Architetto, artista e attivatore di progettualità sociali. Maurizio Cilli ha curato diversi progetti volti alla riqualificazione dello spazio urbano e a favorire l’indagine sulle possibilità di produzione e condivisione culturale. È lui il protagonista di luglio della rubrica mensile “Dialoghi di Estetica”.

Tra i fondatori nel 1993 del collettivo Città Svelata, Maurizio Cilli indaga i fenomeni di trasformazione dei territori antropizzati e urbani e le risorse dello spazio pubblico. Alcuni dei suoi scritti sono disponibili online sul sito dell’associazione culturale cheFare, mentre qui trovate la sua lunga intervista a Elisa Sighicelli. Da settembre 2019 è titolare del corso di Metodologia del progetto presso lo IED di Torino. È co-curatore con Stefano Mirti del progetto Bottom Up! Festival dell’architettura di Torino 2020. Tra i suoi ultimi progetti vi sono senza casa, senza cosa?, restituito in formato di libro pubblicato con boîte editions, e Albedo, rituale di nuovo inizio, attuato all’alba del 21 giugno 2020.
Il dialogo affronta alcuni aspetti della pratica artistica di Cilli: l’interesse per la variabilità e le relazioni umane, la riuscita dell’opera, il ruolo delle regole e le possibilità narrative.

Maurizio Cilli, senza casa, senza cosa?, particolare, Triennale di Milano, 2018. Photo Fannidada
Maurizio Cilli, senza casa, senza cosa?, particolare, Triennale di Milano, 2018. Photo Fannidada

L’INTERVISTA CON MAURIZIO CILLI

Dalle esperienze urbane della seconda metà degli Anni Novanta – penso in particolare a città svelata – ai progetti più recenti, la tua risulta essere una pratica di conoscenza basata sulla variabilità dei contesti e sulle possibilità offerte dalle relazioni umane.
L’interpretazione delle specificità dei contesti è un aspetto ricorrente nel mio lavoro. Un esercizio con il quale ricerco la natura al principio di ogni luogo e situazione sulle quali fondare una possibile prefigurazione. Per anni ho lavorato nell’ambito dell’urbanistica, ho costruito case e analizzato spazi urbani. Poi, circa vent’anni fa, ho riconosciuto possibile un cambio di direzione del linguaggio. Le esperienze con città svelata si sono rivelate, in questo senso, seminali per la mia ricerca e per le mie attività successive. Definirei quella fase una proficua riprogrammazione rivolta all’estensione dei linguaggi a mia disposizione, verso discipline e teorie del progetto non strettamente legate all’urbanistica e all’architettura.

Dove ti ha portato questo nuovo programma di lavoro?
Ho realizzato, per gradi, con il tempo, la consapevolezza di poter fare un “salto a lato”, dall’architettura ai diversi linguaggi a nutrimento dell’arte. Un cambiamento ai miei occhi suggestivo, non privo di incognite e per molti versi doloroso, che ha richiesto una buona dose di coraggio. Abbandonata l’idea di uno studio di progettazione stabile e di fare architettura in modo tradizionale, ho coltivato la possibilità di lavorare in un modo diverso sull’esperienza e l’interpretazione delle realtà urbane. Guardare al progetto come una progressiva approssimazione di un insieme di dispositivi di innesco: azioni e segni anche transitori e immateriali capaci di agire sulle vocazioni che orientano la configurazione e l’uso degli spazi. Ammettere fra le qualità del progetto un grado di apertura tale da poter essere rinegoziabile e andare incontro all’attitudine desiderante e le relazioni al principio dell’abitare.

Nonostante le attività che la alimentano siano diverse – la condivisione e realizzazione di progetti, l’archiviazione di frammenti narrativi, l’indagine sugli spazi urbani e sulla ritualità, la riflessione sull’abitare – nella tua pratica artistica risaltano dei riferimenti ricorrenti. Penso, per esempio, al rapporto tra realtà e finzione, al senso degli smarrimenti e dei ritrovamenti, alla bellezza delle cose quotidiane.
Riconosco tutte queste componenti ma non sempre però riesco a vederle in modo così nitido. Mi interrogo continuamente sul mio lavoro e sui significati che produce. Se considero plausibile definirmi anche un’artista visivo, il risultato della mia poetica, le mie “cose” per intenderci, sfuggono le logiche più comuni del mercato. Disattendono completamente i principi della ripetibilità dell’opera, per appartenere a un dominio di irregolarità radicale dove “l’opera” si manifesta come il condensato di un’unità difficile di un processo di elaborazione critica. Questo pone diverse questioni per nulla facili, figlie di una difficile riconoscibilità e scarsa legittimazione che producono un costante stato di precarietà. Questo può rappresentare un limite ma anche una preziosa opportunità.

Maurizio Cilli, La pietra di Pianpicollo Selvatico, Pianpicollo Research Recidency, 2018. Photo dell'artista
Maurizio Cilli, La pietra di Pianpicollo Selvatico, Pianpicollo Research Recidency, 2018. Photo dell’artista

Non è il risultato quello che conta, ma il modo in cui puoi arrivarci. Però, l’opera è comunque un esito importante: qualcosa, alla fine, viene elaborato.
Che l’opera non sia il fuoco, non esclude la sua centralità, quanto piuttosto l’attribuzione di un significato di densificazione del processo. In ogni caso sono d’accordo con te, la grana, la sostanza percepita della restituzione hanno un’importanza decisiva. Sono le tracce depositate di un percorso, la trama e l’ordito di relazioni e dell’insieme dei riferimenti generativi. Penso, ad esempio, al mio progetto per l’installazione réécrire le Palais Ideal. In questo riconosco proprio il maggior grado di gratificazione della mia ricerca.

