Dialoghi di estetica. Parola a Emanuele Arielli

Prende le mosse da Wittgenstein il dialogo fra Davide Dal Sasso ed Emanuele Arielli, professore associato di Estetica allo IUAV di Venezia.

Emanuele Arielli
Emanuele Arielli

Emanuele Arielli è professore associato di Estetica presso l’Università IUAV di Venezia. Dal 2011 è Permanent Research Fellow presso l’Innovationszentrum Wissensforschung dell’Università Tecnica di Berlino. È membro dell’International Association of Empirical Aesthetics – IAEA e del comitato direttivo della Rivista Aisthesis. Con i suoi studi svolge attività di ricerca tra filosofia e scienze cognitive. Tra i suoi libri: Idee virali. Perché i pensieri si diffondono (con Paolo Bottazzini, il Mulino 2018), The Aesthetics and Multimodality of Style (2017, con Martin Siefkes, Peter Lang), Farsi piacere. La costruzione del gusto (Cortina, 2016), La mente estetica. Introduzione alla psicologia dell’arte (Mimesis, 2012), Wittgenstein e l’arte. L’estetica come problema epistemologico (Mimesis, 2012), Pensiero e progettazione. La psicologia cognitiva applicata al design e all’architettura (Mondadori, 2003).
Il dialogo affronta alcuni aspetti del pensiero estetico di Wittgenstein, il tema dell’espressione, i rapporti tra estetica e scienze cognitive, il ruolo delle nuove tecnologie nella creatività e nell’apprezzamento estetico, la costruzione del gusto.

Nel tuo studio sulla filosofia di Wittgenstein hai mostrato che la sua riflessione sulle questioni estetiche è caratterizzata da una significativa continuità e dal ruolo dell’espressione in essa. Perché quest’ultima è così importante?
Nella cosiddetta prima fase del pensiero di Wittgenstein la nozione di “espressione” (Ausdruck) è usata sia in senso logico nel Tractatus, sia nel suo significato comune, come quando nei Quaderni scrive “L’arte è un’espressione. L’opera d’arte buona è l’espressione compiuta”. Sembrano due usi distanti del termine, ma entrambi si riferiscono alla connessione profonda tra forma e contenuto, come una melodia e il suo spartito che condividono una medesima struttura. Questa idea resta costante in tutto il suo pensiero, anche quando il filosofo sviluppa le sue riflessioni sul linguaggio come fondato su pratiche umane, che egli chiama “forme di vita”. Per fare un esempio, un volto, una frase, un’opera d’arte o una melodia possono definirsi come “tristi” grazie a specifiche abitudini percettive, visioni del mondo, codici culturali che permettono di esprimere quello stato affettivo in quel determinato modo. A tal proposito, le asserzioni della filosofia hanno la funzione di presentare con chiarezza tali pratiche e i “giochi linguistici” sottostanti. Come già Stanley Cavell notava, Wittgenstein vede in ciò un’analogia tra arte e filosofia. Entrambe mirano a creare “rappresentazioni perspicue” ed efficaci della realtà. Anche l’opera d’arte, in quanto “espressione compiuta” è ciò che “ci costringe, per così dire, alla prospettiva giusta” (Wittgenstein, Pensieri Diversi), essa cioè è uno strumento di conoscenza che investiga e rende esplicita la grammatica delle nostre forme di vita.

Emanuele Arielli, Wittgenstein e l'arte (Mimesis, Milano 2012)
Emanuele Arielli, Wittgenstein e l’arte (Mimesis, Milano 2012)

La riflessione estetica che si configura a partire proprio dal tema della espressione non apre solo all’epistemologia ma anche a diverse questioni di carattere psicologico. Quali sono le più significative offerte dalla filosofia di Wittgenstein?
Secondo Wittgenstein fenomeni privati come sensazioni, stati mentali o emozioni sono manifestazioni di pratiche aperte e intersoggettive, e vanno interpretate in senso anti-dualistico: noi non inferiamo uno stato emotivo dai tratti di un volto o da una sequenza di note come se fossero entità separate; piuttosto vediamo l’emozione nel volto o la udiamo nella melodia. Non si tratta di manifestazioni esteriori prive di accesso agli stati interiori ‒ un’idea che presupporrebbe ancora una separazione interno/esterno ‒, ma del fatto che il nostro modo di concepire gli stessi stati interni è il prodotto di una costruzione essenzialmente espressiva, pratica e linguistica. Nel caso specifico della psicologia e delle scienze cognitive, questo pensiero risuona in tutti quegli approcci che pongono l’enfasi sul primato delle pratiche socio-culturali, dell’azione e delle relazioni intersoggettive nella costruzione della nostra esperienza.

Diversi studi nell’estetica contemporanea sono sviluppati considerando sia la riflessione filosofica sia le ricerche condotte nell’ambito delle scienze psicologiche. Che cosa pensi della possibilità di combinare risorse teoriche provenienti da questi ambiti?
Fin dalle origini la psicologia si è interessata all’estetica. Tuttavia psicologia ed estetica filosofica si sono raramente incontrate, a causa della loro diversità di metodi, ma anche di temi e interessi. L’estetica psicologica e la moderna neuroestetica studiano per lo più i fenomeni basilari delle risposte mentali e affettive di fronte a stimoli percettivi generici, in particolare le reazioni di apprezzamento e di piacere. Si tratta di approcci idonei ad ambiti come il design e il marketing, meno rilevanti per le pratiche artistiche e tantomeno per il discorso teorico sulle arti. Ciò non significa che un contatto non sia possibile, anzi è quello che mi pare stia accadendo: le distinzioni di scuola e di approcci vengono meno e si è più aperti a integrare prospettive disciplinari differenti. L’esperienza estetica e l’arte coinvolgono fattori complessi di natura culturale, sociale, tecnologica, biologica; pertanto anything goes: psicologia, sociologia, antropologia, scienze economiche e naturali (si vedano gli interessanti sviluppi dell’estetica evoluzionistica) possono offrire contributi rilevanti, così come lo studio dell’impatto delle nuove tecnologie.

