Dialoghi di Estetica. Parola ad Andrea Baldini

Andrea Baldini insegna estetica e teorie dell’arte alla Nanjing University in Cina. Le sue ricerche vertono sui temi dell’apprezzamento, del valore e della definizione delle arti. Tenendo quale principale riferimento il suo recente libro “A Philosophy Guide to Street Art and the Law”, pubblicato da Brill nel 2018, il dialogo affronta i seguenti temi: il rapporto tra filosofia e Street Art, le differenze e i legami con l’arte pubblica, gli obiettivi conseguibili sul piano dell’indagine estetica, i profondi legami dell’arte con le sfere pubblica e politica.

Fra32, Blackbook. Photo Paolo Terzi
Fra32, Blackbook. Photo Paolo Terzi

Gli studi sulle diverse pratiche artistiche in estetica e filosofia dell’arte sono numerosi. Alcuni – penso, per esempio, a quelli sulla pittura e sulle rappresentazioni visive – offrono importanti risorse teoriche per affrontare le trasformazioni delle arti. Perché la Street Art dovrebbe essere un oggetto di interesse per la ricerca filosofica?
Per iniziare a rispondere vorrei soffermarmi su due questioni in particolare, entrambe legate a quello che per me è un tema fondamentale: la dimensione pubblica dell’arte. La Street Art è una forma di arte pubblica. Da qui deriva la prima questione: nell’arte pubblica si ha in modo saliente ed essenziale un contesto di ricezione che non è specialistico. La ricezione dell’arte pubblica non avviene infatti all’interno del mondo dell’arte. La seconda questione (profondamente legata alla prima) riguarda il valore. Quando facciamo esperienza della pittura o di forme di arte tradizionale, siamo soliti fare riferimento a determinati valori. Con l’arte pubblica le cose vanno diversamente: abbiamo l’apertura all’uso, alla riflessione politica sociale comunitaria ecc. dell’opera – e ciascuno di questi tratti le appartiene, è intrinseco a essa. Non è qualcosa che è aggiunto in seguito. Il valore non è dunque legato alle tradizionali gerarchie che permettono di spiegare le altre forme d’arte. Per queste ragioni non penso che la Street Art sia una forma di pittura. Semmai, la intendo in stretta relazione con lo spazio.

Soffermiamoci su quest’ultimo tema.
Una indagine filosofica può prendere in esame fenomeni diversi. La filosofia mira a fare chiarezza, ad affrontare la complessità al fine di provare a offrire una risposta che sia il più possibile chiara e coerente. Spesso lo sviluppo della ricerca può anche essere determinato da un ragionamento sulle resistenze e le possibilità dell’oggetto di indagine. Lo spazio pubblico moderno è prima di tutto considerabile come uno spazio di difficoltà del vivibile. Una filosofia che si incarica di indagare la Street Art, a mio modo di vedere, non può che affrontare questi temi.

La riflessione sulla dimensione pubblica dell’arte si fa dunque tutt’uno con quella sulle possibilità della sua produzione e ricezione.
Assolutamente sì. Ma prima di essere un problema sulla possibilità di fare arte – o, come si dice spesso, di fare dei graffiti – si tratta di esaminare azioni e possibilità che appartengono alla vita quotidiana. Lo spazio pubblico può essere limitato da significative dinamiche politiche. Per esempio, in contesti come Pisa e altre città italiane e non solo, la possibilità di sedersi davanti a casa propria oggi è anche oggetto di restrizioni messe in atto per evitare il potenziale degrado pubblico. La filosofia non mira dunque a offrire risposte solo su questi temi, poiché essi rimandano alle questioni della società, delle relazioni umane, della sfera pubblica. In una parola, aprono alla politica.

