Quanto conta l’andare in profondità per un artista? E quale spazio occupa il vuoto nella sua pratica? Queste sono solo alcune delle domande che abbiamo rivolto a Matilde Sambo nell’ambito dei nostri dialoghi di estetica.

Laureata in Arti Visive presso l’Università IUAV di Venezia, Matilde Sambo (Venezia, 1993) fa arte servendosi di mezzi espressivi diversi: la scultura, il video, il suono, la performance. Ha partecipato a progetti e residenze artistiche nazionali e internazionali tra le quali: VIR, Via Farini in Residence (Milano), Open Studio Fonderia Artistica Battaglia (Milano), BoCs Art (Cosenza), Collective Signatures (Isole Baleari), Tagli (Stromboli), New Echo System, Pro Helvetia (Venezia), Art Encounters “Six Steps forward one step back” Volvo Studio (Milano), Festival Angelica (Bologna), Pasinger Fabrik (Monaco), Argo 16 (Venezia), Radio Raheem (Milano).
Il dialogo offre una riflessione su alcuni dei principali aspetti della poetica di Sambo: l’interesse per la presenza, le sovrapposizioni e le sedimentazioni; il ruolo della trasformabilità e delle esplorazioni della profondità.

Matilde Sambo
Matilde Sambo

INTERVISTA A MATILDE SAMBO

Nelle tue opere lavori sul minimo degli elementi che occupano uno spazio. Sulla presenza piuttosto che sull’assenza.
Spesso mi concentro su piccole parti che occupano lo spazio e, da elementi che sembrano irrilevanti, sviluppo pian piano il lavoro. C’è sempre qualcosa, non può non esserci. Coltivo il mio lavoro con il tempo, così da poterlo sviluppare con lentezza e poter offrire più punti di vista. Solo lavorando piano riesco a catturare una osservazione differente per me e per chi esperirà successivamente il lavoro. Anche il riposizionare è parte del mio modo di lavorare, mi piace spostare, avvicinare, allontanare gli elementi e vedere come la narrazione si modifica.

Come si sviluppa il moto lento delle tue attività?
Strato dopo strato, lavoro su ciò che c’è e sulle trasformazioni dei materiali e delle relazioni con lo spazio. Potrebbe trattarsi di qualcosa che non è ancora visibile o che risulta temporaneamente intangibile pur essendo presente. Ma quell’intervento sulla materia è fondamentale. Le mie opere si formano anche in questo modo.

Lentamente mi sembra prendano forma anche numerose sovrapposizioni che ti permettono, per così dire, di tenere traccia del passato nel presente. Penso, per esempio, alla tua opera Vita come saliente avidità: la lotta e la cura così come l’incontro e lo scontro sono sovrapposti.
Più che sovrapposti direi che si intersecano e intrecciano rendendo sottile e labile il confine tra essi. C’è una spinta vitale che appartiene naturalmente all’uomo e che in quanto elemento originario è legata anche alle possibilità di guardare all’essenza delle cose. Infatti, piuttosto che come frutti di un assorbimento, penso le mie opere come esiti di un lavoro svolto attraverso sedimentazioni. Ultimamente sto lavorando con un nuovo approccio, la sottrazione.

Ovvero?
Tolgo materia, concentro l’opera sul minimo indispensabile. In questo modo emerge la necessità di un altro livello del lavoro: come dici tu, la lotta ma anche la cura, lo scontro ma anche l’incontro. Da qui nascono molti quesiti, principalmente sulla natura delle tracce, sui modi di produrle e conservarle: per esempio, mi chiedo se si può ottenerle senza imprimere un’impronta o se il solco che si produce, anziché una interferenza, possa anche essere un segno di accoglienza.

Matilde Sambo, Cantus ab aestu ciò che a essa si sottrae, 2019, stampa fotografica hahnemuhle su dibond, cm 60x40. Courtesy aA29 Project Room
Matilde Sambo, Cantus ab aestu ciò che a essa si sottrae, 2019, stampa fotografica hahnemuhle su dibond, cm 60×40. Courtesy aA29 Project Room

MATERIA E ARTE SECONDO MATILDE SAMBO

Quale rapporto hai con i materiali che usi per le tue opere?
Mi metto in ascolto, e pian piano cerco di trovare l’equilibrio tra quello che avevo in mente in precedenza e quello che il materiale stesso fa emergere. Se necessario evito di sovrapporre troppo; ammettendo però che non si ha traccia senza interferire con la materia. È dunque un dialogo e un equilibrio tra materia, forma e traccia.

In questo senso, Vita come saliente avidità è emblematica.
Sì. Lavorando con la fusione a cera persa, ciascuna delle sculture ha due caratteristiche: è un pezzo unico e il bronzo conserva le tracce di quello che è accaduto, i segni della lotta che c’è stata sono conservati nel metallo, che prima era cera, materia malleabile che ricopre i corpi come fosse una seconda pelle. L’ultimo atto, non ancora rivelato. È la possibilità di poterle indossare nuovamente una volta fuse in bronzo. Un modo per potersi mettere nei panni dell’altro… C’è infatti un senso in cui in questa opera: non si tratta solo di lavorare sulla scultura ma anche sul rapporto con i corpi, prima dei lottatori e poi di chi potrà ‘vestire’ le armature in un’altra fase del mio progetto.

Oltre l’orizzonte della trasformabilità della materia, queste riflessioni sembrano alimentare tutta la tua poetica.
Potrei riassumere questo andamento con la formula fare tre passi avanti e uno indietro. Ossia andare avanti, facendo il più possibile tesoro di ciò che vi è stato. Senza dimenticarsi da dove si viene. Se si fa un passo avanti e uno indietro non ci si muove. Posto che non contemplo l’ipotesi di stare ferma, questo mi sembra essere il naturale modo in cui le cose progrediscono e si evolve la mia attività. Quel che accade va in direzione di un orizzonte sconosciuto con coscienza e una tendenza all’esplorare, portandosi con sé il già accaduto.

