Dialoghi di Estetica. Parola a Stefano Comensoli e Nicolò Colciago

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Abbiamo incontrato il duo artistico composto da Stefano Comensoli e Nicolò Colciago. Parlando del ruolo della variabilità, la coordinazione con la materia, il conflitto con la forma, l’indagine sullo spazio e sulla concretezza

Gli artisti Stefano Comensoli e Nicolò Colciago lavorano insieme dal 2014 e sono i cofondatori del progetto artistico Spazienne. Realizzano le loro opere usando materiali recuperati da contesti industriali e naturali lasciando che la variabilità possa interferire nel loro lavoro e che eventuali equilibri possano essere raggiunti attraverso la ricerca e la sperimentazione. Tra le loro ultime mostre: Space in Mirror is Closer than it Appears (Mucho Mass!, Torino 2021); Zauber und Paranoia (Super Bien! Berlino 2021); Lì dove nascono le forme del vento (Otto Zoo Gallery, Milano 2020); Multiverso (megazzino, Garbagnate Milanese, 2019); Toccare un dito con il cielo (Spazio 8a, Chiasso 2019).

Nel vostro lavoro ammettete che naturalmente le cose potrebbero anche andare storte, ossia che è sempre necessario avere un piano alternativo.
Nel momento dell’azione, sappiamo come potrebbero andare le cose. Per esempio, quando raccogliamo i materiali che vorremmo utilizzare e incominciamo a tenerli da parte per selezionarli. Ma si tratta di una conquista che dura ben poco, perché immediatamente si presenta la consapevolezza che il fallimento potrebbe entrare in scena da un momento all’altro. In generale, siamo sempre interessati alle possibilità che derivano dalla naturale trasformabilità del lavoro. In tutto questo alleniamo la nostra capacità di fare. Ci adattiamo e procediamo facendo con quello che c’è.

Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, Zauber und Paranoia, 2021, screen printing film collage, site-specific installation at Super bien!. Courtesy the artists. Photo Alice Pedroletti
Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, Zauber und Paranoia, 2021, screen printing film collage, site-specific installation at Super bien!. Courtesy the artists. Photo Alice Pedroletti

Oltre ad accogliere la variabilità, questa apertura verso le trasformazioni del lavoro lascia emergere anche il vostro rapporto con un elemento che è sempre presente e imprescindibile per le vostre opere: la materia.
L’estate scorsa eravamo a Digione per una residenza. Mentre stavamo mettendo insieme una nostra opera ci è stato fatto notare che sembrava quasi stessimo danzando con i materiali. Può risultare incredibile ma è una descrizione azzeccata, perché questo è davvero un po’ quello che succede. È come se fossimo coinvolti in una specie di danza che, alla fine, è un nostro modo di “coordinarci con la materia”.

Come descrivereste questa coordinazione?
Almeno in due modi, anche se poi ci sono numerose sfumature. Da una parte, come accade spesso quando siamo al lavoro con i tubi, la materia “dice la sua”: non è possibile stabilire un punto fermo fino a che non ti senti appagato dal dialogo derivante dal rapporto avuto con il materiale. Dall’altra parte, ci sono tutti quei casi in cui lavoriamo sulla materia in relazione ad altri elementi ai quali torniamo spesso (la ricerca, il viaggio, la fotografia…) benché ancora non si sappia con precisione che cosa succederà.

Stefano Comensoli_Nicolò Colciago. Photo Alice Pedroletti
Stefano Comensoli_Nicolò Colciago. Photo Alice Pedroletti

L’ARTE SECONDO STEFANO COMENSOLI E NICOLÒ COLCIAGO

Sembra che nel primo caso vi confrontiate con i limiti che la materia pone e nel secondo con le possibilità che essa offre.
È così. Anche perché, di solito, un lavoro inizia con idee che potrebbero essere molto pretenziose rispetto alla materia, ammettendo però che essa è in qualche modo “un attore” quanto noi due. Infatti, le nostre idee si chiariscono passo dopo passo lavorando principalmente su ciò che è offerto dalla realtà. Così ci mettiamo in gioco: la materia è configurabile, ma solo fino a un certo punto. Dobbiamo sempre scegliere e ammettere che la strada può cambiare all’improvviso.

Allo stesso tempo, si dichiara anche il vostro rapporto con la forma.
Per noi dare forma alle opere è un gesto libero. Anche nel caso in cui ci fossero alcune idee su come vogliamo l’opera, lavorandoci le demoliamo evitando di costringerla nella forma. Possiamo anche immaginare come potrebbero essere le cose, ma poi tutto cambia. Naturalmente, questo accade anche perché siamo in due. Quella prima ipotesi di forma che si presenta non determina l’opera, sia perché quel che immagina ciascuno di noi è diverso da quel che immagina l’altro sia perché, naturalmente, le cose cambiano ancora lavorando sulla materia.

Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, Madreperla, 2020, traffic delineator, glass globe, iron, 44,5x33x16 cm. Courtesy the artists. Photo Luca Vianello
Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, Madreperla, 2020, traffic delineator, glass globe, iron, 44,5x33x16 cm. Courtesy the artists. Photo Luca Vianello

Ma allora, in che modo procede il vostro lavoro?
Attraverso una specie di ping-pong, che è poi il vero costruttore della forma nonché il suo naturale controllore. Nasce un’idea, la condividiamo. Ne arriva un’altra che potrebbe scansare la precedente. Oppure, una volta proposta viene smontata minuziosamente e nasce tutt’altro. A volte si arriva a una iperbole per poi tornare al punto iniziale. In altri casi le due idee confluiscono perfettamente fino a trovare un equilibrio; in altri casi ancora, non c’è verso di trovare una coincidenza tra i nostri punti di vista. Quando va così, l’idea viene abbandonata o lasciata in sospeso.

