Perdere tempo è fondamentale. Parola all’artista Davide Sgambaro

Dalla responsabilità all’ironia il passo è breve per Davide Sgambaro, che ricorre a installazioni, fotografia, performance e video per affrontare la realtà e “tradurla” nelle sue opere. Lo abbiamo intervistato

Davide Sgambaro, Too much and not the mood (pop), 2022, installation view 9 French Place, Londra
Davide Sgambaro, Too much and not the mood (pop), 2022, installation view 9 French Place, Londra

Davide Sgambaro (Cittadella, 1989) sviluppa la sua ricerca artistica attraverso l’esame della condizione umana con particolare interesse per i temi dell’insicurezza, del lavoro, del precariato contemporaneo. Attraverso mezzi espressivi diversi – installazione, fotografia, performance, video –, Sgambaro dà forma alle sue opere formulando anche narrazioni pungenti e ironiche volte a discutere i meccanismi di sopravvivenza e le possibilità immaginative. Le sue opere sono diventate parte delle collezioni del MAMbo di Bologna, della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, della Collezione CRT, GAM Torino. Tra le sue mostre personali si segnalano: Nope!, (Galerie Alberta Pane, Paris, 2022); Too much and not the mood, (Localedue, Gelateria Sogni di Ghiaccio, Bologna 2022); Feeling fractional, (9 French Place, London 2022); Kiss, kick, kiss, (Italian Institute of Culture, Cologne 2021); Paesaggi eterni (Spaziosiena, Siena 2019); White and black stripes and a red nose (The game), (Let’s talk), (A Movie) (Almanac Inn, Torino 2018).
Questo dialogo presenta alcuni dei principali temi che Sgambaro affronta attraverso la sua ricerca artistica: il legame con la realtà, l’influenza del contesto e delle preoccupazioni, l’attenzione per il tempo della riflessione, la pratica artistica come atto di responsabilità.

Davide Sgambaro. Photo Alberto Nidola
Davide Sgambaro. Photo Alberto Nidola

INTERVISTA A DAVIDE SGAMBARO

Solitamente pensiamo alle arti associandole alla finzione e alla verosimiglianza. Benché esse siano legate a noi, la condizione umana e il rapporto con la realtà non sono necessariamente i primi riferimenti. Invece tu li poni al centro della tua ricerca concentrandoti in particolare sulla possibilità di rilevare numerosi attriti.
Penso di capire a cosa ti riferisci. Gli attriti derivano dal fatto che, spesso, anziché vivere in una dimensione di incanto in cui tutto sembra fantastico, ci si accorge – anche bruscamente – che le cose vanno in tutt’altro modo. Che nella vita reale ci sono difficoltà, numerose questioni da affrontare, imprevedibili cambiamenti di ritmo. L’idea che mi sono fatto è che questa condizione si possa descrivere considerando i moti dell’altalena. Siamo lì sopra e continuiamo a muoverci, non si riesce mai a godersi per più di un istante il panorama. Andare avanti vuol dire mettere in campo numerose energie, una sorta di potenzialità mentale che è imprescindibile per continuare a oscillare.

In tutto questo si riconosce anche quanto sia importante per te lasciare spazio alle preoccupazioni.
Più che altro credo sia una questione di abitudini. Ho sempre avuto una certa premura per le cose, che si posiziona tra la cura e la preoccupazione. È un po’ come se fosse un doppio volto dei miei lavori e delle narrazioni che essi veicolano e offrono. Per cui, forse, questa premura è diventata una sorta di abitudine ma anche di metodo. Le mie preoccupazioni prendono forma attraverso le mie esperienze: si palesano ben prima di arrivare alle forme e alle questioni più strettamente materiali. Mi prendo cura di numerose questioni cercando di capire se effettivamente, per esempio, un pensiero che ho avuto potrebbe avere senso contestualizzandolo e condividendolo con il pubblico. In tutte le loro possibili sfaccettature, le preoccupazioni sono elementi imprescindibili per il mio lavoro.