Qual è l’aspetto che ti interessa di più in questo modo di lavorare?
Vivo l’opera come l’incanto di un Dono generato in assenza di un percorso preordinato: ciò che mi trovo tra le mani dopo numerosi passaggi di approssimazione, avanti e indietro, da un lato a un altro, provando e riprovando. Con modalità indiziaria seguo traiettorie in direzione di ciò che stimola la mia curiosità ossessiva: pietre in cui inciampo e fili in cui resto impigliato. Può essere d’esempio l’impianto complessivo del progetto l’oro di Pianpicollo Selvatico, nato nell’incontro con la beata “età dell’oro”, fatta di gioco e di pensieri lievi, di un gruppo di bambini molto piccoli della scuola per l’infanzia di Levice. Esperienza che amo definire “bere educatamente del tè immaginario”. Registrare nei loro sguardi, nelle loro parole, ciò che la loro immaginazione potenziata rende visibile, luoghi ed esseri estranei, liminari, metamorfici che avverto provenire dal prima. Qualcosa di simile a un’energia tellurica che appartiene alle visioni silenti di uno spazio e di un tempo segreto in attesa di occasioni di rinascita. Un “magma” nel quale risiedono i fondamenti dell’essere umani. Come dire che non mi sveglio al mattino e vado a comprare il blu convinto di sapere cosa fare. Al blu arrivo perché ci sono stati prima mesi di bianco e il dubbio di altri colori.

Dall’energia tellurica… ai colori. Proviamo a chiarire questi aspetti.
Isolata una traccia, riconosciuto un certo riferimento, tendo a concentrarmi sulle connessioni e gli sviluppi possibili con altro. La mia curiosità è sempre il volano. Se l’arte risiede lì dove si ha la capacità di misurarsi con l’invisibile, c’è qualcosa che possiamo ricercare e cogliere nelle relazioni sin dentro le cose.

Maurizio Cilli, La pietra di Pianpicollo Selvatico, Pianpicollo Research Recidency, 2018. Costumi del rituale di posa della Pietra, con Melina Benedetto. Photo Giulia Nomis
Maurizio Cilli, La pietra di Pianpicollo Selvatico, Pianpicollo Research Recidency, 2018. Costumi del rituale di posa della Pietra, con Melina Benedetto. Photo Giulia Nomis

La variabilità, le esperienze e le possibilità relazionali non interferiscono con l’organizzazione che caratterizza la tua attività artistica. I tuoi sono progetti ordinati con cura, hanno una struttura…
L’imprevisto e la possibilità sono la chiave. Certo, ci sono ordine e organizzazione, ma anche conflitto e avversione per un eccessivo controllo che impone di non lasciare che le forme possano configurarsi anche autonomamente. Penso ad esempio ad Albedo o all’installazione per la mostra 999 domande sull’abitare contemporaneo, dove il timore di finire in rovina e l’idea del fallimento personale svelano significati universali oggi ben più presenti di quanto non si pensi. Questo senso di disagio profondo appariva proprio nel momento in cui invitavo a leggere, all’ingresso dell’installazione, il breve prologo della storia dell’ing S. Un semplice dispositivo sulla soglia dell’installazione che apriva un terreno comune di dialogo suggestivo e delicato con il pubblico.

Questo conflitto tra autonomia poetica e ordine è anche alla base del progetto senza casa, senza cosa?.
L’abitare ha significati inconsci: pensa all’idea di trovarsi un giorno seduti su una panchina senza le chiavi di una casa. Da un lato è stato necessario cercare di esorcizzare la paura, dall’altro di sviluppare e condividere una riflessione sul significato profondo di perdere la casa e tutto il paesaggio di cose nel quale abitiamo. Un esercizio che mi ha fatto riflettere sul profondo legame che abbiamo con gli spazi e gli oggetti. Ci sopravvivono. Dunque, è probabile che noi apparteniamo a essi e non il contrario. L’ordine proviene anche dal mondo.

Per svolgere le tue attività, dalla scelta degli oggetti che spesso collezioni alle narrazioni che sviluppi, credo che le regole per fare arte in un modo o in un altro siano decisive.
Sì è così: il mio sguardo sugli oggetti del progetto senza casa, senza cosa? era principalmente tassonomico. Ho scelto e collezionato gli oggetti che S. ha perduto perseguendo un obiettivo classificatorio. La possibilità di superare questo approccio si è presentata grazie alla preziosa collaborazione e al confronto con Giulia Nomis. Le sue fotografie stranianti mostrano quanto gli oggetti conservino un portato di memorie e narrazioni proprie. L’eccezione spesso è la regola e si tratta di poter giocare con giochi le cui regole apparentemente non ci sono, perché sono da scoprire.

Allo stesso tempo, per te è importante conservare le possibilità narrative. Vale a dire: raccontare qualcosa attraverso i processi che attivi e che rendono possibili i tuoi progetti, e incentivare narrazioni con essi.
Le lecture con le quali propongo l’universo di riferimenti dei miei lavori sono il dispositivo attraverso il quale cerco di trasferire, più che un semplice racconto dei fatti, la narratività dei significati. Ciò che mi interessa è produrre l’intensità di una sospensione reticente che premia la riflessione di chi ascolta.

– Davide Dal Sasso

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AutoreMaurizio Cilli
CuratoreMaurizio Cilli
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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).