Dialoghi di Estetica. Parola a LATLETA

Il rapporto tra musica, parole e immagini, il ruolo della scrittura e le possibilità offerte dalla musica elettronica sono alcuni dei temi affrontati nel dialogo con il cantautore Claudio Cosimato in merito al suo nuovo progetto, LATLETA.

LATLETA, Miraggi (2019). Illustrazione di Emiliano Ponzi, American West, Maurizio Corraini, Mantova 2018
LATLETA, Miraggi (2019). Illustrazione di Emiliano Ponzi, American West, Maurizio Corraini, Mantova 2018

Una conversazione con il cantautore Claudio Cosimato, noto nel panorama della musica indie come ‘Vittorio Cane’, per esplorare alcuni aspetti del suo nuovo progetto LATLETA. Il suo disco, Miraggi, uscito a dicembre 2019 con Labellascheggia, si caratterizza per la finezza dei testi e il suono della musica basata su voce, chitarra, pianoforte, sintetizzatori e drum machine.

Tra ritmo e poesia, Miraggi suona davvero molto bene. La tua musica prende forma attraverso una ricerca sui suoni e un attento uso delle parole.
Sui suoni ci lavoro interessandomi soprattutto agli strumenti. Intendo, non solo suonandoli ma anche, diciamo, studiandoli come oggetti. Da tempo raccolgo diversi modelli di sintetizzatori che smonto, ne esamino le componenti e che aggiusto se necessario. Alcuni di questi li ho usati anche per il disco: un Crumar ‘Trilogy’, un Farfisa ‘Sintorchestra 4’, un Siel ‘Cruise’ e una drum machine Korg ’Superdrum DDM 110’. Si possono scoprire molte cose mettendo mano direttamente agli oggetti: le ‘macchine’ degli Anni Settanta hanno qualcosa di rudimentale – se le confronti con quelle degli Anni Ottanta, già più sofisticate, come quelle della Roland… I suoni sono un risultato che non possiamo tenere separato da come sono fatte le macchine che li possono produrre e dal lavoro che si può fare usandole.

La tua è una attitudine artigianale che mi sembra influenzi il tuo lavoro in modi diversi.
A volte cerco alcuni strumenti, in altri casi mi capita di trovarli e di scoprire come possono funzionare. Sì, c’è questa attitudine di cui parli. Certo, oggi molti suoni potrebbero essere ottenuti anche in altri modi. A me però interessano anche i fruscii, gli attriti tra i materiali, i suoni imprevisti… e mettici pure il piacere di schiacciare bottoni e girare manopole davvero, non su uno schermo. Per lavorare sui suoni posiziono nel mio studio sintetizzatori, tastiere e tutto quello che ho bisogno di suonare. Con un monitor, non mi alzerei mai dal tavolo e il mio rapporto con la quotidianità sarebbe molto diverso.

Quest’ultimo spicca nei testi delle tue canzoni e a risaltare è soprattutto la tua poetica della semplicità.
Insieme a quella esigenza di toccare e costruire il suono con le manopole e manovrando tastiere e arpeggiatori, prima di tutto ci sono le sensazioni. Tutto inizia da lì. Spesso si tratta anche solo di seguire le parole, le prime che appaiono e che riesco a mettere su carta. Scrivo di sensazioni che nascono spontaneamente e che poi possono anche prender la forma di immagini.

PAROLE E IMMAGINI SECONDO LATLETA

Segui di più il flusso delle parole o lasci che anche le immagini possano guidarti?
Sono appassionato di immagini, in generale delle opere di arte visiva e di illustrazione. Sì, in qualche modo mi influenzano anche quelle, ma la scrittura ha una sua naturalezza.

Come lavori su quest’ultima?
Scrivo ‘le mie righe’ continuamente. Di solito mi viene una frase che sento che è poetica e che riesce a restituire alcune sensazioni. Mi appunto parole e frasi su fogli di block-notes che archivio e, a volte, riprendo anche dopo molto tempo. La scrittura per me non è premeditata. Scrivo di quello che sento, ci lavoro in momenti diversi e seguo il ritmo delle parole.

Ascoltando le tue canzoni, mi sembra che il tuo sia un approccio pittorico alla musica.
Beh, alla fine, le parole sono anche ‘discussioni di immagini’. Perciò penso che siano legate le une alle altre; sono tutte piccole immagini che possono essere sommate nel testo di una canzone. È un po’ come quando si crea una immagine su una tela… sì, il mio approccio è pittorico, ma non astratto.

Perché?
Principalmente perché passo attraverso le immagini e poi, alla fine, scrivo. Anche se non sono completamente chiare e sono intangibili, le immagini hanno comunque una forma. La scrittura è anche un modo per fare ordine.