Anche perché ho l’impressione che esse lo influenzino in un modo particolare: favorendo il tuo interesse a procedere, diciamo così, ponendoti al confine tra criticare e criticarsi.
È così. Quel confine, però, è anche il più grande degli scogli da affrontare. I limiti non sono sempre riconoscibili e visibili. A volte si presentano rapidamente, altre volte solo dopo un po’ di tempo… Nel mio modo di lavorare preoccuparsi vuol dire sottoporre a ferrea critica numerosi miei progetti, arrivando anche al punto di non portarli a conclusione finché non raggiungono uno stato che ritengo sia soddisfacente e coerente. Perché, se esageri con l’autocritica, rischi di arrivare a una impasse; se non la segui, sottovaluti le richieste degli altri. Ma, se le accogli tutte, diventano pretese e vincoli che possono anche risultare troppo stringenti. Ecco, allora qui devi affrontare lo scoglio.

Mi sembra che affrontarlo per te voglia dire ammettere che vi sia qualcosa come un ‘perimetro’ entro il quale puoi anche individuare numerose possibilità operative.
Sì, sul piano pratico quella ammissione si traduce nel mio modo di lavorare, nella scelta dei materiali e di come metterli insieme, nell’attenzione per contestualizzare l’opera. Ma non è tutto qui. Perché insieme a questi aspetti operativi si presenta anche la necessità di andare avanti, di affrontare l’indecisione. Nella gran parte dei casi, infatti, aspetto che la massa critica sia montata al giusto livello, che l’insieme dei presupposti e delle riflessioni attorno all’opera siano cresciuti al punto giusto da renderla stabile.

Quale pensi sia il principale fattore che concorre a rendere possibile lo scatto in direzione della presentazione di una tua opera?
La possibilità di riuscire a coltivare e promuovere l’esercizio di non fermarsi alla superficie, ossia di provare ad andare oltre quel primo livello di apparenze che spesso attira la nostra attenzione. Riuscire a stimolare la curiosità è molto importante. Penso a un’opera proprio come a un modo per favorire le scoperte, per sapere qualcosa in più, per riconoscere le opportunità del nuovo. Se invece un’opera favorisce l’agio, credo che la probabilità del suo fallimento possa essere maggiore. Perché in quel modo interferirebbe sulle possibilità di attenzione, sul coinvolgimento che l’opera potrebbe positivamente favorire.

Davide Sgambaro, I push a finger into my eyes (kiss, kick, kiss) #1, installation view, 2021. Museo MAMbo, Bologna. Photo Matilde Cassarini
Davide Sgambaro, I push a finger into my eyes (kiss, kick, kiss) #1, installation view, 2021. Museo MAMbo, Bologna. Photo Matilde Cassarini

FARE ARTE SECONDO DAVIDE SGAMBARO

Alcune tue opere – penso, per esempio, a I believe in my stuff only at night – mostrano con evidenza quanto questa tensione verso la scoperta possa essere fruttuosa.
Con I believe in my stuff only at night provo a ragionare su qualcosa che conosciamo bene: la notte è la nebbia delle idee, poi ti svegli e ti rendi conto che le cose non sono esattamente – per così dire – come le hai viste. Allora, devi ridimensionare un po’ tutto. Ho provato a formulare un elogio all’insicurezza. L’installazione presenta infatti una scritta fatta di punti luminosi che sono intersezioni tra le linee che formano ogni lettera delle parole del titolo. Con il minimo degli elementi si ottiene una sorta di piccola costellazione. L’idea che mi interessava esplorare è che si può essere talmente insicuri da sapere comunque dove andare a parare. Un po’ come se si potesse bilanciare situazioni e soluzioni dall’interno del complicato processo dell’autostima.

Un soggetto che ritorna spesso nelle tue opere sono le possibilità descrittive. Nonostante tu le sottoponga continuamente a esame, riconoscendole come risorse, esse non sembrano essere all’origine dei tuoi lavori.
Sì, hai ragione. Sicuramente nel mio lavoro la narrazione ha un ruolo importante, così come ce l’hanno i titoli.
Ma, prima di tutto, c’è sempre una esigenza e il vero vettore è principalmente il contesto. È un elemento profondamente influente. Siamo il prodotto di quello che facciamo, dunque insieme a come lo facciamo conta molto anche dove lo facciamo. Per questo nelle mie opere la forma arriva a un certo punto. Ma le possibilità descrittive per me sono importanti perché penso alle opere come a eventuali proposte da offrire ad altre persone: perché l’opera non è per sé ma per gli altri. L’origine sta perciò esattamente nell’esigenza di affrontare la realtà, nel voler trovare una soluzione che possa strappare un pensiero costruttivo, un ghigno amaro o divertito che sia.

