Dialoghi di Estetica. Parola ad Angela Vettese

Quarto appuntamento con i “Dialoghi di Estetica”, la rubrica in partnership fra il LabOnt e Artribune. Per la prima intervista del 2013, a essere interrogata è Angela Vettese.

Angela Vettese

Specchi, ombrelli, tappeti, caramelle, aspirapolveri, cappotti, sedie, libri, scarpe… Tutti oggetti che conosciamo bene, ma che in certi casi sono diventati anche opere: è possibile che oggi l’arte non abbia più niente di straordinario?
Le teorie sull’arte più condivise nel passato la definivano come imitazione della natura. Nella versione più attuale, che resta quella di Aristotele, “della natura nella sua maniera di operare”, cioè nei suoi metodi più che nei suoi risultati. Questa forza mimetica si è espressa con ogni mezzo, dal graffito rupestre a quella fotografia che Baudelaire criticò con ardore come inadatta a essere definita arte. Dal 1912 è scoppiata la rivoluzione dell’anti-tecnologia, parallelamente all’inizio della sua invasione: alcuni artisti hanno iniziato a comporre le loro opere ritornando a un bricolage quasi primitivo, figlio ribelle della tecnica.
Dai collage cubisti alla ruota di bicicletta di Duchamp (1913) ai Rilievi di Tatlin fatti di corda e cartone (1913) ai polimaterici futuristi (1914) fino alle proto-performance: le serate futuriste e dadaiste, un tipo specifico di assemblage in cui è incluso il tempo e a volte il corpo dell’artista. Come anello di congiunzione tra le due cose pensiamo a Kurt Schwitters che declama i suoi poemi fonetici mentre compone quadri-collage e, con il Merzbau apre le porte anche all’arte ambientale.
Come vedete, sono tutte pratiche che possiamo ricondurre a un secolo fa. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, se non il fatto che ora questo “si fa con tutto”, questo modo di presentare invece che rappresentare, questa nuova fisicità dell’opera, sono diventati un canone e non stanno perdendo il loro afflato antiaccademico e rivoluzionario. Il mutamento è nato in concomitanza con il nuovo ruolo che gli oggetti hanno assunto dopo la rivoluzione industriale, così come la riconsiderazione a cui quest’ultima ci ha spinto riguardo alla nostra corporeità e agli ambienti in cui viviamo. Già questo indica come non sia stato un cambiamento capriccioso, privo di legami con la storia. Al contrario, esso testimonia un momento di svolta traumatica nel modo di vivere la quotidianità ma anche di pensare la vita.

Angela Vettese – Si fa con tutto

Nei tuoi libri tracci un quadro dello sviluppo dell’arte avvenuto nel secolo scorso individuando tre momenti salienti: al primo, quello delle avanguardie, segue quello delle poetiche espressive del secondo dopoguerra, il terzo è quello attuale. Possiamo dire che questa terza fase sia contraddistinta in particolare dalla svolta concettuale dell’arte, che sembra peraltro consolidare quelle “inclinazioni ricorrenti” da lei rintracciate nel Novecento?
Il termine ‘concettuale’ è il più abusato e sovente incompreso della storia dell’arte recente. Leonardo diceva che il disegno “è cosa mentale” e non credo ci sia stato artista che non abbia avocato al proprio lavoro un elemento di meditazione. Se si intende con questa parola ciò ch si definì nelle parole di chi lo ha usato più consapevolmente, da Sol LeWitt a Joseph Kosuth, dovremmo dire che l’attitudine concettuale prevede una scissione tra chi progetta e chi realizza il lavoro (cioè la decadenza della manualità) e la fine, a questa connessa, di una concezione per la quale dalla mano dell’artista passa all’opera una temperatura emotiva e un contenuto autobiografico. Se è a questo che si pensa, non credo che l’arte di oggi possa essere definita concettuale, e non penso nemmeno che il termine si attagli a gran parte dell’arte non-emotiva e non-manuale: a prima vista è facile credere a Lucy Lippard quando parla di de-materializzazione dell’oggetto artistico.
A un’osservazione più attenta, vediamo che artisti come Bruce Nauman o Alighero Boetti non hanno abbandonato l’idea di opera come manufatto, come testimonianza dell’homo faber (anche se spesso hanno demandato l’esecuzione ad altri) e nemmeno quello di opera come testimonianza iconica, come immagine, come erede di una tradizione millenaria e specifica che caratterizza l’uomo in quanto attratto dalla visualità. Nella casa, nella religione, nel nostro corpo, abbiamo bisogno di immettere alte dosi di informazioni visive. Discipline diverse come l’antropologia, le neuroscienze, la storia materiale, la psicologia della percezione, si stanno finalmente alleando per darci qualche spiegazione in proposito.

