Essere lo strumento della fotografia (e non il contrario). Intervista all’artista Alice Pedroletti 

Per l’artista Alice Pedroletti, protagonista del nuovo appuntamento di Dialoghi di Estetica, la fotografia è un territorio in continuo cambiamento. Ne parliamo in questa intervista

Artista multidisciplinare, Alice Pedroletti pone al centro delle sue ricerche temi quali l’ambiente, la geografia, l’architettura, la geopolitica. La sua poetica trova espressione nell’uso di più mezzi: installazioni, scultura, fotografia, l’archiviazione come pratica artistica e metodologia di lavoro. Pedroletti ha lavorato come fotografa commerciale per quindici anni occupandosi principalmente di musica, corporate, design, documentari e lavori editoriali. È stata docente di fotografia presso l’Istituto Europeo di Design di Milano e ha anche lavorato nei campi della gestione, dell’organizzazione e della leadership, dell’istruzione e della cultura. Nel 2015, come artista-curatrice, ha fondato ATRII Open Archive. Successivamente, insieme al curatore Eugenio Martino Nesi, ha fondato “Associazione ATRII”, un progetto culturale ospitato all’interno della Cittadella degli Archivi (Archivio del Comune di Milano). Dal 2018 fa parte della Temporal School of Experimental Geography (UK/ES) e Rabbit Island (USA), reti di artisti focalizzate su pratiche artistiche etiche e sperimentali riguardanti questioni ambientali e di sostenibilità, geografia, territori e comunità. Nel 2020 Pedroletti ha vinto il programma Italian Council (IXa edizione) del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. In questo dialogo vengono introdotti alcuni dei temi alla base della poetica di Pedroletti: il rapporto con la fotografia e la variabilità, il ruolo dell’archivio, la centralità del dubbio, la concretezza della fotografia, la precarietà dell’esistente.

Intervista ad Alice Pedroletti

Pur ammettendo che la riuscita di un’opera d’arte sia dovuta al conseguimento di un ordine, un equilibrio che potremmo dire la renderà quello che sarà una volta conclusa, spesso nelle tue si coglie il ruolo di quel repentino disallineamento che può ridirezionare gli accadimenti, l’accenno a qualcosa che può comunque andare fuori rotta.
Capisco a che cosa ti riferisci, anche se penso si tratti sostanzialmente di una questione di controllo. La tensione tra i due poli, allineare e disallineare, la conosco bene. È radicata da tempo nella mia pratica e credo abbia origine nel mio rapporto con la fotografia. La questione era già all’orizzonte nel lavoro svolto nel 2013 per la mia mostra Frigido, curata da Cristina Baldacci e tenutasi presso la Sala Carroponte dei Frigoriferi Milanesi. Un lavoro di due anni in cui ho costantemente cercato di perdere il controllo, pur provando a mantenerlo. L’obiettivo era ribaltare i ruoli: ossia, riuscire a diventare io lo strumento della fotografia anziché continuare a servirmene. Dopo tanti anni, trascorsi a lavorare in ambito commerciale, avevo perso il contatto con la ricerca che dovrebbe sempre essere alla base di una disciplina artistica. Mi stavo allontanando, non sentivo più di avere spazio e passione: tutto si era inesorabilmente raffreddato. Prendere congedo da legami così profondi, anche quanto esclusivamente professionali o tecnici, è tutt’altro che facile; il prezzo credo sia proprio un continuo andirivieni tra tentativi di allineamento e momenti in cui quell’esito non è altro che una chimera.

Alice Pedroletti, FRIGIDO (Astrazioni - Frammenti di negativi all’infinito), Scultura di telai fotografici, Installation view per Caserma Archeologica, 2019; Courtesy of the Artist
Alice Pedroletti, FRIGIDO (Astrazioni – Frammenti di negativi all’infinito), Scultura di telai fotografici, Installation view per Caserma Archeologica, 2019; Courtesy of the Artist

Da dove trae origine la tua scelta di ribaltare i ruoli?
Principalmente, dal deteriorarsi del mio rapporto con la fotografia. Frigido nasceva come risposta a una saturazione: come se il mio “hard disk emotivo”, quello dello spazio dei ricordi, si fosse riempito e io non sapessi come ottenerne altro. Si trattava di una saturazione immateriale ma altrettanto dello spazio fisico dell’archivio: di pellicole, diapositive, stampe e provini; ai quali si sono poi aggiunti i giga e i terabyte su cd e hard disk. Non ero più allineata alla disciplina che la fotografia offre e impone, anche nella sua conservazione. Mi sono allora domandata come rompere tutto quell’ordine, per fare spazio e creare una nuova pratica. Il primo passo è stato la reazione alla fotografia, al suo diventare rigidità e schematismo, ma anche una forma da aprire, da cambiare ed espandere, per contrastare il freddo che sentivo. Mi sono opposta a uno o più automatismi cercando di lasciare le strade già percorse per trovarne altre. È a quel punto che ho avuto bisogno di invertire la rotta e affrontare tutta una serie di quesiti per capire le ragioni di quell’immenso congelamento.

