Artista votata alla sperimentazione, Cleo Fariselli racconta la sua poetica. Fra esperienza e musica.

Dopo gli studi di teatro, Cleo Fariselli (Cesenatico, 1982) si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera nel 2007, completando in seguito la sua formazione facendo diverse esperienze con altri artisti tra i quali Jimmie Durham, Liliana Moro, Rirkrit Tiravanija e The Otholit Group. La sua poetica, orientata dalla sperimentazione e dalla scelta di lavorare sulla sintesi tra pensiero ed esperienza, trova espressione in diversi modi di fare arte. Le sue opere sono state esposte a Palazzo Reale a Milano, alla Biennale di Praga, al Museo Pecci di Prato, a Palazzo Fortuny di Venezia. Di recente ha presentato la sua opera Dancing nella sede torinese di Almanac. In questo dialogo abbiamo affrontato alcuni dei temi che animano il suo lavoro: le possibilità espressive, la fertilità creativa, il rapporto tra presenza ed esperienza, la disposizione e la musicalità.

Per realizzare le tue opere usi mezzi espressivi diversi: fotografia, installazioni, video, scultura… Come descriveresti la libertà operativa che alimenta le tue attività?
Sento di poter dire che gli unici limiti che riconosco al mio lavoro, oltre a quelli di fattibilità pratica o economica, sono i confini del mio pensiero. Autorizzando me stessa a questa libertà, credo di avere un effetto liberante anche sul prossimo. Detto ciò, la libertà è impossibile senza dei riferimenti che la definiscono come tale. Per potersi lasciare andare al sorprendente, all’inaspettato, sono necessari dei presupposti. Quindi me li creo. Molte delle mie opere creano contesti nei quali so di poter lasciarmi andare completamente. Per scendere negli abissi sono necessari degli strumenti e un’adeguata preparazione, come sanno bene i sub.

Torniamo in superficie. Proviamo a considerare le possibilità della fruizione.
Le opere si radicano nell’esperienza e a loro volta generano esperienze. Attraverso di esse è possibile favorire pensiero, emozioni, meraviglia… è un atto di condivisione. L’opera è anche un ottimo strumento per sollecitare la fertilità creativa: se da una parte quest’ultima rende possibile la creazione, dall’altra l’opera stessa può innescarla nel fruitore.

Cleo Fariselli. Photo Giorgio Guidi
Cleo Fariselli. Photo Giorgio Guidi

Le tue opere esprimono anche la tua necessità di mantenere una giusta distanza da esse o, forse, una giusta presenza in esse.
È una questione fondamentale. Intendo la presenza in stretto rapporto alla esperienza. Sono infatti interessata sia a ciò che può sperimentare il pubblico sia alle mie esperienze. Ma la presenza non riguarda solo questi due poli, principalmente perché ce n’è un terzo: l’opera. Come autrice, in certi frangenti, quest’ultima implica anche una mia assenza. Così, cerco accuratamente di dosare la mia presenza in funzione di una esaltazione della qualità della presenza dell’opera.

Come spiegheresti questa scelta di “dosare la presenza”?
La vedo come una forma di responsabilità dell’autore. Credo che un artista abbia naturalmente un rapporto delicato con il proprio ego. Nel momento in cui rende pubblica la sua opera, in qualche maniera si rivolge agli altri, agli spettatori. Condividere parte di sé, le proprie emozioni o esperienze, non vuol dire però essere sempre presenti: sono convinta che l’autore debba anche fare un passo indietro, debba togliersi dalla scena. Questo per me può avvenire in vari modi. Anziché celebrarla, la mia individualità è uno strumento per permettere ad altri di esplorare la propria. Io a un certo punto mi tolgo e cerco di fare sì che un’altra persona possa vivere il più possibile la sua presenza.

Quale potrebbe essere il senso di fare arte?
In parte, assaporare le inspiegabilità del pensiero. Credo che l’arte permetta di fare questo: dare forma a materiale che non è verbalizzabile.

Come ti rapporti con questo materiale originario?
Dipende. Il mio primo approccio è essere ricettiva. Quando mi imbatto in qualcosa che trovo interessante, che provenga da dentro o da fuori di me, inizio a desiderare di divulgarla. Succede anche che il lavoro nasca dal desiderio di rispondere ad altre opere. Per esempio, vedo alcuni dipinti, li osservo. Mi accorgo di non essere d’accordo con le soluzioni che propongono, così mi dico: bene, io farei così. E lo faccio. In altri casi seguo un iter più progettuale. Per Dancing, ad esempio, volevo creare una mirrorball da discoteca con dei cocci di specchi sporgenti dalla struttura della sfera, rendendola complessa e pericolosa, e così ho fatto.

Cleo Fariselli, Senza titolo (fianco), 2019. Photo Silvia Mangosio e Luca Vianello
Cleo Fariselli, Senza titolo (fianco), 2019. Photo Silvia Mangosio e Luca Vianello

Per arrivare a stabilizzare la sua forma, hai però fatto diverse scelte.
Certo, durante la realizzazione ho preso anche strade diverse da quelle che pensavo di percorrere; la materia risponde, e bisogna ascoltare quello che dice. Questo è fondamentale se si vuole far vivere un’idea. Per esempio, nonostante l’opera rimandi alla sala da ballo, era importante per me mantenere il silenzio. Volevo che si collocasse tra dimensioni diverse, tenendole tutte egualmente vive, e nutrendosi delle risonanze delle une nelle altre. Mi interessava che lo spazio rimanesse bianco, che l’oggetto fosse installato a una altezza tale da risultare il nucleo della stanza, ed essere valutato sia come oggetto scultoreo, realizzato con un uso ‘crudo’ dei materiali, sia come oggetto di intrattenimento ed evocatore di mistero.

Tuttavia, anche se in questa occasione hai scelto il silenzio, nelle tue opere è presente una sorta di musicalità, benché non sempre manifesta.
Sono legata alla musica, l’ho studiata e ho coltivato il mio approccio musicale. È sicuramente una parte importante di me che si esprime anche nel mio lavoro, come hai notato. La penso in stretto rapporto a una disposizione d’animo.

La tua opera Me as a star del 2008 è un ottimo esempio di riflessione sulla disposizione. 
È un lavoro emblematico per me, in cui la distanza è decisiva e la relazione con lo spettatore è basata su quella che tu chiami “disposizione”. Si tratta di un autoritratto sotto forma di star, stella, in cui danzo forsennatamente, addobbata di materiali rifrangenti, a una distanza tale dalla videocamera da apparire come un lumicino sfrigolante all’orizzonte. La mia posizione nel paesaggio e il punto di vista sono elementi essenziali. Il protagonismo di essere abbigliata in un modo così sfarzoso, mentre mi scateno nel ballo, è ridimensionato e contestualizzato dal rapporto con l’ambiente, che “ritara” le misure. Fare arte è frutto di una pulsione energetica, di una creatività luminosa. C’è un fuoco che alimenta la pratica artistica. Ma questo non deve sopraffare il visitatore che deve riuscire a viverla liberamente attraverso la propria energia.

Davide Dal Sasso

www.cleofariselli.com

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).