Marta Spagnoli, l’artista che porta ordine nella pittura

Parte da un caos controllato la produzione pittorica di Marta Spagnoli, che in questo dialogo approfondisce temi e processi della sua ricerca artistica

Marta Spagnoli. Courtesy l'artista e Galleria Continua
Marta Spagnoli. Courtesy l'artista e Galleria Continua

Marta Spagnoli (Verona, 1994) vive a Venezia. Nel 2020 ha completato la sua formazione presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Spagnoli sviluppa la sua ricerca attraverso la pittura e il disegno. Le sue raffigurazioni sono popolate da elementi organici, mitologici e antropomorfi spesso intrecciati tra loro e situati in spazi indefiniti. Vincitrice nel 2019 del primo premio Artissima for Vinitaly e del secondo premio ex aequo nella 102esima Collettiva giovani artisti di Fondazione Bevilacqua La Masa. Tra le sue personali e le esposizioni collettive alle quali ha partecipato si ricordano: Earthly Body (Galleria Continua, Les Moulins, Francia 2021); Truc à faire (Galleria Continua, Parigi 2021); Italian Twist (Fondazione Imago Mundi, Gallerie delle Prigioni, Treviso 2021); Danae Revisited (Fondazione Francesco Fabbri 2021); Crossing Points (Il Crepaccio IG 2021); Felicia Munera (Una boccata d’arte, Ronciglione 2020); Whiteout, (Galleria Continua, San Gimignano 2020); Immersione Libera (Palazzina dei Bagni Misteriosi, Milano 2019); Libere Tutte (Casa Testori, Milano 2019). Il dialogo propone l’approfondimento di alcuni aspetti della pratica pittorica di Spagnoli: la formazione delle immagini, il ruolo delle figurazioni, i caratteri narrativi e dialogici delle sue opere.

INTERVISTA A MARTA SPAGNOLI

Le tue opere sembrano nascere dalla possibilità di trovare un equilibrio tra la costruzione di una immagine e le eventuali costrizioni che essa può porre. Come se, pur riuscendo a ottenere un eventuale risultato, allo stesso tempo, tu fossi sempre in prossimità del tentativo di sfuggirgli.
Sono d’accordo con te. Il mio lavoro avanza attraverso l’altalenarsi tra costruzione e immersione in ciò che ho costruito e poi costantemente ripreso. Spesso descrivo questo andamento servendomi di parallelismi con la scrittura: uso termini quali ‘riscritto’ ‘cancellato’ proprio per segnalare la mia necessità di rendere il più possibile visibili le mie intenzioni e le azioni che svolgo. Ognuna è offerta attraverso quelli che chiamo ‘moti visibili’, grazie ai quali la figurazione appare e scompare continuamente, risultando presente ma anche costruita attraverso qualcosa come una continua decostruzione.

Quali sono i principali riferimenti che orientano i tuoi parallelismi con la scrittura?
Da una parte, le presenze che vivono e animano la tela e possono anche dialogare tra loro. Dall’altra, la narrazione che si sviluppa attraverso un processo continuo di risignificazione. Anche se provo fin dall’inizio a stabilire quali possano essere le dinamiche o la costruzione compositiva della narrazione, non voglio mai chiudere il discorso e portarlo a un unico livello di definizione. L’importanza che do ai soggetti, alla figurazione, è perciò sempre in bilico fino alla fine.

Oltre all’organizzazione del lavoro tu sei anche interessata a lasciare che si verifichino possibili cambiamenti.
Sì. Alterno veramente spesso interventi parzialmente controllati (ammetto l’accidentalità, è necessaria a far sì che l’imprevisto giunga) a qualcosa che invece ho deciso di determinare. Procedo in questo modo per riuscire a mostrare una sorta di dialogo con la materia e con l’immagine finale. Quello che mi interessa è infatti riuscire a manovrare in qualche modo l’inaspettato, avere un controllo parziale sul caos e sull’accidente – che in pittura è qualcosa che accade spesso e volentieri.

