Una ricognizione su alcuni dei principali temi che animano la ricerca artistica di Sophie Ko: le reazioni e le trasformazioni dei materiali, il rapporto con il tempo, la riconquista della forma e le tensioni che la alimentano.

Sophie Ko (Tbilisi, 1981) ha studiato nelle accademie di Tbilisi e Milano. Per realizzare le sue opere usa le ceneri ottenute da immagini bruciate e i pigmenti puri della pittura. La mutazione e l’instabilità dei materiali in relazione allo scorrere del tempo sono alcune delle costanti della sua poetica. Tra le sue ultime mostre personali si ricordano: Atti di resistenza in Materie, spazi, visioni (Building, Milano 2020), Geografie temporali (Galleria internazionale d’arte moderna di Ca’ Pesaro, Venezia, 2019), Sporgersi nella notte (Renata Fabbri arte contemporanea, Milano 2018; The Open Box, Milano 2018), Terra. Geografie temporali (Galleria de’ Foscherari, Bologna 2016), Silva Imaginum (Renata Fabbri Arte Contemporanea, Milano 2015), Solo Show (AplusB Contemporary Art, Brescia 2014). Ha vinto il Gran premio della Pittura al MAC di Lissone nel 2016.

Guardo le tue opere, qualcosa sfugge. La casualità fa la sua parte, certo. Ma con essa c’è anche un altro elemento che credo sia significativo, la reazione.
Non è poi mai del tutto così casuale quello che succede nelle mie opere. Credo di capire a che cosa ti riferisci. I materiali che uso reagiscono in qualche modo: quelli più pesanti cadono prima, la superficie si sfalda… La crepa che appare è una reazione. Ma i materiali reagiscono anche al mio intervento. Fino a un certo punto determino io sia i colori sia la forma dell’opera, se possa essere più o meno lacerata. Alla fine, però, sono le polveri a liberarsi nello spazio.

Da un punto di vista operativo, come lavori in rapporto alla reazione?
In qualche modo, mi confronto continuamente con la possibilità di controllare le cose e di lasciare che il caso intervenga per modificarle. In parte, è possibile innescare un processo. Ma come questo si svilupperà non è prevedibile. Quello che accade è piuttosto una sorta di epifania della materia attraverso il suo lento divenire.

Come si compie questa trasformazione?
Attraverso una metamorfosi. Una lenta lotta in cui si distrugge una forma e se ne crea una nuova, in un tempo che è del tutto autonomo rispetto alle mie volontà. E, forse, è persino altro rispetto a quello che condividiamo.

Sophie Ko, Geografia temporale. Il risveglio della terra, 2019, polline e pigmento puro, 31,5x25,5 cm. Courtesy Building Gallery, Milano
Sophie Ko, Geografia temporale. Il risveglio della terra, 2019, polline e pigmento puro, 31,5×25,5 cm. Courtesy Building Gallery, Milano

Il tempo della mutevolezza.
Può essere. La metamorfosi è considerabile come l’essenza più profonda nella relazione tra la nascita e la morte. La vita è continua trasformazione. Il nostro tentativo però è di fissare il tempo. Spesso cerchiamo di trattenere un momento per dargli un’altra durata. Questo accade anche con la forma nelle opere.

La pensi come una limitazione?
La pretesa di ottenere una forma formata, un risultato conclusivo, come spesso accade in arte, porta al suo più sterile irrigidimento. Quella pretesa avvicina la forma alla morte. Nella vita, però, non è possibile fermare niente. Tutto scorre, muta, prende continuamente direzioni diverse.

Che cosa c’è all’origine del tentativo di evitare l’inalterabilità della forma?
L’estrema paura che improvvisamente tutto possa crollare. Il timore che anche il più piccolo cambiamento possa essere un’allerta, il preavviso di una frana… Alla fine, si tratta della finitudine. Noi siamo fatti di tempo. Per sua natura il tempo forma in continuazione, solo con la morte si irrigidisce una forma. Il mio tentativo è di mettere in atto questo rapporto conflittuale fra il tempo e le forme formate. Il tempo non può che formare, plasmare in continuazione.

I materiali che usi nelle tue opere – i pigmenti, le ceneri, le componenti di origine organica – esprimono concretamente il tuo approccio.
Sono d’accordo con te. Il loro potenziale simbolico caratterizza ciascuna opera permettendomi di lavorare con il tempo sul flusso della vita e sulla caducità. Il tempo è un fattore importante: in un certo senso, è come se io fossi soltanto coautrice. Il tempo è la materia stessa nelle mie opere, si stratifica in esse. Per esempio, in una mia opera del ciclo Geografie temporali, le Albe e i risvegli, ho lavorato sulla possibilità di fare emergere da una luminosa superficie celeste lo sfondo, una campitura molto scura, lasciando che il tempo la porti alla luce. In quest’opera è possibile osservare sulla superficie il primo strato, i successivi si vedranno solo con il passare del tempo. La stessa stratificazione della pittura ma con un movimento inverso. Sulla superficie pittorica noi vediamo l’ultima pennellata, mentre nelle mie opere vediamo la prima e solo con il tempo viene a galla l’ultima “pennellata”. E tutti i chiaroscuri che si creano sono un lavoro del tempo, io ho semplicemente predisposto e previsto gli strati.

Sophie Ko, San Martino, 2018, terra, pigmento puro, farfalla. The Open Box, Milano
Sophie Ko, San Martino, 2018, terra, pigmento puro, farfalla. The Open Box, Milano

I cambiamenti avvengono nel tempo e nel tuo lavoro esso sembra anche una sorta di elemento di cura: nel tempo si creano fratture ma anche possibili modi per ricomporle.
La cosa che più ci angoscia del tempo è che nel suo scorrere non riusciamo a trattenerlo. Ciascun atto ci sfugge, anche se c’è stato e, forse, l’abbiamo vissuto. Nelle mie opere, trattandosi di fratture, abbiamo comunque delle tracce del tempo. Ogni crepa registra un cambiamento. Anziché una lotta contro il tempo sono interessata a seguirne le tracce. Dunque sì, sono d’accordo con te: è come se fosse una cura, un arricchimento reso possibile dalla stratificazione e dai segni delle ferite. In questo senso, lo considero anche come raccoglimento, come un modo per evitare la dispersione trattenendo i segni dei cambiamenti.

Che fine fa la forma in tutto questo?
È sempre riconquistata. Questo vale sia per i materiali, ne distruggo alcuni per averne altri – come accade con le ceneri – sia con le opere: muore una forma e ne nasce un’altra. Si tratta di un processo che si ripete con frequenza nelle mie attività. La riconquista della forma mostra anche qualcos’altro: se abbiamo cenere, è perché qualcosa è rimasto. Non tutto è andato distrutto. Forse anche questa è una reazione.

La riconquista della forma passa anche attraverso la ciclicità e la tensione. Aspetti che nelle tue opere risaltano attraverso la trasformazione di un materiale in un altro e il lavoro con elementi organici. Penso, per esempio, alla terra e al pigmento che hai usato per l’opera San Martino installata a The Open Box a Milano, primo atto della tua mostra Sporgersi nella notte.
San Martino era un’opera certamente caratterizzata dalle continue trasformazioni della terra; la terra è materia viva, la terra germoglia, respira e d’altra parte il pigmento non può che alterarsi una volta che è entrato in contatto con un materiale umido e metamorfico come la terra. Il sentiero, avendo una dimensione umana, permetteva o meglio alludeva al fatto che l’opera fosse percorribile, alla possibilità di stare dentro questa apertura, dentro questo gesto del santo.

Davide Dal Sasso

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).