Una Via Crucis di opere d’arte dentro una casa di Milano. E il curatore è un artista (l’intervista)
Fino al 20 novembre, negli ambienti domestici di Casa Gregotti, a Milano, Marcello Maloberti cura una mostra che accosta arte moderna e arte sacra in 14 tappe, ripercorrendo idealmente una Via Crucis. Ne parliamo con lui, affrontando anche la ricorrenza del tema del sacro all’interno del suo lavoro
Questa intervista nasce come appendice della mia tesi di laurea magistrale, dedicata alla rappresentazione della Crocifissione nell’arte contemporanea. Una delle opere affrontate all’interno della tesi era di Marcello Maloberti (Codogno, 1966), oggi appesa ad una parete di Casa Gregotti in occasione della mostra CAMPOSANTO. Per la prima volta, il progetto artistico MARTELLATE di Maloberti si apre all’attività curatoriale, selezionando opere d’arte moderna e d’arte sacra dalla collezione Gregotti e accostandole in 14 “stazioni” dislocate nelle stanze della casa, progettata dall’architetto Vittorio Gregotti per lo zio Quinto, imprenditore tessile alla guida della storica azienda novarese Bossi ma anche attento collezionista, in stretto contatto con artisti come Fernand Léger, Atanasio Soldati e Bruno Munari. È proprio sulla collezione da lui inaugurata, e poi portata avanti dalle generazioni successive, che – circa un anno fa – prende avvio la home gallery diretta dalla pronipote di Quinto, Maria Gregotti.
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Marcello Maloberti e la mostra CAMPOSANTO a Casa Gregotti
Il risultato dell’incontro tra Marcello Maloberti e Casa Gregotti è un dialogo che attraversa medium (dalla pittura alla scultura, dall’incisione al disegno) e secoli: improvvisamente un finissimo disegno di Gustav Klimt può condividere la parete – cornice contro cornice, a contatto! – con una silografia di Albrecht Dürer, così come l’Ulisse di Giorgio de Chirico e una Crocifissione settecentesca di Marco Alvise Pitteri. E poi Morandi, Boccioni, Martini, De Pisis, Modigliani, Wildt, Casorati, Savinio, Sironi… maestri dell’arte moderna che trovano nel confronto con il soggetto sacro (che sia all’interno o al di fuori delle loro opere) la possibilità di allargare una riflessione che non è più prettamente artistica, bensì eminentemente umana. Lo fa anche Marcello Maloberti, che da anni affronta il tema del sacro con l’originalità del linguaggio contemporaneo. Ne parliamo con lui.

Intervista a Marcello Maloberti
Partiamo dal tuo ultimo progetto, in cui non sei (solo) artista, ma curatore: com’è nata l’idea e la sinergia con Casa Gregotti?
Il progetto CAMPOSANTO è nato dal dialogo con Luca e Maria Gregotti che ho avuto la fortuna di conoscere negli ultimi anni, ampliandolo poi alla sua effettiva realizzazione grazie anche alla collaborazione di Raffaella Cortese. L’idea è stata quella di relazionarmi con il meraviglioso spazio di Casa Gregotti a partire dalla prestigiosa collezione della famiglia. Il mio ruolo in veste di curatore è nato naturalmente, senza forzature. NON FAR FARE ALLA ROSA QUELLO CHE LA ROSA NON VUOLE FARE. Avevo il privilegio di poter lavorare con opere dei più grandi maestri quali De Chirico, Morandi, Boccioni e tanti altri e per poterlo fare avevo bisogno di prendere una giusta distanza. Aver lavorato come curatore è stato come sviluppare una sfaccettatura differente del mio fare arte, in questo progetto la creazione di un nuovo immaginario viene data da un lavoro di selezione e accostamenti di opere. L’approccio è stato quello di creare un percorso all’interno di Casa Gregotti, suddiviso in quattordici stazioni, in riferimento alla Via Crucis, nel quale per ogni stazione un lavoro di arte moderna veniva associato a un’opera di arte sacra. Fare il curatore significa comunque creare un disegno. Per me i più grandi curatori sono i più grandi artisti e i più grandi artisti sono i più grandi curatori.