Marta Spagnoli, Le Nuvole 2019, inchiostro e grafite su tela, 100 x 130 cm. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy l'artista e Galleria Continua
Marta Spagnoli, Le Nuvole 2019, inchiostro e grafite su tela, 100 x 130 cm. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy l’artista e Galleria Continua

CAOS E PITTURA SECONDO MARTA SPAGNOLI

Questa tensione nelle tue opere prende le forme di un ‘caos calmo’: come se tu rappresentassi tutta una serie di accadimenti che, però, non permetti possano svolgersi in completa libertà.
Assolutamente sì! Perché l’obiettivo finale è avere l’ultima parola sulla tela. Quel caos che tu descrivi come ‘calmo’ è sicuramente un inizio importantissimo perché mi offre dei suggerimenti che io da sola, con il mio segno e la mia attività, altrimenti non riconoscerei. Ho bisogno di quel caos. Però, poi sicuramente, la necessità diventa quella di condurre l’opera dove sento io.

Anche se, alla fine, l’esito di questa tua conduzione – i processi che la animano e che rendono possibile l’opera – rimane naturalmente nascosto dalle figure che elabori.
A me interessa rendere visibile l’aspetto figurativo degli elementi meno descrivibili. I processi, invece, possono essere visibili fino a un certo punto. Ma questa tua osservazione è preziosa perché mi consente di chiarire un altro aspetto importante del mio lavoro: l’avvio, l’inizio di tutto nella maggior parte dei casi è abbastanza casuale.

Che cosa intendi?
È come se iniziassi in modo orizzontale eliminando tutte quelle immagini che potrei avere il desiderio di realizzare. Le immagini che potrei dipingere sulla tela bianca sono innumerevoli. Spesso, l’avvio si dà con un accidente e con il tentativo di provare a captare il carattere che emerge da una immagine che, però, è stata solo parzialmente condotta da me. Di solito questa partenza con acrilico e acqua, con i flutti della materia, è infatti del tutto imprevedibile e difficilmente governabile. Da qui mi cimento poi nell’esplorazione di quella immagine arrivata a me. È per questo che dico che l’avvio del lavoro non è completamente guidato, perché non conduco io dall’inizio alla fine. Questo mio modo di lavorare per me è fondamentale, perché mi permette di seguire qualcosa che somiglia di più al mio sentire e ai miei interessi.

E, forse, anche perché ti consente di procedere facendo tesoro delle possibilità offerte dal dubbio inteso non solo come incertezza ma anche come eventuale ripartenza.
Il mio approccio alla tela lascia naturalmente posto al dubbio. Questo accade poiché non è mai esaustiva la mia idea iniziale e il modo in cui lavorerò sulla superficie. La narrazione è in continuo divenire e io sono ben poco tranquilla nel processo che si svolge, proprio perché la superficie sulla quale lavoro è piena di segni. Piena di cose che si inabissano e poi riaffiorano. Per questo, la narrazione sarà leggibile in modo graduale, senza un impatto visivo netto. Nel caso in cui vi fosse – poiché ci sono anche delle tele più figurative rispetto ad altre –, secondo me, non si può non tenere conto di tutto quello che è intorno alla figurazione, perché è in qualche modo come se inglobasse continuamente qualcosa che cerca invece di uscire ed essere protagonista. Credo si tratti di un vincolo determinato dalla materia.