La Ruota di bicicletta di Marcel Duchamp – 1913 (1951)

I quesiti sull’arte portano spesso a interrogarsi sul suo stretto rapporto con la finzione. Tuttavia se, come indicato nei tuoi libri, consideriamo “partecipazione”, “bricolage” e “relazionalità”, potremmo forse riscontrare un possibile slittamento dell’arte in direzione della realtà. Quanto contribuisce l’arte contemporanea a possibili riflessioni sul nostro mondo e la nostra realtà sociale (anziché su mondi di finzione possibile, come avviene nelle arti classiche, dalla pittura passando per il teatro e la danza fino al cinema)?
Ho sempre pensato all’arte come a un ambito della filosofia, cioè come un modo di riflettere sulla vita attraverso modalità non verbali. L’arte e la vita non sono la stessa cosa e il volerle sovrapporre è un retaggio del pensiero romantico che estetizzava la vita, cioè l’operazione inversa rispetto al banalizzare l’arte. Oggi numerosi artisti tendono a coinvolgere lo spettatore, interpretando in modi differenti l’interattività sempre maggiore di ogni comunicazione: pensiamo alla trasformazione che sta subendo la televisione, che è in crisi d’identità proprio perché, nata unidirezionale e impositiva, sotto la pressione di Internet deve adattarsi al dialogo con il pubblico.
Ma se l’opera si adagiasse sulla realtà senza sublimarla, se si appoggiasse ai fatti senza cercare di diventarne una metafora, non avrebbe un gran senso. La capsula di economia collettiva e autogestita, fondata sui valori della decrescita e della sostenibilità, che Rene Gabri e Ayreen Anastas hanno portato a Documenta, ha avuto valore soprattutto in quanto segno ed esempio, non certo in quanto evento reale, così limitato nel tempo e incorniciato dentro una situazione protetta. Se dovessimo considerare nella loro componente prettamente reale e politica, più che metaforica ed esemplificativa, certe azioni di Thomas Hirshhorn o di Andrea Zittel.
Il fatto è che sono poesia e non politica diretta, proprio come ai tempi di Verdi. Penso anche che non sia necessario che un’opera abbia un contenuto politico in modo esplicito per parlare del mondo e forse anche per cambiarlo: hanno un valore di denuncia e di proposta anche alcune opere pop, da Andy Warhol a Murakami. Non sono mai stata partigiana di un movimento o di un modo di fare arte. E’ l’evoluzione stessa del suo linguaggio che a me impedisce qualsiasi dogmatismo. In questa totale apertura trova pienamente posto anche ciò che lei definisce “arti classiche”: la pittura ha un grande senso sociale se è intelligente. E non è l’unica depositaria della finzione, semplicemente perché tutta l’arte che trovo interessante parla nella forma del “come se”, dell’ipotesi, di una immaginazione agganciata alla realtà ma non sovrapponibile a essa. Come ogni forma di pensiero.

