Alessandro Sciaraffa. Intervista all’artista che unisce poesia, suono e tecnologia

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Parte dal suono la ricerca di Alessandro Sciaraffa, ma tocca anche le potenzialità del linguaggio tecnologico, la dimensione dell’ordine e quella della percezione. Ne abbiamo parlato con lui

Alessandro Sciaraffa (Torino, 1976) ha studiato architettura, musica elettronica e sound design. Vincitore della nona edizione di Italian Council (2020), è tra i fondatori del collettivo di musica sperimentale WHYOFF. Incentrata sul suono e sulle molteplici relazioni tra materia spazio e tempo, la sua ricerca artistica trova espressione nelle performance e nella elaborazione di installazioni e sculture sonore. Tra le sue mostre personali si segnalano: Sinfonia, GAM ‒Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino (2021); Aurora, Ground Moscow, Mosca (2019); The Winter Symphony, Museo Ermitage, San Pietroburgo (2019); De Umbris Idearum, Complesso Monumentale di San Severo al Pendino, Napoli (2019); Cosmonautica, Castello di Costigliole d’Asti (2019); Between a Dusk and a Dawn there is an Eclipse, Galerie Mazzoli, Berlino (2017); Fontanella, Galerie Italienne, Parigi (2016); I Lunatici parlano alla luna, Galleria Giorgio Persano, Torino (2014); Greater Torino, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino (2013); VITRINE, GAM ‒ Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino (2012); Ti porto il mare, Fondazione Merz, Torino (2011).
Il dialogo che segue porta alla luce alcuni aspetti della poetica di Sciaraffa: il ruolo dell’ordine, l’indagine sulla vita, la possibilità di affinare la sensibilità, l’influenza della poesia.

INTERVISTA AD ALESSANDRO SCIARAFFA

Quella che stai coltivando da anni è certamente una ricerca sul suono. Ma, considerandola con la dovuta attenzione, risulta profondamente influenzata dal tuo interesse per la variabilità che naturalmente caratterizza gli accadimenti e i processi della realtà. Per questo, la penso essenzialmente come una indagine sulla vita. Così, una eventuale forma di discordanza nel tuo lavoro risulta invece un percorso unitario sviluppato nel tempo.
La chiave di lettura sta proprio lì, in quel percorso unitario che stai vedendo. C’è una idea molto diffusa secondo la quale un artista deve avere un profilo ben riconoscibile in base ai mezzi che usa e alle tecniche che può fare proprie. Ma quella stessa idea ci mostra anche che il lavoro artistico può rivelarsi una gabbia. A me è sempre interessato individuare alcune traiettorie e provare a seguirle andando da una parte all’altra dello spettro delle possibilità operative. Sono d’accordo con te, questo mio modo di lavorare rivela una continuità poiché con il tempo si vede che tutte quelle cose che sembravano disordinate risultano invece unite. Si riconosce che ciascuna è una tappa legata immancabilmente alle altre. Ma considera anche un dettaglio: il tempo per me non è esattamente lineare. Perché sono interessato alla possibilità di andare continuamente avanti e indietro. Muovendomi in questo modo, cerco di sviluppare un unico grande discorso.

Attraverso tentativi, avanzamenti e retrocessioni, smontaggi e rimontaggi, tu lavori seguendo comunque un ordine. Si tratta di un risultato che raggiungi a un certo punto della tua attività o è presente fin dal principio?
L’ordine c’è da subito. Ma la questione è naturalmente complicata. Un conto è quello che puoi avere in mente, un altro è quello che sarà necessario fare per avvicinarti a quel qualcosa e per renderlo condivisibile con gli altri. L’arte è qualcosa che non si fa solo per sé stessi.