Andrea Baldini
Andrea Baldini

Come si inserisce la riflessione sulla politica?
Esaminare la Street Art permette a discipline specialistiche, come appunto la filosofia dell’arte, di entrare anche in dibattiti che sono di interesse pubblico. Indagando problemi che sono quelli del decoro, della relazione con le trasformazioni economiche con la vita e la realtà sociale, abbiamo qualcosa come una filosofia pubblica che ha per oggetto proprio la politica. Rispetto a questa accezione, condivido in particolare alcune riflessioni del filosofo francese Jacques Rancière, secondo il quale la politica è il problema dell’inclusione nello e dell’esclusione dallo spazio pubblico. Spesso però, nella società odierna, si identifica la riflessione politica con quella sulle dinamiche amministrative, alla luce di forme diverse di razionalità economica che orientano le scelte rispetto all’inclusione. L’aspetto fondamentale della riflessione politica sullo spazio pubblico ha piuttosto a che fare con quella che Rancière chiama la ‘partizione del sensibile’, che non dovrebbe essere ridotta a mera razionalità delle possibilità economiche.

Uno dei temi che affronti nel tuo libro è quello della illegalità, che consideri come condizione di possibilità per la Street Art.
L’illegalità non è una condizione né necessaria né sufficiente perché vi sia Street Art. In altri termini, non essendo presente in tutti i casi di Street Art, non è condizione necessaria: vi sono infatti numerosi casi di Street Art che sono legali – pensiamo, per esempio, ai muri legali – le Halls of Fame – o ad alcune collaborazioni tra artisti e istituzioni come Under Art Construction a Francoforte. D’altra parte, l’illegalità non è neppure una condizione sufficiente poiché nello spazio pubblico possono esserci numerose forme d’espressione e comunicazione visiva che sono illegali ma che sono essenzialmente procedure para-pubblicitarie: potrebbero infrangere la legge ma non sono rilevanti dal punto di vista politico. In ultima analisi, considero l’illegalità una proprietà saliente e ricorrente. Possiamo spiegarla con un controfattuale: se tutta la Street Art fosse legale, allora non avrebbe sovversività o l’avrebbe in modo molto meno significativo.

Tenendo conto degli aspetti fin qui emersi, a tuo modo di vedere da dove trae origine la Street Art?
Non condivido l’idea che la Street Art possa essere spiegata ricorrendo alla soluzione della produzione di segni. Credo che questa sia una ipotesi suggestiva che ci consente di riconoscere che l’uomo lasciava segni nel passato e così fa ancora oggi. Questa spiegazione vale come primo riferimento, l’indagine necessita poi di essere ampliata considerando altri aspetti. Provando a seguire questa direzione, direi che entrando in profondità nei problemi di inclusione ed esclusione dallo spazio pubblico, la Street Art mostra il suo legame con i contesti particolari in cui vengono prodotte le sue opere. Essa cresce e si sviluppa attraverso i cambiamenti delle culture e delle società contemporanee, in rapporto agli usi dello spazio pubblico. Credo perciò che alla sua origine vi sia una necessità che è essenzialmente politica.

Francesco Barbieri, Another Industrial Ugly Morning, 2017. Photo courtesy of the artist
Francesco Barbieri, Another Industrial Ugly Morning, 2017. Photo courtesy of the artist

Come possiamo descrivere un problema politico affrontandolo attraverso la riflessione filosofica sulla Street Art?
Pensiamo alla possibile produzione di un’opera voluta da una istituzione pubblica e compariamola a quella realizzata da uno street artist: perché la prima non crea problema e la seconda sì? Ecco, questo è un problema essenzialmente politico. Si tratta di un problema di libertà di espressione, di determinare chi si può esprimere e chi no. La riflessione filosofica si incarica dunque di affrontare anche un problema sulla natura della politica.

Quali sono gli aspetti della Street Art che favoriscono una indagine filosofica di questo genere?
La mia tesi è che la Street Art possa creare lo spazio pubblico. Essa è una forma d’arte che non può essere concepita nei termini di un mero apprezzamento visivo. Al pari dei monumenti, la Street Art è legata alla memoria e ha una funzione politica. Dati questi presupposti, a emergere sono numerosi quesiti che sono anzitutto filosofici: Che cos’è lo spazio? Che cos’è il pubblico? Come spiegare il loro rapporto? Questi sono quesiti che ci consentono di fare dell’estetica una indagine politica.