Marta Spagnoli, Sonetto, 2021, acrilico e olio su tela, 160 x 200 cm. Photo Oak Taylor Smith. Courtesy l'artista e Galleria Continua
Marta Spagnoli, Sonetto, 2021, acrilico e olio su tela, 160 x 200 cm. Photo Oak Taylor Smith. Courtesy l’artista e Galleria Continua

LA PITTURA E LE OPERE DI MARTA SPAGNOLI

Consideriamo un momento quest’ultimo aspetto: come si traduce nel tuo lavoro?
Penso al dialogo iniziale con il bianco della tela: è qualcosa che può essere più evidente in alcuni lavori rispetto ad altri, ma comunque è qualcosa sempre visibile. Il mio tentativo è di tenere vivi il più possibile i livelli di lavorazione. Tutto il lavoro di luci e bianchi che poi si vedono alla fine è frutto di un dialogo con le fasi iniziali. Probabilmente quei vincoli, insieme allo svolgersi dei processi, influenzano la narrazione che si porta dietro tutte le fasi di lavoro: dalla prima all’ultima. Credo che questa stratificazione si possa riconoscere come un insieme di fasi in cui la storia va continuamente a narrarsi.

Infatti, il tuo lavoro è anche caratterizzato da una continua oscillazione tra le possibilità della figurazione. Penso in particolare a due opere: in Nembo la figura è solo parzialmente riconoscibile; Fosca livrea suscita, tra altri, anche un quesito attorno alla presenza effettiva della figura. Anche perché, in quest’opera, proponi una sorta di rievocazione del classicismo pittorico, nonostante tu lo stia completamente abolendo.
C’è un sentore di classico o, più precisamente, di universale. È un tema che studio da tempo. Mi ero approcciata all’idea del mito nel senso del racconto che ha un carattere universale. Un racconto che in qualche modo capta dei moti, delle presenze, degli intrecci che si manifestano in varie immagini e che riguardano l’uomo nel suo rapporto con la natura. Sicuramente ha un carattere universale. Forse, quella oscillazione che si avverte è legata anche a questa indagine. Le mie figurazioni sono spinte da questi interessi per l’identificazione, l’idea di ibrido, la mutevolezza: tutti aspetti del mondo naturale.

Nella tua riflessione i termini ‘narrazione’ e ‘dialogo’ risaltano perché ci invitano a porre attenzione all’opera che via via prende forma senza potersi sottrarre a essa.
La mia idea di dialogo concerne anche gli elementi che popolano la tela. Ragiono infatti con un archivio di frammenti che provengono da contesti disparati. I soggetti e la figurazione di ogni lavoro non nascono insieme ma con il delinearsi stesso dell’opera. Anche qui si presentano alcuni dubbi: per esempio, sulla loro presenza e su come potranno dialogare. Perché il mio lavoro con il frammento è incentrato su una archeologia che, proveniente da un contesto diverso, si apre e si dischiude a una nuova narrazione. Uso allora la parola ‘dialogo’ per qualcosa che vedo animarsi davanti a me. A volte io non mi sento partecipe del dialogo, ma cerco piuttosto di far dialogare.

Le pratiche artistiche favoriscono possibili ampliamenti delle nostre prospettive (visive, immaginative…). Seguendo le tue riflessioni, nonostante le insufficienze delle figurazioni e i limiti e le possibilità dialogiche, la pittura potrebbe allora essere pensata come un modo per fare miti con le immagini.
Mi piace molto questa idea che proponi. Rispecchia bene quello che provo a fare con le mie opere. I miti arrivati a noi dall’antichità sono influenzati da emozioni e vicende restituite in diverse forme narrative. Essi mirano a mettere un poco di ordine sia alla vastità delle emozioni sia rispetto a ciò che ci circonda, provando a formulare spiegazioni dei fenomeni naturali, di quello che possiamo sperimentare ecc. Elementi e aspetti delle nostre esperienze che penso si possano provare a raccontare anche per immagini. Con una narrazione molto fluida della quale posso servirmi perché viene a me in modo abbastanza inaspettato e che posso conoscere solo fino a un certo punto. La mia necessità è accendere momenti simultanei, accendere accadimenti che non hanno a che fare solo con la figurazione. È come se qualcosa dovesse continuamente accadere. Perché non riguarda solamente i soggetti più espliciti ma riguarda davvero il movimento della pittura tutta.

Davide Dal Sasso

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).