Matteo Robiglio insegna progettazione urbana e composizione architettonica e urbana presso il Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, ed è project manager del centro interdipartimentale FULL – Future Urban Legacy Lab. A partire dalla pubblicazione del suo libro Re-Usa 20 American Stories of Adaptive Reuse (Jovis, 2017) questo dialogo affronta i seguenti temi: la relazione tra eredità storica e produzione di nuovi significati, le potenzialità del riuso nei contesti industriali contemporanei, il nesso fra trasformazioni materiali urbane e culturali, le pratiche di decostruzione materiale e le alternative al postmodernismo architettonico.

Il rapporto tra architettura, riuso e produzione di nuovi significati è centrale per le riflessioni sugli spazi industriali e l’eredità urbana presentate nel libro. Com’è nata la ricerca su questo tema?
In forma occasionale. Nel 2014 ho partecipato alla selezione per una fellowship bandita dalla German Marshall Fund e nel 2015 ho ottenuto il grant che mi ha permesso di sviluppare la ricerca con un viaggio negli Stati Uniti. Un viaggio fatto insieme a Isabelle Toussaint, con l’obiettivo di approfondire quel rapporto che hai individuato alla luce della relazione tra eredità storica e culturale e possibilità di risignificazione degli ambienti urbani e architettonici.

Di che relazione si tratta?
Essenzialmente di quella tra l’eredità che ci ha lasciato la storia e l’opzione del riuso, resa possibile dalle trasformazioni architettoniche e urbane che possono acquistare nuovi significati culturali. Una relazione tra le grandi scritture della modernità e le sovrascritture che caratterizzano la contemporaneità. Il potenziale del progetto architettonico – e, in fondo, dell’opera d’arte – credo si ponga proprio sulla base di questa relazione.

Quella tra scrittura e sovrascrittura è una relazione che si traduce nella variabilità, nel rinnovamento delle possibilità. Da dove trae origine la potenzialità del riuso?
Prima ci sono spazi e materiali usati per determinati scopi, poi con il tempo questi possono acquisire anche altre funzioni per nuove finalità. Perché questo avvenga, essi devono però raggiungere uno stadio in cui perdono completamente di senso. Si tratta di una sorta di neutralità che, riprendendo le parole usate da Georg Simmel nel suo saggio sulla rovina, potremmo descrivere come esito di “un momento positivo che si situa tra il non più e il non ancora”. Un momento che ci permette di vedere l’oggetto per quello che è. La potenzialità del riuso, la possibilità di conferirgli nuovo significato, nasce da questa neutralizzazione.

Philadelphia, Rebranding the Navy Yard. Photo Matteo Robiglio and Isabelle Toussaint
Philadelphia, Rebranding the Navy Yard. Photo Matteo Robiglio and Isabelle Toussaint

Proviamo ad approfondirla.
Si tratta di considerare le architetture e gli ambienti industriali per come sono, alla luce dello stato di abbandono e di concretezza materiale che li caratterizza. Vale a dire, poterli riconoscere come grandi spazi di attività che mutano diventando spazi di attesa, e che possono dunque offrire nuove possibilità per la loro riattivazione. Essi richiedono procedure adeguate perché sia possibile il loro riuso. Queste procedure sono interventi che possono essere discontinui sia in termini spaziali – si può lavorare solo su alcune parti delle architetture – sia in termini temporali – il lavoro può essere effettuato in momenti diversi. La perdita di senso, la neutralizzazione, è cruciale soprattutto perché è necessaria per la riappropriazione che, a differenza del restauro, non mira a ripristinare un senso acquisito in precedenza ma a conferirne uno nuovo.

Consideriamo questa dinamica di sovrascrittura nel quadro delle trasformazioni culturali: quali sono i principali fattori che la innescano?
Sicuramente le attività artistiche svolgono un ruolo importante. Si tratti di festival, spettacoli teatrali o di danza, ma anche dei laboratori e degli stessi studi degli artisti, le diverse forme di espressione artistica sono decisive per la risignificazione che può essere attuata negli spazi urbani. È un aspetto che era già stato messo in luce dalla sociologa Sharon Zukin nel suo libro Loft Living, con la nozione di “artistic mode of production”: il capitale culturale può diventare nuovo capitale immobiliare. In seguito, esso può acquisire nuove potenzialità semantiche che lo rendono nuovamente rilevante per le trasformazioni dei contesti urbani e culturali.

E sul piano della procedura materiale, in che modo le attività artistiche contribuiscono a queste dinamiche?
Spesso le attività artistiche anticipano le trasformazioni urbane avviando i processi di riuso di oggetti architettonici che in seguito potranno diventare altro. Penso, per esempio, a Luca Ronconi che nei primi Anni Novanta mette in scena il suo spettacolo Gli ultimi giorni dell’umanità nella ex sala presse del Lingotto di Torino. Il percorso di sovrascrittura è effettuato dal regista prima che l’architetto inizi il suo cantiere. Si tratta sempre di lavorare anzitutto sui materiali e di intervenire negli spazi industriali seguendo nuove direzioni progettuali.

