La pittura di Iva Lulashi attinge dall’universo dei video, concentrandosi sui singoli frame. Cuore pulsante del suo immaginario visivo.

Artista, Iva Lulashi (1988) vive a Milano. Nata a Tirana, dopo il diploma conseguito presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia ha intrapreso il suo percorso di ricerca nell’ambito della pittura. Il suo lavoro si basa sul ritrovamento e la selezione di tracce che le consentono di investigare l’eredità culturale, storica e sociale che è possibile trasmettere e condividere attraverso la vasta produzione di immagini nella società contemporanea. Lulashi fa parte del collettivo Fondazione Malutta, con il quale ha preso parte a diversi progetti. Ha esposto le sue opere in diverse sedi, tra le quali: Biennale Mediterranea, Galeria kombtare e arteve (Tirana), Premio Francesco Fabbri, Villa Brandolini (Treviso), Archivio Porcinai (Fiesole), Where I feel, there I am, Miza Gallery (Tirana), Collezione Giuseppe Iannacone (Milano). Ha partecipato alla residenza VIR Viafarini-in-residence a Milano, la sua ultima personale si è tenuta presso la milanese Prometeogallery di Ida Pisani. Avviato con una riflessione sui temi e le procedure alla base del lavoro di Lulashi, il dialogo si sviluppa considerando le possibilità offerte dalla pittura, i suoi soggetti e la riflessione sulla cultura.

I tuoi dipinti mostrano scene popolari, a tratti oniriche, nelle quali riferimenti storici e culturali sono intrecciati a ritratti di momenti di vita pubblica e privata. Come lavori per ottenere le tue opere?
Sono continuamente alla ricerca di materiali visivi che mi permettano di portare avanti le indagini sui temi che voglio affrontare. Per farlo uso principalmente il web. Scelgo siti facilmente raggiungibili perché sono interessata a temi che siano ampiamente condivisi socialmente, da quelli storici e politici a quelli legati alle dimensioni dell’erotismo.

Che tipo di materiali scegli dal web?
Mi documento e guardo soprattutto i video. Li individuo inserendo nei motori di ricerca parole chiave legate ai temi che desidero esaminare. L’indagine poi si allarga, da una parola si passa a un’altra e i riferimenti aumentano. In questa fase del lavoro emergono anche molti legami tra i diversi temi (per esempio, tra società, religione e politica) che sono spesso determinati da sovrapposizioni inaspettate.

Iva Lulashi, Il tuo stile, 2018, olio su tela, 40x50 cm. Courtesy Prometeogallery di Ida Pisani, Milano Lucca
Iva Lulashi, Il tuo stile, 2018, olio su tela, 40×50 cm. Courtesy Prometeogallery di Ida Pisani, Milano Lucca

Come procedi nel lavoro di ricerca sui video?
Li guardo concentrandomi sulle immagini.

Che cosa ti interessa in particolare?
Dipende dai periodi, ma direi soprattutto il contrasto e i colori che le caratterizzano. Una volta che ho già in mente quale tema andrò a cercare, ad attirare la mia attenzione sono alcuni aspetti visivi delle immagini. Mi interessano se non sono troppo dirette.

Perché?
Prima di tutto, si tratta di lasciare che la mia pittura possa inserirsi nell’immagine che ho selezionato. Quando scelgo il frame è importante che possa riconoscere uno spazio utile a trovare altre chiavi di lettura per quella particolare immagine. Non appena intravedo questo spazio, fermo l’immagine nel video. Procedo in questo modo se trovo un momento significativo che ho la necessità di trattenere.

Che rapporto hai con le immagini?
Dipende dal tipo di immagine. Potrei guardare per ore i film mentre accuso il peso di una specie di sovraccarico visivo se vedo troppe immagini, per esempio, a una mostra. Con le fotografie, i dipinti e le stampe sono in difficoltà. Rimango invece più facilmente catturata da quel che mi accade attorno, da ciò che si muove.

Però il frame che selezioni nei video è una immagine statica.
È difficile che nel frame ci sia qualcosa di completamente fermo. Esso conserva una certa ‘freschezza’ che invece l’immagine statica non offre.

Di che cosa si tratta?
Con il frame si riesce anche a isolare una parte di direzione dei movimenti. Nella fotografia qualcuno ha deciso cosa mostrare mentre, per trattenere il frame, sono io che scelgo quando fermare il movimento nel video. Nelle immagini ferme ci sono tanti dettagli e riferimenti. Nel video c’è invece una sorta di dilatazione dei dettagli determinata dal movimento. Quest’ultimo è fondamentale perché vi sia quello spazio del quale parlavo prima.

