama. Attraverso la composizione lavoro sullo spazio e sulle possibilità di espressione della mia opera.

La composizione ti consente anche di suscitare con le tue opere una reazione di spaesamento. Un esito che ottieni non solo lavorando sui soggetti e gli accostamenti ma soprattutto sulla discontinuità.
Ci sono due possibilità. In parte la discontinuità deriva dalla mia scelta di non dare un ordine alle cose per non offrire un pensiero univoco. In parte essa è palesata attraverso l’accostamento delle mie opere, dal quale hanno origine sia un contrasto tra i diversi contenuti sia un potenziale dialogo tra esse.

Paola Angelini, Io a Roma - Me in Rome, 2020, olio su tela, 265 x 200 cm. Photo credits Michele Alberto SereniL’APERTURA SCENICA DI PAOLA ANGELINI

Credo che la discontinuità sia cruciale per la tua pittura anche perché ti permette di ottenere un altro risultato che provo a chiamare la ‘apertura scenica’. È legata al tuo lavoro sull’immagine e l’aspetto più sorprendente è che non la ottieni solo svuotando ma anche riempiendo la scena.
Sembra incredibile, ma è così. È mettendo gli oggetti che mi si crea lo spazio. Aggiungendo soggetti ed elementi, lo spazio scenico si apre. Il lavoro sull’essenziale, ovvero ottenere un’opera con il minimo degli elementi, naturalmente mi affascina. Ma è un approccio che non mi appartiene completamente. Sono molto più incline a lavorare sull’aggiunta di qualcosa. E aggiungendo si creano delle gerarchie. Si stabilisce l’importanza che hanno alcuni soggetti rispetto ad altri.

Attraverso l’apertura scenica non ti concentri solo sui soggetti ma anche sulla natura stessa del linguaggio pittorico. In un certo senso, quella apertura è anche un segno del tuo continuo interesse per il confronto con la storia dell’arte e con la pittura di altri artisti.
Sì, perché si tratta di riuscire a stabilire un dialogo su più piani. Me ne sono resa conto più volte. Ma lascia che ti faccia qualche esempio. Durante una residenza in Norvegia, mentre ero lontana da tutto e nel completo silenzio, ho elaborato un San Giorgio. Un dipinto che ha mostrato la possibilità di usare un linguaggio anche senza volerlo; quel soggetto infatti è emerso in modo del tutto spontaneo. Così si è reso esplicito il mio dialogo con i maestri. Ci sono modi diversi di stabilire un dialogo. Tant’è vero che qualche anno fa, in un’altra occasione, ho realizzato un’opera lavorando davanti a un dipinto di Tiziano. A emergere è stato anzitutto un lavoro sui segni, su uno scenario molto diverso da quello dell’opera con la quale ero in relazione: era uno scenario che prendeva forma attraverso un dialogo che aveva una sorta di natura ‘indiretta’. Ossia, il mio linguaggio si arricchisce spontaneamente attraverso la relazione con ciò che mi sta intorno. Interiorizzo il linguaggio e da lì ne nasce un altro.

Paola Angelini, Biography of a painting table #2, 2021, tecnica mista su tela, 195 x 155 cm. Photo credits Michele Alberto Sereni
Paola Angelini, Biography of a painting table #2, 2021, tecnica mista su tela, 195 x 155 cm. Photo credits Michele Alberto Sereni

PITTURA E MEMORIA

Sembra che il dialogo ti permetta anche di stabilire il legame tra memorie della tua storia personale e di quella della pittura. Pensi sia possibile?
Sì, assolutamente. Credo che le due memorie possano essere legate in più modi. O perché sono stata colpita da una immagine o perché me la sono andata a cercare avendo la necessità di approfondirla. Ma quel legame non sarebbe possibile senza un dialogo. Ci sono cose che intuisco in un dipinto e le sento in qualche modo affini. Sento che quella cosa che avrei voluto dire, qualcuno l’ha detta meglio di me. Però, se seguissi solo la ragione mi bloccherei. Invece, mettendomi a lavorare su una “pittura di profondità”, sul perché delle cose, riesco a concentrarmi su quel rapporto mettendolo anche in discussione: perché il punto non è tanto una vicinanza di superficie, quanto piuttosto una questione espressiva. Voglio dire, è possibile che si crei un legame perché stiamo parlando la stessa lingua. Si tratta perciò di una vicinanza umana. Allora sento di potermi appropriare di quel linguaggio per servirmene anche io. A quel punto ha inizio il congiungimento tra un’opera e un’altra, o se preferisci tra memorie diverse. Questo è il senso del dialogo.

– Davide Dal Sasso

Dati correlati
AutorePaola Angelini
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).