Che cosa succede alla pittura quando gli artisti vivono insieme per due settimane? (Qualche risposta dal Salento) 

Con otto anni di attività il Simposio di pittura, presso la Fondazione Lac o Le Mon, è diventato un punto di riferimento per pittori italiani e internazionali, che per qualche settimana si costituiscono come gruppo situazionale, riunendosi in Salento. Ecco cosa è emerso, attraverso le voci degli artisti partecipanti

Esiste una comunità artistica che periodicamente si ritrova a San Cesario di Lecce, nell’agro della Fondazione Lac o le Mon e che oramai, da otto anni, abita un’architettura senza tempo portando con sé tanta pittura, quotidiano e desiderio di condivisione. Una comunità che sceglie di raccontarsi, sperimentare e costruire relazioni.

Il Simposio di Pittura della Fondazione Lac o Le Mon fondato e curato da Luigi Antonio Presicce, con la collaborazione, nelle edizioni più recenti, di Matteo Coluccia
Il Simposio di Pittura della Fondazione Lac o Le Mon fondato e curato da Luigi Antonio Presicce, con la collaborazione, nelle edizioni più recenti, di Matteo Coluccia

Il Simposio di Pittura fondato da Luigi Presicce

Anche nel 2026 dal 17 al 31 luglio si è svolta l’ultima edizione del Simposio di pittura, fondato e curato da Luigi Antonio Presicce, con la collaborazione, nelle edizioni più recenti, di Matteo Coluccia. Negli anni questo momento di riflessione ha accolto numerosi artisti provenienti da tutta Italia, accomunati dall’uso della pittura come principale strumento di ricerca e di espressione, e dal desiderio di costruire uno scambio vivo attorno alle pratiche che la animano.

La recente sessione, guidata insieme al guest curator Lorenzo Emanuele Metzler, ha ospitato un gruppo eterogeneo di artisti tra italiani, svizzeri e americani, quali Mattia Barbieri, Viola Diamente Barbieri Mazzone, Thomas Berra, Keith Boadwee, Gerardo Brentari, Anna Capolupo, Valeria Carrieri, Jared Deery, Leonardo Devito, Maya Hottarek, Staver Klitgaard, Francesco Lauretta, Lisa Lurati, Monica Mazzone, Jimmy Milani, Momo, Roberto Montani, Jacopo Pischedda, Chris Rocchegiani, Jason Rohr, Dorotea Tocco, Una, Michael Wetzel e Andreas Zampella.

Perché un Simposio di pittura in Salento

Questa idea di famiglia situazionale, intermittente ma sorprendentemente tenace può evocare, per certi aspetti, l’esperienza di Monte Verità, ad Ascona, nel Canton Ticino, che nei primi decenni del Novecento divenne un luogo di incontro e sperimentazione per artisti, pensatori e ricercatori provenienti da contesti differenti. A San Cesario nelle sale dello storico palazzo (dei primi anni del XX Secolo), per i residenti le giornate si articolano tra letture, revisioni di portfolio che diventano momenti di ascolto, tempi individuali e collettivi dedicati alla pittura, alla concentrazione e alla cura dei gesti quotidiani. Abbiamo chiesto agli artisti di raccontarci cosa è emerso.

Il Simposio di Pittura della Fondazione Lac o Le Mon fondato e curato da Luigi Antonio Presicce, con la collaborazione, nelle edizioni più recenti, di Matteo Coluccia
Il Simposio di Pittura della Fondazione Lac o Le Mon fondato e curato da Luigi Antonio Presicce, con la collaborazione, nelle edizioni più recenti, di Matteo Coluccia

Le voci degli artisti partecipanti al Simposio di pittura

Staver Klitgaard, (New York City, 1992)