Una indagine che rivela in modo ancora più evidente quanto sia importante l’esame delle pratiche ai fini della riflessione sulle arti.
E con ciò torniamo di nuovo alla questione politica. Rispetto a questo approccio, credo sia però importante riconoscere che la politica non è un presupposto immediatamente presente nella riflessione di artiste e artisti: spesso le loro affermazioni rivelano che essa appartiene naturalmente alle loro attività. Questo perché essi si riferiscono alla politica considerandola, direttamente o indirettamente, come pratica umana. Per esempio, Invader dice di non essere un artista politico. Tuttavia, la sua non può che essere una azione politica. Con le loro attività, artiste e artisti si interfacciano non con i problemi amministrativi della cosa pubblica ma con la sua essenza, con le possibilità e i limiti che la caratterizzano: che cosa vediamo negli spazi pubblici, come interagiamo con essi, che cosa possiamo fare in essi e così via.

Considerando le tue osservazioni su quelle che potremmo chiamare ‘le politiche del fare umano’ indagate attraverso lo studio dell’arte, mi sembra di poter riconoscere anche l’influenza della filosofia di Joseph Margolis, con il quale hai studiato.
Assolutamente sì. C’è un legame con le sue riflessioni che credo risalti in particolare nel mio rifiuto di pensare all’arte in termini kantiani, ossia nella mia scelta di non separarla dal resto delle pratiche umane e culturali. La calligrafia, il giardinaggio, la produzione di ceramiche, l’utilizzo della seta sono tutte pratiche legate a ciò che possiamo chiamare ‘arte’.  Penso in particolare alla concezione del relativismo di Margolis. Attraverso di essa egli mira a indicare che non esiste significato al di fuori delle pratiche umane. La verità è frutto di ciò che fanno gli esseri umani; non vi sono privilegi cognitivi, non possiamo difendere alcun a priori cognitivo. Sono l’esperienza, il rapporto cognitivo con il mondo che consentono di dare un senso alle cose. La sua è una filosofia che apre alla antropologia. In essa una idea che rimane centrale è che il significato umano sia ‘politicamente’ negoziato fin dal principio, proprio perché legato alla sfera dell’agire pratico. Credo che tu abbia ragione, ci sono numerose influenze.

Zelle Asphaltkultur, Detonation Boulevard #64. Photo courtesy of the artist
Zelle Asphaltkultur, Detonation Boulevard #64. Photo courtesy of the artist

Secondo la tua analisi, la Street Art ha un tratto innovativo proprio perché risponde a una esigenza politica. Una questione che necessita di essere chiarita.
Un primo aspetto importante riguarda il nostro modo di guardare lo spazio pubblico: lo vediamo principalmente come uno spazio di scambio economico. La gran parte dell’occupazione dello spazio pubblico è infatti determinata dalla diffusione dei cartelloni pubblicitari, soprattutto nel mondo occidentale. Per questa ragione considero anche il tratto sovversivo della Street Art: esso rivela il suo profondo legame con le sfere della cultura e della politica. Che la Street Art sia arte pubblica vuol dire anche che le sue opere possono creare diversi ordini di visibilità dello spazio pubblico. È precisamente questo aspetto a determinare il suo tratto innovativo sovversivo. L’aspetto che considero rilevante, soprattutto ai fini di una indagine filosofica, è dunque che l’opera di Street Art diventa altro nel momento in cui viene inserita in uno spazio proprio perché lo modifica in qualche modo.

Come possiamo considerare questi diversi ordini di visibilità determinati dal potenziale innovativo della Street Art?
Le opere di Street Art sono frutto di risorse tecniche che rendono possibile tanto la produzione di significato quanto la trasformazione degli spazi pubblici. Si tratta perciò di riconoscere il potenziale che determina la sua dirompenza, il suo essere all’origine di un cambiamento all’interno della cultura. Per chiarire questo aspetto possiamo considerare il principio all’origine del carnevale: fare di ciò che è familiare qualcosa di inconsueto. Ma perché questo sia possibile è necessario che le persone possano cogliere una differenza, rilevare un cambiamento. La grande possibilità che ha la Street Art credo sia proprio questa: rendere evidente una trasformazione, favorire lo scambio e le relazioni a partire da come si rinnovano gli spazi urbani. Per percepire il cambiamento, la Street Art deve perciò necessariamente riuscire a modificare una struttura culturale.

Davide Dal Sasso

Andrea Baldini – A Philosophy Guide to Street Art and the Law
Brill, Leida 2018
Pagg. 100, € 70
https://brill.com

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CuratoreAndrea Baldini
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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).