Emanuele Arielli, La mente estetica (Mimesis, Milano 2012)
Emanuele Arielli, La mente estetica (Mimesis, Milano 2012)

Algoritmi e tecnologie digitali hanno a questo proposito una influenza sempre più determinante sulle nostre menti; quale portata ha tutto ciò su creatività, processi culturali e fruizione estetica?
Nel parlare, insieme a Wittgenstein, di pratiche socio-culturali e di forme di vita che ci definiscono, non possiamo ignorare il ruolo dei dispositivi, soprattutto all’aumento della loro complessità. Oggi una parte consistente della nostra interazione con l’arte e i prodotti culturali avviene attraverso i media digitali, le nostre preferenze e scelte sono sistematicamente monitorate e analizzate da algoritmi, i quali a loro volta selezionano i contenuti a cui siamo esposti. C’è dunque una complessa interrelazione tra le nostre scelte estetiche, la loro diffusione digitale, nonché la stessa produzione di contenuti e la dinamica dei processi creativi. Non solo chi consuma e fruisce di prodotti culturali è infatti influenzato da questi processi (interessanti sono gli studi su come gusti musicali e preferenze verso determinate strutture narrative abbiano subito l’influenza del digitale), ma anche chi crea e produce non ne è esente. L’artista non è isolato dal resto del mondo, egli è esposto come gli altri a stimoli e contenuti in parte “curati” dagli algoritmi. Il loro funzionamento quindi è centrale nell’indagare le dinamiche culturali contemporanee, i processi di generazione di idee, la loro diffusione e il loro successo culturale.

Le idee possono anche essere contagiose, principalmente in due modi: o perché sono virali o perché sono penetranti. Nel primo caso si diffondono con estrema velocità, nel secondo hanno un considerevole impatto su di noi. Pensi che questa riflessione potrebbe essere valida anche per l’esperienza delle arti e per il nostro apprezzamento delle opere?
La metafora del contagio è oggi popolare proprio perché le dinamiche culturali sembrano più che mai dipendenti dalle reti digitali, in cui conta la capacità di catturare la nostra attenzione e di mantenere il nostro interesse, in un contesto dove l’attenzione è una risorsa scarsa e contesa. Un’idea è virale se si diffonde in modo rapido ma effimero, grazie a una sua attrattiva facile e d’impatto (come un artista che fa scandalo e fa parlare di sé: una strategia, in fondo, tipica di molte avanguardie), mentre il fenomeno opposto vede idee che si diffondono lentamente in virtù del loro essere rilevanti e profonde. Strategie di “marketing” culturale, di uso abile delle reti di comunicazione, di provocazione deliberata sono sempre stati fattori significativi del successo culturale di un’opera. La distinzione virale/penetrante non va letta però come opposizione tra arte di consumo (popolare, superficiale, propria di una fruizione distratta) e arte culturalmente elevata (profonda, intellettuale, “auratica”). Si tratta piuttosto di categorie descrittive con cui studiare i fenomeni di diffusione culturale, inclusa l’arte: esistono diversi modi di apprezzarla, ognuno con le proprie peculiarità e dinamiche.

A proposito di apprezzamento, nel tuo studio sulla costruzione del gusto, scrivi che per farsi piacere qualcosa sono necessarie finzione e autoinganno. Entrambi sono parametri decisivi anche nel caso dell’esperienza delle arti?
Costruire un gusto o coltivare un apprezzamento ci richiama alle osservazioni pragmatiche di Aristotele (nell’Etica nicomachea) sull’acquisizione di una virtù: si diventa temperati compiendo azioni temperate, giusti compiendo azioni giuste. Vale a dire, prima ancora di possedere una virtù, occorre fare come se la si possedesse, pur non avendola ancora e anticipandola con il comportamento. È in questo senso che dovremmo intendere “finzione e autoinganno”, essi sono modi per uscire da se stessi per diventare altro da sé. Analogamente una persona può cercare di coltivare l’apprezzamento per forme artistiche che gli sono ancora estranee adottando lo stesso principio. Per gli artisti d’avanguardia questa sottile alienazione da sé è anche una strategia creativa, come quando Marcel Duchamp diceva: “Costringo me stesso a contraddirmi, in modo da evitare di conformarmi al mio stesso gusto” e in modo simile Andy Warhol ripeteva che occorre: “cambiare i propri gusti e volere ciò che gli altri non vogliono.” L’autoinganno o la finzione sono formulazioni forse iperboliche di meccanismi che, per tornare a Wittgenstein, hanno luogo quando si operano cambi di prospettiva, si creano nuovi accostamenti, si trasformano abitudini percettive. Strategie fondamentali in caso di disaccordo intersoggettivo, di conflitto tra “forme di vita”, anche su questioni estetiche.

Davide Dal Sasso

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è membro di LabOnt, il Laboratorio di Ontologia fondato da Maurizio Ferraris, e sta ultimando il dottorato di ricerca in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino. Le sue ricerche vertono in particolare sulla ricomprensione filosofica del concettualismo, sul ruolo della rappresentazione nelle diverse forme d’arte, sulle nuove possibilità esperienziali offerte dalle arti contemporanee e sulla riconfigurazione del discorso filosofico su di esse. È l’ideatore del format di discussione interdisciplinare "Dialoghi di Estetica" e della omonima rubrica di filosofia e arte attiva dal 2012 su Artribune. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, Milano-Udine 2014).