Come descrivereste il vostro rapporto con la forma?
Da un punto di vista pratico, abbiamo un approccio giocoso rispetto alla forma. Ci mettiamo alla prova come se l’idea di base fosse di dimenticarsi della funzione di un determinato oggetto, delle caratteristiche principali dei materiali per andare a scovarne altre, o per capire come potrebbero essere combinate anche con elementi del tutto inadeguati. Ci lasciamo guidare dalla materia. E nonostante sia importante per noi, la forma non è mai il nostro primo problema.

Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, Space in Mirror Is Closer Than It Appears (episode 02), 2021. Courtesy the artists
Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, Space in Mirror Is Closer Than It Appears (episode 02), 2021. Courtesy the artists

LE OPERE DI STEFANO COMENSOLI E NICOLÒ COLCIAGO

Insieme a rendere manifesto questo approccio, le vostre opere rivelano che il vostro lavoro è anche influenzato da un continuo conflitto con la forma.
Molto spesso le opere non coincidono con la forma che abbiamo visto a un certo punto del lavoro. Il suo sviluppo si basa piuttosto sulla possibilità stessa di andare avanti seguendo l’azione sulla materia. Ogni punto di arrivo lo possiamo trovare, come dicevamo prima, rilanciandoci la pallina. Una attività di continuo confronto, nella quale – e si tratta di un aspetto per noi davvero importante – le ambizioni finiscono per sgonfiarsi, tutto si ridimensiona. Quel conflitto di cui parli potremmo raccontarlo così: abbiamo visto la montagna dall’alto, poi però siamo ritornati a terra. C’è un po’ sempre questo scontro con le fantasie e le pretese rispetto a come potrà essere l’opera. Certo, possono esserci delle forme, ma il lavoro si nutre di molto altro. Tutto nasce dalla possibilità stessa di riuscire a ottenere una finestra in cui noi agiremo liberamente, lasciando anche che le cose vadano come devono.

Il vostro recente progetto, Space in Mirror Is Closer Than It Appears, mostra esattamente quanto sia influente per voi quest’ultimo presupposto operativo.
Sì, perché sintetizza il nostro modo di lavorare. Le variabili in Space in Mirror Is Closer Than It Appears sono così tante che se le considerassimo in dettaglio potremmo dover ammettere di non sapere come spiegare quel che facciamo. È un’opera basata sulla scelta di fare qualcosa perché ci mette in crisi, ossia perché ci consente di ampliare l’orizzonte della nostra conoscenza scoprendo continuamente limiti e possibilità. L’idea è di andare incontro a essi, di bussare alla porta del possibile. Questo accade però ancor prima che in termini formali, in termini concreti.

Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, Tentativo di superamento del volo (Sigillo_07), 2020, polyethylene tube, gas tube, 280x220x150 cm. Courtesy the artists. Photo Luca Vianello
Stefano Comensoli_Nicolò Colciago, Tentativo di superamento del volo (Sigillo_07), 2020, polyethylene tube, gas tube, 280x220x150 cm. Courtesy the artists. Photo Luca Vianello

Sembra possibile riconoscere uno scarto. Voglio dire, trattandosi di un’opera video, quella concretezza che menzionate risulta apparente poiché vincolata alle immagini.
Abbiamo usato il video nello stesso modo in cui ci serviamo di altri materiali. Ossia, partendo dal presupposto che essi possano registrare qualcosa che non diamo noi: la mutabilità, il tempo. Ma, quello scarto di cui parli è determinato essenzialmente dall’oggetto dell’opera, lo spazio. Il lavoro nei diversi contesti ci ha insegnato che lo spazio può diventare la sede di opere in continua trasformazione e che in esso è davvero importante scegliere bene come muoversi. L’incontro con i materiali e i percorsi che facciamo sono infatti decisivi per l’avanzamento del lavoro.

Attraverso il video sembra riusciate anche a lavorare su qualcosa che vorrei provare a chiamare ‘compresenza’: ossia, tanto su quello che accade effettivamente nello spazio quanto su ciò che poi sarà visibile nel video. Quello che c’è nello spazio è presente per un tempo che è definito da ciò che accadrà lì dove avete fatto l’opera. Tuttavia, nel video le cose vanno altrimenti.
Diversamente da altre nostre opere nelle quali la decontestualizzazione è decisiva, in Space in Mirror Is Closer Than It Appears sono fondamentali l’esperienza che facciamo e i flussi operativi in cui siamo stati coinvolti. Ossia, l’insieme di attività che abbiamo avviato e che hanno poi preso direzioni diverse. Forse, la compresenza potrebbe essere spiegata anche in termini di energia. Per noi, in quest’opera, è stato importantissimo essere ancora più energici e in ascolto per spostare le cose e andare avanti con il lavoro. Si spostano energie ed elementi nello spazio che poi rimangono lì. Sono elementi che già c’erano prima e, per così dire, si conoscono già tra di loro anche se non sono mai entrati in stretto contatto. Ma tutto può iniziare a “parlare” secondo una stessa lunghezza d’onda, anche senza uno spazio terzo che permetta di avere uno sfondo, un contesto, un contenitore. Perché, alla fine, ciò che ci interessa è soprattutto assaporare quel che c’è. E, forse, questo avviene in modi diversi in entrambi gli spazi.

– Davide Dal Sasso

www.spazienne.it

 

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AutoriStefano Comensoli, Nicolò Colciago
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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).