Dialoghi di Estetica. Parola a Giovanni Matteucci

Il pendolo dei “Dialoghi di Estetica” proposti dal LabOnt di Torino torna alla sua oscillazione filosofica. Questa settimana, infatti, risponde alle domande di Davide Dal Sasso il docente Giovanni Matteucci. Il quale propone, fra l’altro, di parlare di “campo” e non di “mondo” dell’arte. Le ragioni le trovate di seguito.

Giovanni Matteucci

Recentemente nelle tue ricerche ti sei soffermato sulla natura della componente conoscitiva della creatività, orientandoti verso una possibile definizione del sapere estetico. Tornando alla teoria dei vincoli presentata dal filosofo norvegese Jon Elster (2004), hai indicato una alternativa per affrontare i vincoli fondanti la creatività, designandoli come costituenti di un sapere estetico disposizionale e incarnato in un habitus storico-sociale. Trovi che il passaggio “dall’estetica del cercare all’estetica del trovare”, interno al quale potremmo dire che aisthesis e disposizione all’agire si fanno tutt’uno, sia corrisposto anche dall’evoluzione dell’arte nella contemporaneità? E, se è così, in quali aree di produzione creativa in particolare?
Il passaggio che sottolinei – dall’estetica del cercare all’estetica del trovare – è stato elaborato seguendo sollecitazioni che provengono direttamente dalle esperienze contemporanee dell’arte. Mi sembra che esprima efficacemente una trasformazione che ha subito la concezione della creatività nel corso dell’ultimo secolo. A un’idea secondo la quale chi crea va autonomamente e liberamente in cerca di materiali di cui disporre con dominio assoluto per renderli veicolo della propria ispirazione, è subentrata tendenzialmente un’idea di creazione che tiene in massimo conto i vincoli posti non solo dal contesto “linguistico” della creazione, ma anche dal materiale medesimo. La creazione articola la correlazione antropologica che vede nel soggetto l’intreccio di attività e passività. In tal senso, come la percezione, l’aisthesis, è più che ricezione passiva, così creare è un imbattersi in una configurazione che emerge nel farsi dell’opera. La dimensione performativa – in termini più compromessi, se si vuole: spettacolare e spettacolarizzata – che è sempre più accentuata nelle pratiche artistiche contemporanee (due casi emblematici: il passaggio dalla pittura alla videoarte e quello dalla scultura all’installazione) mi sembra che testimoni appunto questa metamorfosi della creatività.

Giovanni Matteucci - L'artificio estetico
Giovanni Matteucci – L’artificio estetico

Hai sottolineato la possibilità di contraddire la concezione “radicalmente soggettivistica della razionalità” difesa da Elster, aprendo almeno a due direzioni: l’indagine dei vincoli intesi come elementi cardine della tessitura razionale dell’opera, dedicando quindi particolare attenzione a quelli estranei alla soggettività, definibili come  “vincoli  operativi di campo”; e la definizione del sapere estetico in termini di “sapere come”. Sarebbe corretto ritenere che in questo modo tenti di ridefinire quello che potremmo chiamare “campo di azione”, in cui l’arte da una parte e l’estetica dall’altra determinano nuove possibilità di intervento e relazione nel mondo esterno?
Il punto è, per me, la soglia sulla quale si situano i processi in cui si articola l’esperienza. Ritengo, cioè, che per descrivere l’esperienza sia necessario tener conto delle complesse interazioni tra fattori tra loro differenti, e talvolta rispondenti a “logiche” reciprocamente incongruenti, ma che pure co-agiscono nella determinazione di fenomeni ed eventi. Ad esempio, nella domanda precedente veniva ricordata la nozione, che ha radici nel pragmatismo e in Bourdieu, di habitus: è una nozione che esprime quanto della soggettività sia determinazione obiettiva, e che dunque impedisce di pensare il soggetto come posizione assoluta. Ecco: il soggetto si trasforma così in un vettore di campo, che è determinato e insieme contribuisce a determinare. L’estetico è una maniera particolare in cui si organizza questa soglia esperienziale; ha la particolarità di rendere eclatante il fatto che il nostro sapere di qualcosa è anzitutto, o presume, un sapere sul modo in cui si sta in rapporto con questo qualcosa: nella prassi percettiva, in quella configurativa, in quella comprensiva… “Sapere estetico come prassi antropologica” è appunto la definizione da cui sono partito nella mia ultima monografia.