E in quella fase è entrato in scena l’archivio.
Esatto. Con tutte quelle domande ho iniziato a smontare e a mettere in discussione un po’ tutto e credo sia lì che l’archivio è diventato decisivo per me. Proprio perché mi sono domandata che cosa stessi accumulando, che cosa stessi mettendo da parte, che cosa stessi facendo e che significato c’era in relazione al futuro e alle tecnologie che ci stavano affiancando. A quale ripetizione ricorrevo, anche nella conservazione degli oggetti fotografici, e che significato aveva il reiterarsi di ogni singolo gesto. Tecnicamente avevo imparato a fare una cosa, sempre nello stesso modo variando solo all’interno di un repertorio dettato da precise regole di lavoro offerte ma anche imposte dalla fotografia, ma sentivo anche l’urgenza di interrompere quell’andamento ed espandere i gesti alla realtà che esisteva fuori dal rettangolo dell’inquadratura.

Se dovessi individuare la questione prioritaria, quella che ti ha mossa verso questa direzione, a che cosa ti riferiresti?
Immediatamente al dubbio. Mi è chiaro. Soprattutto perché sono stata molto influenzata dalle poetiche di fotografi che erano abili maestri nel mettere continuamente in discussione tutto. Penso in particolare a Luigi Ghirri e a Franco Vaccari che mettevano in dubbio lo sguardo fotografico, la tecnica fotografica, il mezzo fotografico, il pensiero fotografico; entrambi hanno mostrato che il mezzo può essere lo strumento di rottura per accedere a un’altra idea di fotografia.

Iniziavo dai disallineamenti perché, guardando il tuo lavoro, in più occasioni ho avuto l’impressione che quella tensione trovi una sintesi in qualcosa che proverei a chiamare l’‘impareggiabile’: il porsi di limiti che possono anche diventare possibilità, ma che richiedono comunque ancora altro lavoro per riuscire nell’impresa. Alla base di questo processo credo vi sia il tuo conferire valore a ciò che poi sarà l’oggetto della tua ricerca.
Sì, non siamo tanto lontani da quello che accade. Ma per me si tratta anche di lasciare che il lavoro possa andare avanti nutrendolo di continue scosse per verificarne a più riprese la stabilità. “Impareggiabile”, per me, è forse una parola fin troppo positiva: perché non restituisce la natura di una “ricerca in debito”. In fondo, però, la trovo anche una parola avvicinabile, specialmente se penso all’archivio: probabilmente proprio perché si tratta di un rapporto basato, come dici tu, sul conferimento del valore.

Come la spiegheresti questa associazione all’archivio?
Su di me l’archivio – e con questa parola intendo anche quelli già esistenti, istituzionali o artistici – determina sempre l’inizio di una fascinazione. Non mi interessa guardare che cosa vi sia dentro, piuttosto mi attira la sua natura di dispositivo apparentemente statico; tengo le distanze dalle sue forme e dai contenuti: un po’ lo temo perché è un oggetto di potere politico e sociale. Proprio per questo, considerandone i funzionamenti, mi rendo conto che sia la questione del valore a primeggiare. Forse l’impareggiabile rivela anche quella parte di me, ancora molto bambina, che spesso mi fa pensare all’archivio come a un caleidoscopio, quel dispositivo al quale dedicare tempo e scoprire sempre qualcosa di nuovo in modo più giocoso, per aprire la strada, invece, a questioni decisamente più serie e fondamentali.

Difatti, sarebbe piuttosto limitante intendere l’archivio solo come un deposito o una forma del tempo perduto pretenziosamente recuperabile mediante i suoi usi.
Sono d’accordo. La situazione in cui mi trovo da sempre con l’archivio è simile a quella in cui compri alcune cose e le tieni da parte e poi un giorno ti ricordi che le hai comprate e le vai a riprendere. Così facendo, scopri che in quel momento hanno però un significato diverso rispetto a quello che avevano quando le avevi comprate. L’importante è sempre come mostri o racconti quello che trovi o ritrovi al suo interno. Per esempio, i punti di vista che mi ricordano la fotografia.