Nonostante lo si identifichi con il rigore, l’ordine è anche adattabilità. Lo si può ottenere con un moto che non è necessariamente unidirezionale. Vale a dire: per andare da uno a sei ci sono più modi.
È come dici. Infatti si può ottenere un ordine anche dopo aver lavorato nel completo disordine. Per me significa muovermi velocemente e riconoscere solo dopo i passaggi che ho fatto. Per esempio, nella elaborazione dell’opera potrei benissimo andare da due a sei e poi, solo successivamente, tornare a quattro e cinque…

Alessandro Sciaraffa, Ti porto il mare, 2011, installazione sonora, particolare. Photo Laura Cantarella. Courtesy l’artista e Galleria Giorgio Persano
Alessandro Sciaraffa, Ti porto il mare, 2011, installazione sonora, particolare. Photo Laura Cantarella. Courtesy l’artista e Galleria Giorgio Persano

VITA, SUONO E MATERIA SECONDO SCIARAFFA

In questo modo di lavorare mi sembra possibile riconoscere ancora meglio il tuo profondo interesse per la vita, la vera essenza della tua indagine sul suono.
Potrei descriverti questa logica abbozzando una immagine: noi siamo delle note all’interno di una melodia, che è la vita. Se ci consideriamo come note, possiamo riconoscere che ci muoviamo all’interno di questa melodia assumendo forme diverse. La nota è qualcosa di speciale. Sta nel presente, contiene il suo passato, anticipa il futuro. Se estrapoli una nota al di fuori della melodia, è solo una nota. Ma se la inserisci all’interno della melodia quella diventa qualcosa di molto più grande.

La possibilità di entrare in sintonia con ciò che abbiamo intorno spesso la traduci in una indagine sui quattro elementi primigeni (aria, acqua, terra, fuoco).
Sono elementi che ci appartengono. Sono convinto che il senso stesso della ricerca stia anche nella possibilità di riuscire a tornare a essi – nonostante, spesso, non ce ne rendiamo neppure conto. Il rapporto con la tecnologia traduce in gran parte questa condizione. Perché è muta, si accompagna all’uomo e quando se ne aggiunge una nuova si possono scoprire ancora meglio le relazioni che possiamo avere con gli altri esseri viventi, con il pianeta.

Una tua opera, Belltower, esprime con nettezza questa tua idea della tecnologia come modo per ritornare all’umano e stabilire nuove relazioni.
La tecnologia è uno strumento. Permette di raggiungere esiti possibili, ma da sola è insufficiente. Belltower nasce dall’idea di lavorare su una parete vibrante. Il primo riferimento è stato il metallo che, percosso, emette un suono, come le campane. L’idea della scultura ha gradualmente preso forma attraverso la composizione di una parete di lastre di ottone che vengono percosse da un robot che segue un ordine stabilito da un algoritmo euclideo. Ossia, una organizzazione dei ritmi che continua a rinnovarsi. Il risultato sono i moti delle vibrazioni che derivano dai suoni emessi da ciascuna delle lastre percosse ritmicamente.

Prima, quando dicevi che la tecnologia è insufficiente, sembrava ti riferissi implicitamente a qualcos’altro che non può mancare perché vi sia arte.
In parte sì. Consideriamo ancora Belltower: la scultura non è il materiale che vedi in azione e che viene percosso. Piuttosto essa è lì, nello spazio che occupano le vibrazioni che provengono dalle lastre. La scultura si palesa attraverso di esse, senza limitarsi a ciò che possiamo vedere o toccare. Quello che vedi è la macchina, quello che senti è la scultura.

Alessandro Sciaraffa, Sinfonia, installazione immersiva. GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino 2021 Courtesy GAM, Torino. Photo Alessandro Muner
Alessandro Sciaraffa, Sinfonia, installazione immersiva. GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino 2021 Courtesy GAM, Torino. Photo Alessandro Muner

IL RUOLO DELLA POESIA E DELLA SENSIBILITÀ

In questa dimensione metafisica dell’opera sembra possibile riconoscere anche uno spazio per la poesia.
In qualche modo l’arte dà l’opportunità di esprimere l’inesprimibile con un linguaggio diverso rispetto a quello che possiamo ottenere con l’uso delle parole. Ci sono naturalmente i poeti, nel senso più tradizionale del termine, che hanno il vantaggio di poter esplorare entrambi gli ambiti. La poesia è altissima. Perché è scrittura e segno, è puro sentimento e perché ha anche un codice molto chiaro, che è quello dell’alfabeto. Ma la poesia, quella che ti innalza e che ti fa perdere, nasconde sempre qualcos’altro. Funziona perché è musicale, anche se la leggi nella testa. Prima di tutto la devi leggere, poi la puoi rendere esprimibile attraverso la voce, tornando così alla musicalità.