Giovanni Matteucci
Giovanni Matteucci

Considerando le tue tesi riguardo al sapere estetico, potremmo arguire che venga gradualmente delineata quella che forse potremmo definire come “estetica relazionale”? Se non è così, ritieni comunque possibile una convergenza o un’apertura in quella direzione teorica?
La mia risposta non può che essere affermativa. Anzi, la mia formazione è avvenuta all’interno di una scuola filosofica segnata profondamente dalla lezione della fenomenologia e del criticismo, in cui il concetto di relazione è posto alla base della descrizione dell’esperienza e della ragione. “Estetica relazionale” è, per me, quasi una definizione tautologica. Ciò detto, occorre però che la relazione, o la rete di relazioni, venga pazientemente indagata. Credo, cioè, che parlare di estetica relazionale indichi un programma di lavoro, piuttosto che una posizione di principio.

Durante una conferenza che si è tenuta in occasione di Dialoghi di Estetica II al Castello di Rivoli, a giugno dello scorso anno, hai avanzato la proposta di sostituire al concetto di “mondo dell’arte” quello di “campo dell’arte”, mostrando anche una possibile corrispondenza con il campo di forze e di vettori seguendo la concezione scientifica della fisica. Ti chiederei un breve approfondimento, esattamente in merito al concetto di ‘campo’ e a questa possibile sostituzione.
In un recente saggio apparso sulla Rivista di estetica mi sono soffermato proprio su questa alternativa tra mondo e campo, e ho creduto di poter evidenziare alcune differenze di fondo che ho riassunto così. Un mondo dell’arte – si pensi a come lo concepiscono le teorie istituzionali – si struttura attraverso una decisione teorica che assume la funzione di un decreto sui flussi di ingresso. Per ciascun nuovo mondo dell’arte, resta decisivo il fatto che è una tale decisione teorica a costituirne l’apriori. Il mondo dell’arte prevede, dunque, un apriori normativo, che può sì essere considerato storico, ma che resta tuttavia sempre formale. Non è marginale, credo, che le teorie istituzionali dell’arte siano quelle più sconsolatamente allineate al cognitivismo in tema di teoria della percezione.

Giovanni Matteucci, Il sapere estetico come prassi antropologica
Giovanni Matteucci, Il sapere estetico come prassi antropologica

Un campo artistico, al contrario, è costantemente esposto alla ricompaginazione in virtù del sapere estetico che vi si esprime come prassi antropologica e come esercizio concreto di un habitus. Il suo apriori è storico-materiale e ha carattere regolativo anziché normativo. Vivendo di processi sempre dinamicamente interattivi, il campo artistico è infatti l’istituirsi di un ambito regolato che sussiste e si incarna nelle modalità in cui viene declinata, plasmata, la correlazione tra l’ambiente e un organismo peculiare – l’uomo – che agisce di necessità anche quando effettua i più elementari atti percettivi.
Seguendo l’idea fisica di campo, si può dire che sappiamo qualcosa di un campo nella misura in cui analizziamo il comportamento interattivo dei fenomeni che si verificano al suo interno. Quindi, se posso sempre confondere il “mondo” con una porzione di esso, esponendomi al pericolo della definizione essenzialista che sclerotizza un fenomeno e lo rende paradigmatico per l’intera dimensione, il campo appare per principio indefinibile da qualunque suo singolo e isolato vettore. Mentre poi il concetto di mondo obbedisce tendenzialmente alla logica dell’esclusività, quello di campo è congenitamente inclusivo: l’interattività non esclude de iure alcun vettore. Inoltre, se all’interno di un mondo sembra che si possa occupare qualsiasi posizione che si sceglie una volta che si sia riusciti a entrarvi, nello spazio d’azione di un campo si occupano solo le posizioni che sono permesse dalle linee di forza che lo innervano con intensità digradante, sicché in periferia ci sarà sempre un’instabile osmosi tra “dentro” e “fuori”, fino a configurare situazioni ove l’appartenenza al campo appare una questione effettivamente indecidibile.
Il mondo è uno spazio continuo che ha vincoli solo ai propri margini, in virtù di frontiere che ne regolano l’accesso; il campo è uno spazio discreto e densamente vincolato, senza sostanziali delimitazioni in ingresso.

Davide Dal Sasso

labont.it

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).