Dialoghi di Estetica. Parola a Léa Dumayet

In residenza a Milano, negli spazi di Viafarini, a Léa Dumayet approfondisce il suo legame con la materia e i limiti che la accompagnano.

Léa Dumayet, A ton tour. Galerie Arondit, Parigi 2018. Photo credit Salim Santa Lucia
Léa Dumayet, A ton tour. Galerie Arondit, Parigi 2018. Photo credit Salim Santa Lucia

Léa Dumayet (1990) ha concluso i suoi studi all’École des Beaux-Arts de Paris nel 2014. Vive a Parigi e crea le sue sculture e installazioni nel suo studio a Montreuil. Le sue opere sono state esposte in diverse mostre: a Parigi (Galerie Chloé Salgado, Galerie La Forest Divonne, Galerie CROUS, Galerie Un-spaced, Galerie Perrotin, Galerie Arondit, Galerie Laure Roynette, Galerie Bertrand Grimont, Villa Belleville …), nel sud della Francia (Pollen Monflanquin, Maison des Arts Bages, Centre d’art Contemporain Saint-Restitut), a Londra, (Guest Project Space), in Grecia (Musée Egine) e in occasione della Biennale de la Sculpture à la Propriété Caillebotte de Yerres e della Biennale d’art actuels Au CRAC, Champigny. Attualmente è in residenza in Viafarini. Sta sviluppando il suo lavoro con Fonderia Battaglia a Milano ed è impegnata nella produzione di nuove sculture per una mostra alla Galleria C, a Neuchâtel (visibile dal 30 aprile al 30 maggio 2020). Il dialogo prende in esame la poetica di Dumayet, il suo modo di fare arte con il minimo, il suo rapporto con i materiali, lo spazio e la natura, l’approccio tecnico e il lavoro sul vuoto.

Tu fai arte con il minimo dei materiali.
Non ho la necessità di decorare, di aggiungere altro o di ripetere ancora qualcosa. Vorrei mostrare una semplice idea. Ciò che è importante è “il minimo” per dire “il più” possibile – come sosteneva Ludwig Mies van der Rohe, oltre settant’anni fa! Richard Serra, Robert Morris, Carl André sono ovviamente alcuni dei miei riferimenti. Come loro lavoro sull’essenziale ma dando anche importanza alle emozioni.

Vorrei soffermarmi sul tuo rapporto con i materiali: mi chiedevo se ci fosse una caratteristica o una ragione in base alla quale li scegli.
Lasciami dire, anzitutto, che non ho un materiale preferito – anche se, non posso negarlo, nelle mie opere uso soprattutto il metallo. Il mio lavoro inizia con una ricerca istintiva ed empirica di materiali industriali e naturali che permettono di discutere la natura di ciò che ci viene dato da vedere e di sperimentare il mondo materiale in cui viviamo. Questa ricerca struttura la produzione delle mie sculture e installazioni. La mia scelta è più legata all’incontro che faccio con i materiali quando li trovo. Devo avere un contatto visivo per stimolare la mia ispirazione, ed esso può essere possibile in luoghi molto diversi: per strada, nei negozi di ferramenta, nei mercatini delle pulci, dai fiorai, nella foresta, in montagna o sulla sabbia di una spiaggia.

Léa Dumayet, Caresse. Via Farini Residency, Milano 2019. Photo credit Matteo Pastorio
Léa Dumayet, Caresse. Via Farini Residency, Milano 2019. Photo credit Matteo Pastorio

Che cosa cerchi in particolare?
Devo trovare qualcosa di molto strano o molto banale, perché so che mi piace opporli per creare un contrasto estremo tra di loro. Ritengo che qualsiasi materiale sia potenzialmente nobile e che l’ibridazione sia cruciale.
All’inizio, osservo e manipolo i materiali per comprendere meglio le loro caratteristiche – in particolare in termini di flessibilità, trasparenze, reazioni alla luce. Fondamentalmente, scoprire qualcosa rivela anche come apprezzarlo. A poco a poco, i materiali mi diventano familiari, fanno parte del mio vocabolario, della mia biblioteca di concetti e infine trovano un posto nello spazio.

Proviamo a considerare proprio lo spazio: come ti rapporti a esso e che importanza ha per il tuo lavoro?
Come scultrice, per me è importante mostrare la forza della presenza di una forma tridimensionale in un determinato spazio. Pertanto, l’architettura del luogo in cui esporrò è fondamentale nel mio processo di lavoro. La assorbo e rendo permeabile nello stesso modo in cui “gioco” con i miei materiali. A seconda dell’altezza di un soffitto, delle aperture delle finestre, della luce, degli angoli delle pareti, delle dimensioni delle stanze, le mie sculture e le installazioni si fondono nello spazio. Quindi, i materiali “vivono” grazie a un luogo, ma anche quest’ultimo diventa diverso grazie a essi. Con il mio intervento cerco di creare forme con il vuoto e anche di concretizzare il vuoto. Anche se sono molto determinata a confrontarmi con il grande formato, non cerco di imporre ma piuttosto di enfatizzare le specificità di un luogo e di risuonare con esso.