Offrendo una esperienza sonora e una visiva, Sinfonia – l’opera esposta alla Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino in occasione della tua personale curata da Sara d’Alessandro Manozzo – ci permette di considerare in un’altra prospettiva la relazione tra suono e vita.
Da sempre indago le profondità del suono, arrivando anche alla non udibilità. Il lavoro consiste poi nel trasformarle in sculture e installazioni che consentano di sentire e condividere le vibrazioni. Quelle due esperienze che citi si basano su onde diverse, sonore e luminose. Il mio interesse per l’udibile e il visibile mi ha spinto a considerare un fenomeno atavico come quello delle aurore boreali proprio perché consentono di porre attenzione a una polarità: al mutamento di posizione degli assi, al cambiamento delle frequenze.

Sembra tu stia descrivendo qualcosa che potremmo chiamare ‘estensione delle nostre relazioni sensibili’, ossia qualcosa che avviene quando possiamo fare esperienze che ci permettono – come accade con le tue opere – di affinare la nostra sensibilità.
Torniamo un attimo sulla nota (come vedi ci stiamo spostando nel tempo, eppure ritroviamo la medesima questione). La nota è tale ma si rivela essere più importante se riferita al suo intorno. Il nostro essere note è naturalmente un invito a riuscire in qualche modo a entrare in sintonia con il mondo e con la natura. Chi lo accoglie potrà danzare, fare teatro, suonare… L’arte richiede di essere vissuta. Farlo significa affinare la percezione, cogliere tensioni e mutamenti. Si tratta di poter uscire allo scoperto. L’essere umano ha voluto prendersi cura della poesia da tempi immemori per dare spazio alle possibilità di traduzioni di suoni in segni. Il primo gesto era quello di mettere in luce o in ombra la voce per mezzo della scrittura. Per poi affidarle nuovamente la sua espressione. Un processo che naturalmente implica di trovarci anche a dover fare i conti con un improvviso imbarazzo.

IL FARE NELL’ARTE DI SCIARAFFA

L’imbarazzo consiste nell’ammettere la possibilità di scoprirsi. Una condizione profondamente legata alla poesia poiché rende manifesti numerosi aspetti che ci riguardano in quanto esseri umani.
Sì, hai ragione. È per questo che alcuni non la vivono neppure per un istante. Dici bene, che vi è già poesia. Ma sono tutte cose sopite. Il tentativo è allora quello di provare a smuoverle, di riuscire a farle uscire alla luce.

La poesia non può essere ridotta alla sola scrittura. Voglio dire, le tue opere mostrano che c’è continuamente un riferimento al fare…
La considero una questione di simbiosi. Nelle nostre relazioni con il mondo e quello che possiamo incontrare in esso siamo costantemente influenzati dalla mutabilità. Le opere richiedono di rifinire la nostra capacità di essere complici. Il suono, in fondo, è la vita. È la riorganizzazione delle forme, la continua trasformazione dei viventi, l’insieme delle possibilità che si presentano. Sono tutte manifestazioni della vita. Una via per avvicinarsi a quella simbiosi potrebbe essere quella di riuscire a mettersi in una posizione particolare: trovarsi a lavorare al di là del fare. Pensa a che cosa succederebbe se si potesse fare crescere un fiore su Marte. Dovremmo ripensare un po’ tutto quanto. Proprio perché non si tratterebbe più di coltivare l’inutilità, ma di riuscire ad andare oltre il fare stesso.

Davide Dal Sasso

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).