Matilde Sambo, Vita come saliente avidità (armatura), 2021, bronzo, fusione a cera persa. Photo Superfluo
Matilde Sambo, Vita come saliente avidità (armatura), 2021, bronzo, fusione a cera persa. Photo Superfluo. Courtesy aA29 Project Room

EQUILIBRIO E RISCHIO

Gli imprevisti e la variabilità svolgono comunque un ruolo altrettanto significativo nelle pratiche artistiche.
Sono dell’idea che si possa insistere su un principio di indirizzo del lavoro, ma attraverso la necessaria presenza di momenti di libertà che lo svincolino da eventuali forme di rigidità. Il controllo dei materiali è legato naturalmente a come riesce a svilupparsi una attività, ma anche al contesto in cui si lavora. La chiave credo sia allora nella possibilità di individuare un giusto equilibrio, senza però ricadere nella imposizione. All’equilibrio si arriva accettando ciò che accade fino al punto in cui questo funziona rispetto a quel che si vuole fare.

La ricerca dell’equilibrio appare influenzata da un elemento che credo sia decisivo per la tua poetica: la tua necessità di andare il più possibile in profondità. Essa si traduce in modi diversi in quella che penso sia una sorta di indagine sulla portata del rischio.
Sono d’accordo con te. In parte c’è la consapevolezza di lavorare riconoscendo che naturalmente sono presenti confini, punti di non ritorno, inaspettati elementi di praticabilità. Infatti, un conto è quello che vuoi fare, un altro è quel che poi accade facendo. In parte, non mi accontento di rimanere in superficie. In molti casi accade che anche quando scopri le caratteristiche, di un materiale o di uno spazio, per andare avanti devi ammettere di poter riconsiderare tutto. Non si tratta di mandare tutto quanto all’aria. Semmai, di rivedere i piani.

Che cosa intendi nello specifico?
Accettare la natura del flusso in cui ti trovi mentre fai l’opera. Uno spazio di lavoro, per esempio, è scelto perché sarà lo spazio che ti accoglie: questo però non vuol dire che muovendosi in esso non si presentino anche inciampi, cadute, o persino inaspettate proposte. Perché un inciampo può diventare anche un incipit per un movimento. Al tempo stesso non dimenticare da dove si era partiti, non lasciare che solo il caso e il processo modellino e facciano da padrone.

Matilde Sambo, Sottile instabilità, 2021, dettaglio, soia, spine acacia, cera d’api
Matilde Sambo, Sottile instabilità, 2021, dettaglio, soia, spine acacia, cera d’api

LA PROFONDITÀ RICERCATA DA MATILDE SAMBO

Credo che, come mostrano le tue opere, all’origine delle tue ‘esplorazioni in profondità’ vi sia il tuo interesse per la vita.
L’indagine sulle profondità accompagna da tempo il mio lavoro. Iniziato con la scoperta di alcune grotte nelle Isole Baleari fino all’ultima residenza cui ho partecipato, a Stromboli, dove ha preso nuove forme attraverso una serie di riflessioni sulle sirene. Mi sono chiesta cosa spinga queste creature mitologiche a voler uscire dall’acqua. Perché, a ben vedere, quello che compiono è un percorso verso le profondità, non verso la superficie. Spesso sembra che le cose vadano al contrario. Invece mi sono convinta della possibilità che questo moto vitale si possa spiegare ammettendo di poter scendere in profondità andando anche in direzione opposta.

Questo perché, se vuoi, là dove finisce qualcosa inizia qualcos’altro.
Sì. E anche perché le profondità si possono trovare seguendo direzioni inaudite, non solo procedendo dalla superficie, ma anche abbandonando profondità per accedere ad altre profondità. Penso a un passaggio da uno spazio a un altro. Quando si parla di profondità si pensa subito alle tenebre. Ma se ti chiedi cosa c’è è perché cerchi qualcosa, dunque l’esercizio diventa quello di vedere tra le profondità, vedere al buio. Esso è allora un modo per avere più punti di vista, cogliere dettagli che possono apparire repentinamente. Dal buio possono emergere molte cose, non solo mostri.

Come procedi per riuscire ad andare in profondità?
Si tratta di andare avanti gradualmente, ascoltando e lavorando sull’origine dell’idea, della forma e al tempo stesso continuare ad andare avanti. Approfondire.

Queste osservazioni sono preziose poiché mostrano i tratti della tua ‘poetica della riparazione’.
Credo tu abbia ragione. Sono in una fase in cui sto cercando di riconoscere anche le fasi intermedie della discesa nelle profondità, nell’approfondire, appunto. Perché, per riconoscere altri possibili orizzonti, è necessario capire come fare. Infatti, allontanandoci da possibili metafore, significa sperimentare e fare esercizi per rinnovare lo sguardo. Ossia, riuscire ad affinare la percezione e riconoscere lo spazio che solitamente non vediamo subito. Un po’ come accade sott’acqua: mentre guardi avanti verso il mare profondo puoi vedere qualcosa dato che dietro di te, attraverso la superficie dell’acqua, entra la luce del sole. Piuttosto che sviluppare una ricerca nel buio, sono interessata a riconoscere quanta luce si può riconoscere in penombra. Come dicevamo prima, anziché insistere sul vuoto mi interessa molto ciò che è presente anche in forma minima.

Davide Dal Sasso

www.matildesambo.com

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).