Banksy

Sempre più spesso artisti, teorici e pubblico criticano aspramente il mondo dell’arte, connotandolo come sistema elitario. Un artista, Banksy, ha dichiarato in più occasioni che sarebbe ora di reagire a questo sistema. Oggi l’arte può essere ancora critica alle istituzioni? E, secondo te, l’arte contemporanea è davvero riservata solo a pochi eletti?
Non credo che un ragazzo di successo planetario come Banksy possa permettersi di criticare un sistema con cui lui stesso sta giocando. Dopotutto sta usando una strategia molto nota nell’ambito dell’alta visibilità, quella del nascondimento. Non ci fa vedere il suo viso ma è ben lontano dal rinunciare a una qualche identità di autore e anche al giochetto “costo dunque valgo”. Un caso più interessante, anche se piuttosto fallimentare, di critica al sistema è quello degli hacker veramente anonimi. Ma quanti sono disposti a rinunciare alla propria dose di fama e di denaro?
Quanto all’arte che critica le istituzioni, studiata e riverita nel contesto di riviste e università eminenti, non supera ma si affianca al sistema. A modo suo, anch’essa fa parte di un meccanismo commerciale che è diventato sempre più imperativo, impositivo, irreparabilmente selettivo per esempio in termini di nazioni: un artista che non sia protetto da almeno due o tre gallerie che operino negli Stati più ricchi, non ha speranze di entrare nel circolo di coloro la cui opera rappresenta, per il collezionista, un investimento economico. Questo tipo di elitarismo è prevedibile, contamina i musei, uniforma e globalizza le proposte, fa diventare i curatori dei megafoni delle gallerie più potenti, giacché solo queste sono in grado di sostenere i prezzi di produzione di un’opera anche in ambiti che si propongono come alternativi al mercato.
Ciò detto, cambiamo pagina. In un senso completamente diverso, trovo normale che l’arte contemporanea sia una faccenda per pochi: è fatta per chi la elegge a propria amica del cuore e poi la studia, la segue, le fa omaggio delle proprie vacanze. Se io andassi allo stadio in curva ed esprimessi un’opinione, sarebbe giusto che mi cacciassero a pedate: non so uno straccio di regola e sugli spalti c’è chi vive di calcio. L’arte si merita almeno la stessa dose di attenzione, conoscenza, passione che la gente dà al proprio sport preferito.

Angela Vettese – L’arte contemporanea

Condividendo la riflessione del filosofo britannico Nigel Warburton, anche tu ritieni che forse sarebbe meglio evitare di impegnarsi nel tentativo di definire cosa sia l’arte. Tuttavia il problema si pone di continuo: non tutti sono artisti e non qualsiasi cosa può essere un’opera d’arte. Siamo certi di poter mettere da parte tale mira filosofica?
In linea di massima condivido gli sforzi fatti da Arthur Danto, George Dickie, Howard Becker tra gli altri, verso una cosiddetta teoria istituzionale dell’arte: sono i musei, le riviste, le mostre, i libri, le università, insomma i momenti istituzionali maggiori, a distribuire (ma anche a togliere) la patente di “arte”. Capisco che si possa avere nostalgia per una definizione più vicina alla metafisica (è arte ciò che ci mostra l’essere) o alla biologia (è arte ciò che sublima il nostro processo di adattamento e sopravvivenza in quanto umani). Io stessa so di contraddirmi rispetto a un completo relativismo, dal momento che nelle risposte precedenti ho accennato all’arte come al regno del “come se” (mimesi e ipotesi) e come processo di pensiero non verbale. Amo la lettura di McLuhan per cui l’arte precorre le reazioni ai mutamenti tecnologici e ai modi di vivere e che questi introducono. Sono affascinata dall’impostazione di Focillon e di Kubler per cui l’arte descrive le forme della vita e ci consegna una memoria del tempo sotto forma di oggetti, segni, problemi risolti attraverso forme. Sono convinta, a questo proposito, che non si debba avere paura della parola “forma” come se equivalesse a “formalismo”.
Ma detto questo, sono anche convinta che ciò che oggi consideriamo arte domani sarà scordato; e molte delle cose che ora non riteniamo arte, saranno recuperate. E la storia dell’arte, con la sua mutevolezza, con il suo includere ed escludere tipologie di manufatti, con il suo fare salire e scendere la fama non solo di piccoli contemporanei, ma anche di grandi del passato come Lotto o Piero, mi sembra che lo confermi. Scriviamo il passato in relazione a ciò che conta nel nostro presente.

Davide Dal Sasso

labont.it

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).