Nelle diverse tappe, le cornici dei dipinti, dei disegni e delle stampe si toccano, sembrano quasi baciarsi. Perché questa scelta di allestimento?
L’ECO DI UN BACIO. Questa scelta nasce proprio dalla volontà di creare una nuova visione, data dall’accostamento delle due opere selezionate per ogni stazione. Per scelta le due cornici, caratterizzate da forme e stili differenti, si toccano, creando così una relazione non solo visiva ma anche e soprattutto fisica. L’associazione delle due opere crea una nuova immagine, una nuova opera data dall’unione di due elementi differenti. Si tratta di un gesto semplice che arriva però in maniera frontale, diretta. Le opere, così installate, sembrano quasi due occhi, è come se loro stessero guardando il pubblico passante e non il contrario.
Il tema della Via Crucis era presente anche nella tua mostra Incipit nella sede milanese della Galleria Raffaella Cortese (2025), ma se allora era costituita di opere esclusivamente tue, questa volta ti confronti con il lavoro di altri artisti quali Dürer, Klimt, De Chirico, Modigliani, Martini, Morandi, Boccioni… Che cosa ha significato per te e per il tema che affronti?
Lavorare a questo progetto mi ha dato la possibilità di ampliare in maniera differente la mia ricerca legata alla tematica del sacro, è come se fosse una terza tappa di questo percorso. La prima è stata il progetto ad Albisola nello spazio di Raffaella Cortese con l’opera La Conversione di San Paolo, la seconda è stata la mostra INCIPIT, entrambe presentate nel 2025. L’immaginario religioso fa parte della nostra cultura, è insito in noi. In CAMPOSANTO mi interessava mostrare come questa tematica è stata rappresentata nel tempo da artisti che hanno avuto un ruolo decisivo nella storia dell’arte. Volevo creare un percorso quasi esperienziale per il pubblico, che attraversa lo spazio espositivo e ricerca, tramite i numeri che distinguono le differenti tappe, la stazione successiva.

Hai menzionato La Conversione di San Paolo, un’opera installativa che nella sua versione fotografica è esposta oggi a Casa Gregotti. Si tratta di un Crocifisso che – in modo pressocché inedito – dà le spalle allo spettatore. Perché questa scelta?
Mi interessa quel momento di sospensione in cui non sappiamo se stia andando via o se stia tornando. La finestra introduce una possibilità. La luce è una promessa, ma anche una domanda. DIMENTICANDO APPARE. Mi interessava creare una distanza. Il volto di Cristo non si concede immediatamente, si sottrae. In quella sottrazione nasce uno spazio di immaginazione e di desiderio, è lì che comincia la fede. La galleria diventa una chiesa laica, ma anche una soglia. Non sappiamo cosa stia guardando il Crocifisso. Non sappiamo se stia cercando una salvezza o se la stia indicando a noi oltre l’orizzonte. Mi interessa quando un’immagine smette di dare risposte e comincia a fare domande.
Perché hai scelto di utilizzare proprio il Crocifisso?
“La croce è il punto in cui la terra si solleva senza toccare il cielo e il cielo si abbassa senza mai farsi mondo” (Simone Weil citata da Giorgio Agamben in Quaderni Volume II 1981-1984).
Ad Albisola avevi installato il Crocifisso sollevato da terra. Per quale ragione?
Ho voluto che il Crocifisso fosse sollevato da terra perché è luogo intermedio, quello che non appartiene né al cielo né alla terra. È uno spazio di contemplazione. Forse è proprio lì che si trova la salvezza, in quell’equilibrio fragile tra il peso che ci trattiene e il desiderio di elevarci. Il Crocifisso porta con sé il peso del mondo, ma allo stesso tempo guarda oltre. Sollevarlo significava permettergli di attraversare lo spazio, di cercare una relazione con il mondo, qualcosa che non finisce. Un’apertura verso l’invisibile.