Matteo Robiglio, RE–USA 20 american stories of adaptive ruese A toolkit for post industrial cities, Jovis, 2017
Matteo Robiglio, RE–USA 20 american stories of adaptive ruese A toolkit for post industrial cities, Jovis, 2017

Da questo punto di vista, si potrebbe valutare anche una sorta di incontro tra narrazioni diverse. Che cosa ne pensi?
Sono d’accordo. Gli esempi nel Novecento sono stati numerosi, dalla factory di Warhol al loft di Rauschenberg. Il punto è proprio questo. Le trasformazioni di un determinato contesto, delle sue strutture e dei suoi materiali avvengono anche attraverso una mitizzazione che permette di conferirgli nuovo valore culturale ed estetico. Ed è proprio questa possibilità di ri-attribuzione di altri significati che permette alla conversazione urbana di continuare a rinnovarsi. La sovrapposizione tra narrazioni appare ancora più chiara se consideriamo anche un altro fattore, il cibo. I festival legati al cibo, le diverse forme di street food, hanno un significativo impatto per la trasformazione e i processi contemporanei di sovrascrittura architettonica e urbana.

Rispetto alla concretezza materiale che menzionavi prima, pensi che ci siano delle caratteristiche in particolare per le strutture industriali e urbane che sono selezionate per questi processi di sovrascrittura?
In generale, sono strutture architettoniche che, pur essendo diverse le une dalle altre, condividono alcune caratteristiche comuni: sono straordinariamente iconiche – hanno un potenziale visivo notevole perché sono spesso fuori scala, sono costruzioni che si impongono negli spazi in cui si trovano; sono robuste – incorporano un quantitativo di materiali considerevole che ne rende difficile la demolizione; si prestano ad accogliere strutture di scala minore – sottovolumi che facilitano esattamente i processi di riappropriazione.

Vorrei tornare un momento sulla conversazione urbana: a queste strutture viene conferito nuovo valore – estetico e culturale – grazie alle procedure che rendono possibile il riuso. Ma qual è la fase più importante di questo processo?
C’è un momento in particolare che credo sia fondamentale: quello che precede l’ipotesi stessa del riuso e che consiste nel trasformare lo spazio, la struttura in una icona urbana. Si tratta appunto di riuscire a rimetterne in luce la scala, le dimensioni, lo stupore che possono suscitare i suoi spazi ecc. La riappropriazione è perciò anche possibilità di dare nuova legittimità a quello che già c’era, scartando l’ipotesi della demolizione.

Matteo Robiglio
Matteo Robiglio

Dall’abbandono alla nuova iconicità, attraverso il passaggio dalla riappropriazione al riuso, mi sembra che vi sia una considerevole disseminazione dell’attività progettuale che non può che essere imprescindibile perché si possa conseguire l’esito della nuova significazione.
L’intervento progettuale è certamente disseminativo, ma mira soprattutto a stabilire una continuità tra quello che esiste in quanto struttura materiale e il suo possibile riutilizzo secondo altri fini culturali. Si tratta anche di riuscire a trovare una possibilità per questa continuità che deve fare i conti anche con eventuali abbandoni e momenti di interruzione. Ci sono casi in cui il processo di riappropriazione è avviato, il riuso è compiuto ma non c’è continuità.

Pensi che questa discontinuità possa essere considerata anche come una risorsa?
Sì, ma tenendo in considerazione in particolare alcuni aspetti che la possono influenzare. Il primo è la resistenza che si può incontrare, per ragioni diverse, che determina l’intermittenza progettuale che andrà a ricadere sulle possibilità di modifica delle strutture. Il secondo è qualcosa che potremmo considerare come una riserva che nasce dall’osservazione di queste aree industriali, una eccedenza di scrupolo rispetto al valore che potranno avere una volta completato il lavoro. Pensa a un grande hangar: in fondo, basta inserire al suo interno un piccolo cubo rosso e abbiamo già ottenuto una modifica dello spazio e della struttura. Potremmo anche aggiungere un palco per i concerti, che rimuoveremo dopo l’evento, o elaborare un’area dedicata per una start up che potrà continuamente modificarsi a seconda delle esigenze proprio perché lo spazio lo permette. Il terzo aspetto, che credo sia decisivo, riguarda proprio lo spazio: è un’area generica che si può anche non modificare completamente.

