Fare arte con la poesia. Intervista a Nina Carini

Lo studio del linguaggio e della comunicazione, l’interesse per le relazioni e i limiti della condizione umana, il ruolo della poesia sono i temi attorno a cui ruota la ricerca artistica di Nina Carini, che abbiamo intervistato.

Nina Carini, The indeterminacy of an encounter, 2021, installazione sonora e ambientale. Courtesy dell’artista
Nina Carini, The indeterminacy of an encounter, 2021, installazione sonora e ambientale. Courtesy dell’artista

Formatasi nelle Accademie di Belle Arti di Verona e Milano e presso l’Ecole nationale supérieure des beaux-arts de Lyon, l’artista Nina Carini (Palermo, 1993) abbandona fin da subito le sue ricerche in ambito pittorico per concentrarsi sulle possibilità e il senso del medium. Un interesse che è stato decisivo per fare arte servendosi di mezzi alternativi a quelli tradizionali e per continuare a sperimentare soprattutto con la performance, le installazioni e il video.
Tra le ultime mostre in cui ha esposto le sue opere si ricordano: Meteorite in giardino 13 (Fondazione Merz, Torino 2021), Le déjeuner sur l’herbe (NM Contemporary, Eze-Bord-de-Mer 2021), For 24h CALL ME POET! Let’s meet on the horizon (Casa Testori e Casa degli Artisti, Milano 2020), Partiture Illeggibili (Labs Contemporary, Bologna 2020), Are my eyes distracting my hearing? (NM Contemporary, Monaco 2019). È stata finalista durante l’VIII Premio Fondazione VAF con l’opera Confine (2017) oggi in collezione al MART Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

Nelle tue opere il linguaggio è un riferimento ricorrente. Però, anziché come un oggetto della tua ricerca, mi sembra tu lo consideri come uno strumento di lavoro.
Cerco di capire quale sia “il peso del linguaggio”. Lo faccio perché il mio primo interesse sono i modi in cui le persone si relazionano tra loro. Sulla base di questa indagine prendono forma riflessioni differenti, che per un verso mi permettono di proseguire con le mie ricerche, per un altro diventano impellenti poiché devono essere portate alla luce e condivise in qualche modo. Nel primo caso esaminare il linguaggio vuol dire perciò capire se vi sia un senso per quel pensiero che sto coltivando; nel secondo caso, le riflessioni sono la strada che sto percorrendo per una nuova opera.

Quale pensi sia l’influenza di queste riflessioni sulla tua pratica artistica?
Le mie opere sono profondamente legate alla possibilità di trovare un modo per dire qualcosa che non si può dire con le parole. Spesso il sentire diventa più veloce e intenso del capire e le parole in questo non sono d’aiuto. Le opere si concretizzano attraverso mezzi e forme diverse principalmente perché sono pensate come se fossero degli esperimenti. Per esempio, in Confine (2018) getto metaforicamente il linguaggio umano nel mare, come se cercassi di ridarlo a una fonte d’origine che possa prendersene cura.

Nina Carini, For 24h Call me poet! Let's meet on the horizon, 2020, performance. Courtesy dell’artista
Nina Carini, For 24h Call me poet! Let’s meet on the horizon, 2020, performance. Courtesy dell’artista

LINGUAGGIO E COMUNICAZIONE

Ho l’impressione che nel tuo lavoro l’attenzione per la comunicazione si traduca altresì nella possibilità di individuare una estremità. Una linea di demarcazione che indica anche il punto di incontro tra elementi diversi. Mi sembra sia così anche perché un altro riferimento che ritorna spesso nelle tue opere è l’orizzonte.
Penso che ci siano più fattori da considerare. Una questione importante è anzitutto il superamento del limite e della finitudine dell’essere umano. Si tratta di un superamento che avviene tanto nella fase di immaginazione dei lavori quanto nella loro realizzazione effettiva. Ma è anche un superamento che si fa tutt’uno con l’idea di infinito: perché guardare l’orizzonte vuol dire vederne solo una parte, solo una porzione di quel punto di incontro, di quella estremità. Questo significa anche che non potrò mai avere una visione totale, ecco la mia finitudine!

La tua riflessione sui limiti della natura umana implica anche una considerevole tensione.
Insieme allo sguardo c’è naturalmente anche l’esperienza, la mia nel momento della creazione dell’opera. Certo, io sono spesso in tensione con quell’infinito che riconosco nella sua immensità; con la possibilità stessa di non rimanere all’interno di un confine che possa delimitare in qualche modo il mio lavoro. Per questi motivi cerco, per così dire, di entrare in dialogo con la tensione per poter capire le immagini che mi arrivano, da dove nascono e come mi pongo per affrontarla. Ed è un po’ come chiedermi da dove nascono le emozioni. Quando penso al mio essere in tensione con l’infinito mi immagino con un braccio alzato, teso verso l’alto per riuscire a toccare il cielo.

Una immagine evocativa che rimanda anche ad altre potenzialità espressive della tua poetica. La possibilità di capovolgere i riferimenti insieme alla tua attenzione per l’incontro tra cielo e terra sono infatti decisive perché le tue opere favoriscano tanto un temporaneo spaesamento quanto un leggero senso di vertigine. 
Li considero entrambi esiti importanti, soprattutto per la naturalezza con cui possono essere conseguiti. Per esempio, durante la lavorazione di Hoquetus (2021) mi sono concentrata sui suoni, i mezzi e i materiali utili per fare l’installazione, ma anche sul fruitore. In particolare, proprio sulla possibilità di coinvolgerlo attraverso un certo uso del suono. Per riuscirci ho lavorato in modo da permettere al fruitore di poter compiere una astrazione attraverso l’esperienza dell’opera.