La mia pratica pittorica attuale è semplicemente azione diretta usando tutto il corpo. Quando dipingo mi immergo, muovendomi freneticamente, dipingendo e ridipingendo continuamente. Avrò realizzato molteplici disegni diversi e scoprirò quale è il più eccitante da trasformare in pittura. Per quanto riguarda le immagini che mi influenzano, guardo immagini e riferimenti dalla storia dell’arte e dalla cultura pop. In particolare esploro l’idea di mitologia contemporanea infusa di cultura pop; la uso per parlare del caos delle relazioni mentre sembra che il mondo stia finendo. Dopo questa avventura mi sono anche riavvicinato alla mitologia romana e all’Inferno di Dante, esplorando immagini basate su ciò che vedevo in Italia. Anche se principalmente dipingo, al simposio ho usato una macchinetta per tatuaggi su quadrati di gomma per fare disegni frenetici.
Penso che quando sei circondato da pittori intelligenti ed entusiasmanti non puoi fare a meno di essere influenzato da tutto ciò che fanno! Credo ci sia stato qualcosa di davvero meraviglioso nel rendermi conto che i pittori, indipendentemente dalla loro posizione nel mondo, si occupano degli stessi temi, argomenti e immagini. Questo mi ha aiutato a capire quanto sia piccolo l’universo e quanto il linguaggio della pittura sia globalmente lo stesso. Mi ha anche semplicemente reso più coinvolto nel creare e sviluppare nuove idee.
Il modo in cui compongo le opere è stato assolutamente influenzato da come altri artisti lì avrebbero affrontato una composizione! Ci sono anche state alcune conversazioni che ho avuto con altri al simposio che mi hanno aperto a modi nuovi e a cose che non avevo mai ritenuto possibili! Non ero mai stato in Italia prima di questo, quindi la luce, le pitture e le opere d’arte che abbiamo visto, persino il paesaggio, hanno influenzato molto la mia pittura da quando sono tornato!

Lorenzo Emanuele Metzler, (Zurigo, 1992)

Mi interessa costruire situazioni nelle quali non ci si limiti a mettere in ordine opere e significati già esistenti, ma possa entrare realmente nel processo di ricerca dell’artista. Per questo il mio approccio è spesso narrativo: parto dalle persone, dalle loro storie, dai materiali, dai luoghi e dalle connessioni che possono generarsi tra elementi apparentemente lontani. Un altro elemento centrale è il rapporto con la materia. Forse l’influenza più importante sulla mia pratica che mi ha lasciato mio padre (Kurt Laurenz Metzler 1941-2024) primo artista in Europa a lavorare con la vetroresina. In questo senso, la curatela non è soltanto una costruzione intellettuale: è anche un processo fisico, fatto di spostamenti, materiali, spazi, gesti e incontri.
La mostra Remember Joseph Beuys nasce da un rapporto molto lungo con la figura di Beuys e, soprattutto, dall’esperienza dell’Archivio Storico De Domizio Durini. È con loro che Beuys crea il progetto Difesa della Natura nel 1972. Mi interessava piuttosto interrogare la presenza di Beuys oggi: che cosa significa ricordare Beuys, e soprattutto che cosa significa continuare a considerare attuale il suo pensiero, interrogare il concetto di collaborazione. Abbiamo scelto di indagare l’artista come soggetto capace di agire nella società, trasformando il proprio ruolo e mettendo in discussione i confini tradizionali dell’arte.

La mostra a Siena mette in dialogo fotografie storiche, gigantografie, opere, documenti e materiali audiovisivi provenienti esclusivamente dall’Archivio De Domizio Durini, costruendo una costellazione di presenze, collaborazioni, racconti. Una narrazione. Per quel che riguarda questa esperienza, mi resta innanzitutto la convinzione che esistano luoghi capaci non soltanto di produrre opere, ma di produrre incontri e, più raramente, trasformazioni. Il Simposio di Pittura della Fondazione Lac o Le Mon appartiene, per me, a questa terza categoria. Ciò che mi ha colpito maggiormente è il modo in cui il tempo condiviso modifica la percezione del lavoro degli artisti. Le conversazioni, le cene, le ore trascorse negli studi degli altri, le discussioni apparentemente marginali, perfino i silenzi, diventano parte del processo creativo. L’opera inizia molto prima del gesto sulla tela o sul foglio. Tornandoci, ho capito che non si trattava di un episodio isolato. Alcuni artisti erano tornati e potevo vedere come qualcosa che era iniziato lì avesse continuato a lavorare nelle loro ricerche anche a distanza di tempo. Questa è forse l’intuizione curatoriale più importante che mi porto via: il tempo non è semplicemente il contenitore della produzione artistica, ma può essere uno dei suoi materiali.