Il fatto che il Crocifisso sia voltato non permette il suo tradizionale rapporto con il pubblico. Nella tua intenzione c’era anche un ruolo attivo dello spettatore in un eventuale avvicinarsi alla scultura e provare a guardarne il volto, nonostante le difficoltà?
Dio non è ciò che si guarda, ma ciò che guarda attraverso il vuoto dell’attenzione.

L’iconografia religiosa (e in particolare cristiana) è centrale in diversi tuoi lavori. Da cosa nasce questo tuo interesse?
Sono cresciuto in una famiglia molto credente. MIA MADRE AL TELEFONO RISPONDE CON AMEN. La sacralità è entrata nel mio sguardo prima ancora che nelle parole, attraverso immagini, dipinti, presenze che mi hanno accompagnato fin da bambino, tra Caravaggio, Canova, Michelangelo. Il mio lavoro nasce anche da lì. Oggi continuo a cercare il sacro nel quotidiano. IL SACRO È RITROVARE MIA MADRE IN OGNI REALE, nei piccoli rituali, nelle apparizioni improvvise. Lo sguardo è stato educato da quelle iconografie e continua a portarne la traccia. D’altronde quella è la nostra origine: da lì parte tutto, da una LUCE, da una ferita, che non smette di chiamarci.
La parola “Dio” ricorre spesso nel tuo lavoro, e dalle tue poesie mi sembra che il tuo concetto di Dio non si limiti a quello cristiano, ma sia più vicino a una divinità immanente, fatta della stessa sostanza del mondo. Ti ci ritrovi?
INFINITAMENTE. Credo in un Dio che si rivela attraverso molte forze e molte apparizioni. La mia vocazione è cristiana, il mio sguardo è stato educato dalle immagini della tradizione cristiana, ma continuo a riconoscere il sacro anche fuori dalle sue forme. Rimango nella MERAVIGLIA. Mi interessa il momento in cui una luce, una persona, un animale, un paesaggio o una parola diventano improvvisamente più grandi di sé stessi. Forse Dio abita proprio lì, nell’attenzione che rivolgiamo al mondo. Non come una presenza che domina le cose dall’alto, ma come qualcosa che le attraversa e le illumina dall’interno. DIO È IL CONTROLUCE. Mi riconosco nella tradizione cristiana, ma allo stesso tempo sento che il divino eccede ogni definizione. Come scrive Agamben, il mistero non è qualcosa da risolvere ma una soglia da abitare. Cerco Dio nelle persone che incontro, nelle periferie, nelle madri, nelle stelle, nelle ferite, nei miracoli minimi del quotidiano. LA TERRA È IL TAVOLO DI DIO. Non penso a Dio come a una certezza. Penso a Dio come a una forza che attraversa il mondo.
Nell’opera Dio a batteria – esposta nella chiesa di San Carlo a Cremona nel 2025 – hai affrontato il tema della scomparsa di Dio. L’ambiguità della presenza-assenza del divino e del sacro è un tema che ti tocca da vicino?
Nel caso dell’opera DIO A BATTERIA, il lavoro consisteva in una parola, scritta da un bambino dalla grafia ancora incerta, che ricalcava la parola “DIO”. La scritta è stata poi realizzata in neon azzurro, gas naturale, il quale veniva alimentato da tre batterie da camion. La trasparenza del tubo non nascondeva nulla: il meccanismo era esposto, fragile, meccanico. La scritta rimaneva accesa, viva, finché la batteria non si scaricava. L’opera costituiva una soglia. Una soglia tra ciò che chiede silenzio e ciò che richiede manutenzione. DIO era sorvegliato da due metronotte, i quali in quale modo accudivano il lavoro, se ne prendevano cura. L’opera sosteneva una riflessione sulla necessità di sostenere e alimentare la propria sacralità.
Cosa c’è quando Dio non c’è?
Il mondo.
Alberto Villa
Milano // fino al 20 novembre
CAMPOSANTO
CASA GREGOTTI – Via Bonaventura Cavalieri 8
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