Nella gran parte dei casi – penso a tue opere in cui sviluppi le possibilità offerte dall’archivio per renderlo funzionale ai tuoi progetti (Go with the Flow), ma altrettanto ad altre nelle quali ti esprimi con la fotografia (4ever) o con la scultura (Study for a Sculpture) – risalta che a te non interessi tanto la possibilità di ritrovare, quanto piuttosto che quello che offri possa diventare un lascito.
Sono convinta che in questo vi sia il tratto umano dell’essere artisti, che trapela perché all’origine vi è principalmente la paura del dopo: ossia, del far sì che il dopo abbia un senso nonostante quella che sarà una inesorabile assenza. Si tratta di fare i conti con l’evidenza che noi passiamo, siamo in transizione: io durante questa transizione faccio delle cose e produco degli oggetti, nel farlo ho anche la presunzione di creare delle cose che poi dopo di me in teoria resteranno per altre persone. Ma essendo un’artista, quelle che faccio non sono cose spendibili su vasta scala, che quindi chiunque può utilizzare; sono semmai cose molto specifiche, fruibili in modo particolare nel momento in cui ti metti lì e le guardi. L’arte è per tutti, ma non a tutti interessa possederla.

Alla possibilità di essere tu lo strumento della fotografia corrisponde anche la tua scelta di farne risaltare la materialità anziché il ruolo dell’immagine entro una cornice.
Con l’andare degli anni per me la fotografia è diventata sempre di più un appunto visivo, perché chiaramente pur amando scrivere, faccio prima con le immagini. Ma anche questo modo di lavorare poi è cambiato, proprio perché ho iniziato a sentire troppo stretta anche la cornice. Gradualmente mi sono trovata a portare alla luce la condizione materiale della fotografia ammettendo che non possa essere solo il suo contenuto. Piuttosto, la intendo come un insieme di elementi che concretamente si incontrano permettendo di ottenere determinati risultati. Una mia opera, Metro, mostra molto bene questa condizione: si tratta di sequenze di fotografie collegate l’una all’altra e che possono essere allestite su parete – come metri lineari di immagine davanti alle quali muoversi – oppure come una scultura, procedendo per estrazione centrale dalle sequenze di immagini dal rotolo che le raccoglie: dei coni o delle stalagmiti da osservare “all’infinito”. L’opera consiste infatti nella possibilità di dare un corpo e un colore al tempo, ma soprattutto in quella di stabilire un legame tra le persone, essendo basata su un sistema di misurazione (il metro).

La precarietà dell’esistente, sulla quale riflettevi prima, è altrettanto palesata dai materiali.
Assolutamente. Ma, in generale, nel caso dell’arte credo si tratti di una presunzione originaria, molto bella ma anche molto pericolosa se non ci si pone il problema del perché si fa qualcosa e che cosa succede dopo averlo fatto. Le ragioni della fruibilità delle opere sono certamente anche radicate nei loro corpi materiali, nelle possibilità di riproducibilità e riattivazione che permettono di condividerle. Parallelamente, ogni volta mi accorgo che riflettendo su questa consapevolezza si stabiliscono anche i limiti del discorso che si prova a fare.

Quasi come se si trattasse di ottenere nuovi disallineamenti, sempre a partire dall’impareggiabile.
Forse va così per via di quel disallineare, o meglio proprio per l’impareggiabile, che a lungo andare è diventato il motivo per continuare a spostarmi. Voglio dire, è sempre una questione di movimenti che generano altri movimenti. Per esempio, se sei un fotografo e butti via un foglio di negativi te ne ricorderai a vita; sarà una vera condanna non una liberazione, perché alla fine conservi comunque nei tuoi ricordi una traccia di qualcosa che non hai salvato o stampato. Un movimento che ne crea un altro…

Davide Dal Sasso

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Davide Dal Sasso

Davide Dal Sasso

Davide Dal Sasso è ricercatore (RTD-A) in estetica presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca. Le sue ricerche sono incentrate su quattro soggetti principali: il rapporto tra filosofia estetica e arti contemporanee, l’essenza delle pratiche artistiche, la natura del catalogo…

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