Jared Deery (Filadelfia, 1980)

La mia attuale pratica pittorica è molto organica. Credo che la velocità e il valore del tempo presenti nella creazione e nella visione di un’opera d’arte possano avere un impatto significativo. Trascorro molto tempo a esplorare le immagini ricreandole e lavorandoci ripetutamente, nel tentativo di rallentarne la velocità di produzione e di dedicare più tempo all’esplorazione dei loro significati più profondi. Lavoro molto con immagini della natura e dei suoi poteri nascosti. Quindi trovo importante cercare di incanalare questo potente processo in me stesso e nella creazione dell’opera. Alcune cose sono spontanee, altre si sviluppano molto lentamente. Spesso l’aspetto più importante del processo è osservare e rimanere presenti per comprendere e lasciare che l’opera ti indichi la direzione da seguire.
Gli scambi e le dinamiche collaborative del simposio sono davvero unici. Non solo è speciale trascorrere del tempo con un gruppo di artisti così eterogeneo ed eclettico, ma nel corso delle interazioni quotidiane, i concetti di creazione e di fare arte in generale iniziano ad assumere un significato più ampio. Spesso, ai confini di queste conversazioni, può essere difficile capire quando si sta parlando di arte, di vita o di entrambe. La fusione di queste idee è davvero speciale quando avviene in questa casa magica in Puglia, apparentemente fuori dal tempo. Questi momenti condivisi con molti degli altri residenti rimangono con me non solo come ricordi, ma come un modo attivo di essere. Quando si esce dalla routine quotidiana, si impara che ogni artista porta con sé un peso e un modo di essere. Come se ogni interazione potesse essere un modello in grado di insegnarti qualcosa su te stesso in futuro.

Ciò che più mi rimane, in questa raccolta di esperienze, è la lezione che, tra tutti gli artisti che ti circondano, anche quando vengono strappati dai loro mondi protetti e lasciati esposti, il potere della natura e del luogo può essere più profondo. Ma nella nostra natura, come esseri umani, creiamo collettivamente la nostra esperienza in sintonia con quel luogo specifico in quel momento specifico. Mentre le carriere e le grandi opere d’arte vanno e vengono di moda, il luogo può essere così potente e al di fuori del tempo. Eppure, la casa nel simposio agisce come un personaggio non riconosciuto in un’opera teatrale o in un film brechtiano in cui tutti noi recitiamo.

Jimmy Milani (Savigliano, 1995)

Credo che la pittura rimanga ancora il punto da cui parto, anche quando poi il lavoro finisce per diventare qualcos’altro. Negli ultimi anni mi interessa sempre meno pensare al quadro soltanto come a una superficie sulla quale dipingere qualche immagine con una certa tecnica con una certa pennellata. Mi interessa tutto quello che gli succede intorno: la struttura che lo sostiene, il bordo, la cornice, l’ombra, la parete, la luce, lo spazio che occupa e quello che lascia vuoto. Di solito parto da immagini, segni o intuizioni molto diverse tra loro e provo a costruire una specie di equilibrio. Credo che molti lavori nascano proprio lì, in quel momento in cui una struttura apparentemente ordinata comincia a perdere un po’ il controllo. Ultimamente mi interessa sempre di più capire quanto posso allargare questo perimetro, portando alcuni elementi fuori dalla tela e facendo sì che questo pensiero pittorico, questo oggetto, questa luce e questo spazio inizino a convivere nello stesso lavoro. Non so se sia propriamente una direzione verso l’installazione non mi faccio più trasportare da queste differenze, cerco semplicemente di proiettare le mie idee, la mia visione; mi piace pensare che non sto cercando di capire fino a dove può arrivare un quadro prima di smettere di esserlo, io sto solo facendo quello che voglio, quello che sento.