Una possibilità sulla quale hai lavorato anche con The Indeterminacy of an Encounter, la tua installazione allestita in occasione di Meteorite in giardino 13 presso la Fondazione Merz di Torino.  
Esatto. Il mio interesse era rivolto alle possibilità di materiali che per contraddizione di equilibri potessero favorire anche in quel contesto lo spaesamento. Lo spazio di Fondazione Merz è stato infatti decisivo per lavorare sulla riuscita dell’opera. Di quella vertigine che menzioni mi sono resa conto solo in seguito. Anch’essa è un esito che si dà naturalmente e del quale non ne ero del tutto consapevole. Mi è capitato anche con Siderum, un’opera inedita in cui indago il concetto di contemplazione e verticalità.

Pensi che questi esiti risentano della tensione verso l’infinito della quale parlavi prima?
La tensione che sento tendo naturalmente a riportarla nel lavoro. O almeno ci provo. Do un valore profondo al concetto di ‘infinito’, cerco di custodirlo; spesso diamo facilmente per scontate troppe cose. Quel che mi sembra chiaro è che siamo naturalmente contraddittori. La tensione c’è anche perché si tratta di ammettere che in quanto esseri finiti non possiamo realizzare qualcosa di infinito. Ma c’è un aspetto in particolare che è legato allo spaesamento e alla vertigine, la possibilità di prendersi del tempo per sperimentare un’opera. Alcune opere – penso, per esempio, a Cielo e acqua (2019), composta da grandi reticoli di cotone, gesso, resina e altri materiali sui quali cucivo a mano minuscoli disegni – possono fermare per un momento il tempo del fruitore, farlo entrare in un non-tempo.

Nina Carini, Hoquetus, 2021, installazione sonora. Courtesy dell’artista
Nina Carini, Hoquetus, 2021, installazione sonora. Courtesy dell’artista

TEMPO E DIVENIRE

Il tempo influenza l’elaborazione dell’opera e le sue potenziali esperienze nella misura in cui esso è tutt’uno con il divenire degli eventi e con le trasformazioni delle cose.
Sono numerose le riflessioni su questi aspetti che si sono presentate nel corso delle mie ricerche. Una in particolare mi ha orientato durante la lavorazione di The Indeterminacy of an Encounter. Il divenire è un tema al quale ho pensato a lungo: la natura è in divenire, gli esseri viventi, noi. Il lavoro artistico condivide questa condizione. Perciò, ho scelto di elaborare un’opera che potesse essere in continua trasformazione e in dialogo con il contesto.

Questo interesse per il divenire mi sembra sia riconoscibile nelle tue opere anche grazie a un’altra caratteristica della tua poetica: la possibilità di offrire una visione cosmogonica. Sembra infatti che tu abbia la necessità di considerare non tanto e non solo come si relazionino gli esseri umani ma anche quali siano le relazioni che li coinvolgono in un senso ancora più ampio.
Spesso per riuscire a trovare una forma mi sono messa a studiare il linguaggio. Così è accaduto con i suoni dei cetacei per l’opera Hoquetus: mi sono interessata al mondo sottomarino perché noi non possiamo abitarlo. Ma poi questo è voluto dire entrare in una rete di relazioni che è molto più ampia. Si tratta di quelle tra noi e i linguaggi ma, allargando lo spettro dell’indagine, tra gli esseri viventi, la natura e il pianeta Terra. Il mio modo di lavorare è basato anche sulla possibilità di tradurre le relazioni con le narrazioni. Quindi sì, la mia attenzione per una cosmogonia è presente e continuamente rinnovata. Ad alimentarla è anche il mio interesse per quelle che chiamerei le “frequenze emotive” degli esseri umani, sensazioni invisibili che percepisco in maniera tangibile.

Nina Carini. Photo Alessandra Canterini
Nina Carini. Photo Alessandra Canterini

IL RUOLO DELLA POESIA

La circolarità, che sottolinei con mezzi e modi diversi nelle tue opere, rende manifesto questo tuo interesse per le relazioni.
Nasce da un impulso alimentato dalla soddisfazione che posso provare nel riuscire a ottenerla. Nelle mie opere la circolarità appare ed è profondamente legata a una esigenza che sta prendendo sempre più spazio nella mia attività artistica, il desiderio di andare all’origine. La circolarità è un modo per ritornare su qualcosa, per riconoscere un inizio pensabile anche come un pre-linguaggio.

Nonostante tu sia interessata a formulare una narrazione per le tue opere, il tuo lavoro sembra orientato anche dalla possibilità di fare a meno dello strumento di cui ti servi, il linguaggio. E l’aspetto sorprendente è che, nelle tue opere, lì dove finisce il linguaggio ha inizio la poesia.
Sono d’accordo con te. Associo spontaneamente la poesia all’infinito. Solitamente nell’uso comune il linguaggio tende a chiudersi, mi piace dire che lì dove ne abbiamo bisogno lui si rompe. Le cose vanno diversamente con la poesia che si basa su un “uso non finito” del linguaggio, produce immagini, apre e porta aria, non imita la realtà. La poesia mostra le possibilità di superamento del linguaggio, è qualcosa che ha più a che fare con la musica e il ritmo – ecco anche il mio continuo interesse per il suono.

Davide Dal Sasso

https://www.ninacarini.com

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AutoreNina Carini
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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).