Questi aspetti ci permettono di considerare un’altra relazione che nel libro appare decisiva: quella tra la decostruzione e il riuso adattativo. 
La nozione di “decostruzione” indica una serie di possibili interventi compiuti sui materiali, che permettono di lavorare sulle combinazioni. La relazione che hai menzionato si basa infatti sulla possibilità di sviluppare il riuso attraverso lo smontaggio e l’assemblaggio delle componenti già presenti in uno spazio. All’origine vi è l’idea di introdurre delle varianti attraverso lo smontaggio degli edifici al fine di riconfigurarli disponendo altrove i materiali, gli arredi ecc. Si smonta, si classifica, si combina e si dispone i materiali in nuovi ambienti. Da una parte abbiamo la ripresa di talune riflessioni, appartenenti soprattutto alla cultura americana, sull’abitabilità; dall’altra si assiste alla diffusione di pratiche combinatorie – come quelle del collettivo di architetti Rotor di Brussels – che evidenziano ancora di più la portata del riuso adattativo nell’architettura contemporanea.

Chicago, The Plan[t] to feed the city. Photo Matteo Robiglio and Isabelle Toussaint
Chicago, The Plan[t] to feed the city. Photo Matteo Robiglio and Isabelle Toussaint
Quale pensi che sia l’aspetto più importante di queste pratiche?
Forse, direi la volontà di incorporare negli ambienti i segni del tempo e della cultura attraverso i nuovi usi dei materiali che vengono smontati e ricombinati. Queste pratiche di decostruzione permettono di lavorare sulla trasmissione del tempo e degli aspetti culturali attraverso diverse possibilità di materializzazione. E credo che proprio per questo esse siano significative poiché riescono a portare in primo piano l’incorporazione materiale della storia.

Ci sono due aspetti di questa “decostruzione materiale” che vorrei considerare: da una parte, i materiali hanno un potenziale che, a mio modo di vedere, è anzitutto simbolico; dall’altra, si tratta di lavorare sull’essenziale, di tornare al primato delle cose e dei materiali. Che cosa ne pensi?
I materiali riescono a informare sulla storia, si portano dietro qualcosa che va aldilà della loro presenza fisica; dunque sì, sono d’accordo con te sul potenziale simbolico che è ancora altro rispetto a quello estetico che i materiali possono avere in virtù del loro aspetto. Sicuramente quei materiali, estratti e ripresi da determinati ambienti, diventano importanti in quanto tali, proprio grazie a queste pratiche decostruttive che contribuiscono a mostrare la loro essenzialità.

Siamo allora sul versante opposto dell’architettura postmoderna.
Il postmoderno faceva edifici nuovi con forme e simboli vecchi. In questo caso, ho l’impressione che gli edifici non siano né nuovi né vecchi – se dovessimo farne la diacronia, sarebbe complicato; potremmo dire che sono ibridazioni – nei quali le forme sono molto nuove nonostante i materiali siano comunque preesistenti. Ma sono appunto la forza della combinazione, dei volumi e delle loro nuove contestualizzazioni a fare la differenza. Queste possibilità sono date dalla incorporazione della storia nei materiali, che rende possibile numerose alternative ai modelli progettuali cari al postmoderno. Credo anzi che in questo modo si rivendichi in modo forte proprio la modernità e l’identità di un contesto, di una cultura che permane proprio attraverso i materiali che vengono usati in un certo modo.

Allo stesso tempo, sembra possibile riconoscere in questi interventi architettonici orientati al riuso anche la preferenza per un orientamento operativo che procede dal basso, dalle cose, dai materiali in direzione di nuove produzioni di senso.
In gran parte si tratta di processi bottom-up che tuttavia sono di carattere esogeno. Nascono dall’esigenza di introdurre delle varianti rispetto a un progetto che trova le sue possibili trasformazioni anche in armonia con esigenze che sono anzitutto comunitarie. Si tratta sempre di lavorare sulla trasmissione della storia attraverso l’uso dei materiali, un’operazione che considero decisiva per la riuscita di questi interventi.

Davide Dal Sasso

Matteo Robiglio ‒ RE–USA: 20 American Stories of Adaptive Reuse
Jovis, Berlino 2017
Pagg. 240, € 32
ISBN 9783868594737
www.jovis.de

www.full.polito.it

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è membro di LabOnt, il Laboratorio di Ontologia fondato da Maurizio Ferraris, e sta ultimando il dottorato di ricerca in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino. Le sue ricerche vertono in particolare sulla ricomprensione filosofica del concettualismo, sul ruolo della rappresentazione nelle diverse forme d’arte, sulle nuove possibilità esperienziali offerte dalle arti contemporanee e sulla riconfigurazione del discorso filosofico su di esse. È l’ideatore del format di discussione interdisciplinare "Dialoghi di Estetica" e della omonima rubrica di filosofia e arte attiva dal 2012 su Artribune. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, Milano-Udine 2014).