Il Simposio per me è sempre stato un momento bellissimo nella sua particolarità, proprio perché il confronto non avviene soltanto davanti ai lavori. Si vive insieme, si mangia insieme, si parla, ci si distrae, si guarda qualcuno dipingere, si interrompe quello che si sta facendo e poi magari ci si torna ore dopo con un pensiero completamente diverso, magari non si fa proprio nulla, c’è libertà, c’è verità. Non credo che il lavoro degli altri mi influenzi nel senso di farmi tornare a casa con una nuova forma o un nuovo modo di operare. È qualcosa di meno evidente ma probabilmente più profondo. Vedere così da vicino il rapporto che ogni artista ha con il proprio lavoro inevitabilmente ti costringe a rimettere in discussione il tuo. Ci sono conversazioni che sembrano non avere niente a che fare con la pittura e che magari due mesi dopo ritornano mentre sei in studio. Oppure semplicemente vedere qualcuno prendere una decisione completamente opposta a quella che avresti preso tu ti fa capire meglio perché tu continui a scegliere in un altro modo. Credo sia questa la cosa più interessante: non cercare una lingua comune, ma mettere linguaggi molto diversi abbastanza vicini da permettere che qualcosa passi comunque da uno all’altro.

Valeria Carrieri (Roma, 1987)

La mia pratica attuale si muove tra pittura (come punto di partenza) e linguaggi plastici più legati alla scultura e all’installazione: cartapesta, ceramica, disegni e dipinti murali site-specific, ricami, testi fanno parte di un racconto frammentario e non del tutto coerente con rimandi ai miti classici (soprattutto di metamorfosi e metamorfosi “amorose”) e al vissuto autobiografico.

Gli scambi con artiste e artisti mi hanno dato sia dubbi, che comunque sono fondamentali, tramite il confronto con pratiche anche più solide e strutturate o comunque diverse dalla mia, ma anche coraggio e sostegno nel riconoscimento che si verifica quando ci sono affinità di poetica o anche solo di gusto e di sguardo. E anche nel condividere gioie e dolori molto specifici che a volte danno il senso di un’intelligenza collettiva e di far parte, anche se in modo effimero, di una piccola comunità di pittrici e pittori che si dissolve e si ricrea in maniera un po’ diversa nel corso del tempo ma in qualche modo comunque resiste.

Tantissimi gesti, anche quotidiani, di cura, per esempio in cucina e molte intuizioni e conversazioni preziose, da quelle esistenziali, più spesso, a quelle estetiche, più rare. Ma soprattutto l’idea che il fare pittura che è naturalmente anche un fatto isolato e silenziosissimo, al contempo si nutre inevitabilmente e in gran parte dello sguardo e delle interazioni di cui decidiamo di tener conto, di spettatori eletti che sono le amiche e gli amici pittori. Il fatto cioè che io dipinga spesso “pensando agli altri” e che dipingere abbia nonostante tutto un senso oggi, non soltanto per me.

Leonardo Devito (Firenze,1997)

Direi che, in linea di massima, sono ancora legato al solito immaginario, che si muove tra reale e onirico, immagini appartenenti al mio presente che rielaboro con significati altri attraverso elementi irreali o fantastici. Ultimamente mi sento più legato a un certo tipo di riferimento fotografico che prima non utilizzavo così spesso. Ho iniziato a fare più fotografia e a costruirmi da solo le immagini da cui partire, e oggi mi sembra che questo sia diventato qualcosa di importante anche per la pittura.
Gli scambi con gli altri sono importantissimi. Penso che la cosa più fondamentale sia vedere i quadri in corso d’opera insieme. Spesso il consiglio o un suggerimento di un amico non necessariamente pittore riesce a mostrarti l’immagine sotto un altro aspetto, o a farti valutare soluzioni e tentativi a cui non avevi pensato. Poi è bello parlare di pittura con gli amici, confrontarsi sempre. Penso che il bello del Simposio sia anche questo.

Ti direi che, più che nella pratica, quello che mi rimane dopo questa esperienza è la possibilità concreta di poter creare in una sorta di bolla, completamente esterna alle solite dinamiche del mondo dell’arte. Un’occasione per stare insieme, in amicizia prima di tutto, e in secondo luogo un’occasione di scambio e condivisione.

Giuseppe Arnesano

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Giuseppe Arnesano

Giuseppe Arnesano

Storico dell'arte e curatore indipendente. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali all'Università del Salento e in Storia dell'Arte Moderna presso l'Università La Sapienza di Roma. Ha conseguito un master universitario di I livello alla LUISS Master of Art di Roma.…

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