Come consideri le tue canzoni?
In generale, non voglio mai raccontare qualcosa. Non penso di voler scrivere per quello ma per riuscire a descrivere una sensazione. Sono tante le annotazioni che prendo. Spesso però, anche dopo del tempo, non ci ritorno. Anche se mi piace pensare che potrei pure ritornarci. A volte, poi, i fogli si staccano dal block-notes… capita anche che ogni tanto li ritrovo, li rileggo e poi mi accorgo che le parole non funzionano. Anche così nascono le canzoni.

LATLETA. Photo Ivan Cazzola
LATLETA. Photo Ivan Cazzola

TESTI E MUSICA

Nei tuoi testi sembra esserci un punto di vista narrativo che viene alternato, un modo di guardare le cose dall’interno e dall’esterno. Penso, per esempio, a Nelle nostre anime quando scrivi: “cosa ti inquina la testa / e chiudi la finestra / noi che cerchiamo una meta / per apprezzare il paesaggio / davanti al supermercato / qualcuno chiede moneta / che suonano le campane   / è ora di mangiare / è ora di mangiare”. Che cosa ne pensi?
Sì, spesso nella mia scrittura ci sono un io e un tu che si mettono a confronto. Sono d’accordo con te. Quell’alternarsi di cui parli lo considero anche come l’incontro tra il proprio sguardo e quello di un altro. Di questa canzone a breve uscirà un nuovo videoclip girato da Serena Bulla. È una delle tracce che mi piacciono di più.

Un incontro che appartiene alla condizione umana e che in più occasioni canti anche mettendo l’accento su un continuo conflitto che ci riguarda.
Altro che! Sono entrambi aspetti per me molto importanti. Anche il nome che ho scelto, LATLETA, mira a sottolinearli. Bisogna avere disciplina per sentirsi in forma e affrontare questa vita qui, che a volte ci affatica. La musica, in questo senso, è un esercizio, un modo per far fronte alla quotidianità.

E poi c’è “tutto questo vento che hai messo nelle tasche, che ti dà la forza”…
Sì, perché c’è l’immagine di uno scoglio, che si trova per davvero a Ibiza. È un ricordo legato a una visita a mio fratello che per un po’ ha abitato lì. Mi è rimasto in mente quello scoglio di notte, starci sopra e sentire una forza che è energia, natura.

Miraggi, è un titolo azzeccato per un progetto che ha preso forma anche attraverso alcune immagini: quelle del video realizzato da Donato Sansone per il singolo uscito nel 2018, Il sistemone; l’opera per la copertina del disco, di Emiliano Ponzi, il video di Balla la testa di Enzo Lo Re.
Miraggi doveva essere il titolo di una delle canzoni del disco che poi ho deciso di chiamare Io ti conosco. L’opera in copertina, scelta tra le illustrazioni di Ponzi, è in sintonia con le canzoni, mostra quel doppio sguardo di cui ti parlavo: c’è questo piccolo omino in una specie di vortice, è un po’ osservatore e un po’ osservato. Sono grato a Emiliano, e a Donato ed Enzo, per il lavoro fatto con i video. All’immagine dal vivo, intendo quella sul palco, contribuisce anche Serena Bulla che suona con me nei concerti, una vera artista!

Pur essendo improntate ritmicamente in chiave dance, due canzoni, Viva la vita e Balla la testa, incorniciano il tuo disco lasciando spazio a un uso della musica elettronica mai invasivo ma, anzi, sottilmente aperto a sonorità tanto degli Anni Settanta quanto dei Novanta.
I due pezzi che citi hanno entrambi un bel ritmo. Viva la vita ‘corre’ a 140 bpm, spinge abbastanza e Balla la testa rivela una certa eredità dance che volevo includere nel disco. Tra un arpeggiatore e l’altro, manovrando le leve, alla fine si tratta di lavorare su forme d’onda. Di mettersi all’opera per trovare i giusti suoni e i ritmi. A volte le possibilità appaiono subito, in altri casi c’è molto lavoro da fare.

Quando il ritmo rallenta, il rapporto tra parole e suoni raggiunge altri ottimi risultati. Penso, per esempio, alla canzone L’astronauta: è tutto il contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, l’annuncio di un ritorno alla normalità.
Sì, in quella canzone va un po’ tutto al contrario. Anche a farla dal vivo richiede di suonarla tirando indietro leggermente il ritmo. È un pezzo lento nel quale ho insistito molto sulle negazioni: molto più di quanto non ci sembri, quando diciamo ‘non c’è’ poi diciamo anche qualcos’altro… così il pezzo prende le sue strade.

Davide Dal Sasso

www.latleta.com

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).