Una tua opera ha origine in una idea, in un progetto o nella scelta dei materiali e degli spazi?
Non ho mai avuto un progetto specifico ben definito o disegnato in anticipo nella mia mente, ma penso che tutto inizi dalla mia idea principale, che è quella di rendersi conto che la vita è appesa a un filo. Facciamo fronte alla violenza del nostro mondo, sopravviviamo, resistiamo. Sono interessata a mostrare questo problema di equilibrio. Ovviamente si tratta di un problema difficile da approfondire perché tocca il confine tra vita e morte. Ma la speranza prende il sopravvento nel mio processo di lavoro. La cosa più importante per me è che gli spettatori sentano la fragilità chiedendosi come possa “reggere” un’opera. I materiali che scelgo e lo spazio in cui li mostro mi permettono di concretizzare questa paura profonda in me, di esternarla.

Léa Dumayet. Photo Rebekka Deubner, 2019
Léa Dumayet. Photo Rebekka Deubner, 2019

Il tuo modo di lavorare rivela anche un approccio tecnico. La tecnica è alla base della pratica, anche se non necessariamente assume il ruolo di conoscenza: voglio dire, puoi fare qualcosa anche non sapendo come farlo. Quali potrebbero essere alcune delle caratteristiche del tuo modo di lavorare?
Molte persone mi chiedono: quali sono le tue tecniche? Rispondo sempre che non ho alcuna tecnica. Ma credo di capire cosa intendi: ovviamente anche la tecnica è una questione pratica. Ho bisogno di lavorare con le mie mani. Non ho una macchina, nessun attrezzo. Non saldo i metalli, non incollo i materiali tra di loro. Tutti gli elementi di aggancio rimangono visibili perché non nascondo il mio approccio al lavoro. Al contrario, voglio mostrare come intervengo e la pericolosità del lavoro che opero con i materiali che utilizzo.

Credo che questo sia visibile immediatamente nella struttura delle tue opere: nelle tensioni, nei contrappesi, le sospensioni che ottieni attraverso i materiali che usi.
Sono attenta ai pesi e ai punti di forza dei miei materiali. Li appendo per testarne la resistenza. Come uno scienziato esploro le possibilità fisiche. Li ascolto e gioco con le loro regole intrinseche. Piego il materiale per comprenderne i limiti e i possibili punti di rottura. Cerco di attivare e rivelare le loro potenzialità, per renderle autonome.

Spesso combinando due materiali – un ramo e un vetro, un mattone e una pietra, il rame e la corda – mostri anche che il tuo è un lavoro sul contatto.
Si tratta sempre di un incontro. Cose diverse possono essere messe in contatto. Un sottile filo di acciaio inossidabile è sospeso nell’aria su un grande ramo affrancato a una parete nello studio di Via Farini a Milano. Senza calcolare, ma istintivamente, ho cercato il punto di equilibrio, al millimetro, per tenerlo nello spazio. Non cade, come per magia vola. Penso che la sfida dell’equilibrio provochi delle risate. Mi piace quando sono sull’orlo della caduta, dello squilibrio. Corro l’eccitante rischio di spostare la gravità delle cose, per affinare la percezione dei visitatori nello spazio. Questa tensione nell’aria fa quasi venire le vertigini. Le mie sculture e installazioni sono spesso fragili, in equilibrio e oscillano tra leggerezza e peso, flessibilità e tensione. Gioco in questo paradosso, tra vulnerabilità e stabilità.

Il tuo approccio basato sul minimo delle cose, così come il tuo lavoro sul vuoto, sembrano essere entrambi legati al tuo interesse per la natura. Che cosa ne pensi?
Cerco di cogliere le possibilità del vuoto, di sentire la sua energia. Un vuoto fisico, forse anche metaforico. In effetti, nei miei lavori organico e industriale possono sposarsi creando qualcosa di simile a una conversazione “infra-sottile”. L’artificiale e il naturale si fondono proprio perché considero la natura come un’arte, poiché offre un diverso modo di trasfigurazione: uno spazio in cui apprezzo lavorare.

Davide Dal Sasso

http://leadumayet.com

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è membro di LabOnt, il Laboratorio di Ontologia fondato da Maurizio Ferraris, e sta ultimando il dottorato di ricerca in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino. Le sue ricerche vertono in particolare sulla ricomprensione filosofica del concettualismo, sul ruolo della rappresentazione nelle diverse forme d’arte, sulle nuove possibilità esperienziali offerte dalle arti contemporanee e sulla riconfigurazione del discorso filosofico su di esse. È l’ideatore del format di discussione interdisciplinare "Dialoghi di Estetica" e della omonima rubrica di filosofia e arte attiva dal 2012 su Artribune. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, Milano-Udine 2014).