In questo modo di lavorare, mi sembra possibile riconoscere anche una tua difesa della resistenza che coltivi servendoti del minimo indispensabile per fare le opere.
Ai materiali ci arrivo sempre alla fine: non ho un rifiuto, ma un attrito. Se potessi, lavorerei con l’invisibile. Qualcosa devi restituirlo, è vero. Ma credo lo si possa fare con l’esperienza, il racconto, il dialogo. Lavorare con il minimo vuol dire almeno due cose: ammettere che ben prima dell’opera c’è quello che ho fatto e che il corpo in azione ha una sua specificità, è in uno spazio e interagisce con altri elementi. Questo succede mettendomi al lavoro un po’ in tutte le pratiche. Compresa la scultura. Difficilmente la possiamo vedere nella sua interezza se non consideriamo anche il corpo, le relazioni con lo spazio ecc. Il senso del fare arte credo stia in questo, ossia nell’affrontare un senso di responsabilità. In questo modo si cerca di valorizzare anche l’individuo che sei e la ricerca che segui.

Davide Sgambaro, Note #1, 2022, digital print on paper, bracelet, 60x100x4 cm
Davide Sgambaro, Note #1, 2022, digital print on paper, bracelet, 60x100x4 cm

RESPONSABILITÀ E IRONIA NELL’ARTE DI SGAMBARO

Torniamo un momento alla responsabilità. Considerando le tue opere, mi sembra tu la intenda come un fattore imprescindibile che influenza tanto la produzione quanto le possibilità di condivisione. Penso, per esempio, a due tue opere – White and black stripes and a red nose e Valzer – nelle quali risalta la necessità di affrontare la variabilità che naturalmente caratterizza la realtà, l’imprevedibilità di ritmi ed eventi.
Quando le opere sono molto dirette, come quelle che stai ricordando, è importante prestare attenzione al profondo legame con la realtà. Nascendo da qualcosa che è già presente nella quotidianità, richiedono un considerevole lavoro di osservazione. Esso è alla base della possibilità stessa di fare un’opera con il minimo degli elementi. Ammettere questa possibilità vuol dire anche riconoscere che si può svolgere una pratica di resistenza tanto sul piano della forma che avrà l’opera quanto su quello della sua possibile condivisione. Per questo sono convinto che il lavoro dell’artista consista in un atto di responsabilità.

Questa tua riflessione permette anche di considerare il ruolo che ha il tempo nel tuo lavoro. I push a finger into my eyes e Four days with an electrostatic friend sono due opere che esprimono la possibilità stessa di avere il tempo per riflettere e per mettere in discussione le cose.
Do molta importanza al tempo perso. Considerarlo come un lusso credo sia assurdo. Perdere tempo è fondamentale. Perché così facendo lo si può anche trattenere: il tempo perso è necessario ed è lavoro. Si tratta allora di riconoscere la necessità di lasciare decantare le cose. Da quando il tempo libero è diventato un paradosso e l’immaginario comune un continuo scontro tra etica e stereotipo, ci sentiamo un pochino più soli, questo è il livello di narrazione sul quale sbatto la testa. Credo ancora nelle pratiche di produzione lenta e ponderata: ho questo romanticismo qualitativo a discapito della quantità. Anche per questo motivo credo che i miei lavori si raccontino nel loro insieme, nel loro evolvere nel tempo, non c’è nulla di già finito e accantonato.

La tua diventa allora una proposta per considerare il lavoro artistico ammettendo – come risulta, per esempio, nella tua opera Parappaparaparapappapara – che ciò che è elementare non è banale e che le possibilità di scoperta si continuano a rinnovare.
Cerco di coltivare un lavoro che possa basarsi sulla sospensione e che ammetta un tempo per scegliere come fare le cose. Perdere tempo non è un lusso, ma un dovere morale. È decisivo per rivedere i presupposti, per trovare altre direzioni. Parappaparaparapappapara al primo sguardo risulta poco interessante perché sembra un acquerello fatto male; tuttavia, la sua riuscita dipende dall’attenzione che si presta. Offre la possibilità di non fermarsi alla superficie. Coglierla penso voglia dire provare ad ammettere che anche ciò che sembra semplice può essere ben più intrigante di quanto non sembri.

Davide Dal Sasso

www.davidesgambarosudio.com

Dati correlati
AutoreDavide Sgambaro
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).