Iva Lulashi, I semi del tempo, 2017, olio su tela, 50x50 cm. Courtesy Collezione Giuseppe Iannacone
Iva Lulashi, I semi del tempo, 2017, olio su tela, 50×50 cm. Courtesy Collezione Giuseppe Iannacone

Lavori più sulla manipolazione dell’immagine o sulla conservazione di quel che essa offre?
Dipende dal lavoro. In molti casi procedere in un modo anziché in un altro è una possibilità che deriva dallo sviluppo stesso del lavoro. Per esempio, nel dipinto I semi del tempo le due bambine sono in uno scenario diverso da quello del frame di origine. Spesso si tratta di quanto un intervento, anche minimo, possa cambiare il significato dell’immagine…

Nei tuoi dipinti risaltano infatti due fattori che credo siano decisivi per il tuo lavoro: la composizione e l’ambiguità.
È il frame selezionato che mi permette di lavorare in un modo o in un altro. La composizione non è mai solo insieme di elementi già dati, ma anche un accenno ad altre possibilità. La ambiguità può appartenere già al frame oppure essere il frutto del mio intervento.

Intendi dire che il frame ti permette di lavorare in un certo modo?
Il frame è già pittorico: non è definito, offre numerose possibilità a livello visivo che si prestano per il lavoro con la pittura. Io lavoro a olio e procedo ‘producendo macchie’. In questo senso, il frame facilita la relazione che si può stabilire tra immagine e pittura. Ci sono dei livelli e dei volumi che diventano punti di riferimento proprio perché il frame è molto meno preciso di quanto non sembri; la sua non definizione è fondamentale per la riuscita dell’opera.

Che rapporto c’è tra la tua immagine, ottenuta mediante il dipinto, e quella alla sua origine?
Direi che si tratta di un rapporto di apertura, perché deve lasciare lo spazio per un tradimento. Il dipinto può ridare qualcosa, ma può anche nasconderlo, alterarlo, renderlo visibile solo parzialmente.

Iva Lulashi
Iva Lulashi

A te che cosa interessa ottenere?
Che qualcosa rimanga o possa rimanere. Ma dipende dall’immagine, da quello che vedo nel frame e da quello che poi accade durante il lavoro con la pittura. Non si tratta di una questione decisionale, ma direi operativa.

Dunque, l’immagine si crea facendo?
Sì, è così. È molto importante per me non avere una immagine definitiva in mente quando ancora non ho fatto il quadro. Il frame è un punto di partenza, non un vincolo. Vedere nel frame qualcosa non vuol dire avere una immagine che anticipa o determina come sarà il dipinto. Mentre produco il dipinto con tutto quel che accade – compresi gli incidenti di percorso, le scelte improvvise e tanto altro –, l’immagine prende lentamente forma, in autonomia.

Spesso nei tuoi dipinti ci sono figure femminili.
Ultimamente sì. Però non è sempre stato così. Per circa quattro anni, ho dipinto quasi esclusivamente figure di uomini. In quella fase lavoravo sul periodo comunista del mio Paese, l’Albania. E, nonostante per ragioni anagrafiche non abbia vissuto direttamente quelle vicende, entrando in contatto con i materiali visivi di allora, le immagini e tutto ciò che mi ha permesso di fare quei dipinti, succedeva qualcosa di strano. Devo dire che quello è stato un periodo di lavoro molto particolare per me.

Perché?
Il tema era rigido e per riflesso io lo vivevo con estrema rigidità, nonostante appunto si trattasse di un rapporto mediato da immagini e documenti storici. L’aspetto più difficile da affrontare riguardava la figura maschile, il suo predominio e potere a livello sociale.

Sei interessata a una riflessione più generale sulla cultura?
In un certo senso sì. Ma a ben vedere si tratta anche di sviluppare una riflessione sulla quotidianità, sulla vita di tutti i giorni.

Iva Lulashi, Untitled, 2018, olio su tela, 20x20 cm. Courtesy Prometeogallery di Ida Pisani, Milano Lucca
Iva Lulashi, Untitled, 2018, olio su tela, 20×20 cm. Courtesy Prometeogallery di Ida Pisani, Milano Lucca

Come si inserisce questa riflessione nel tuo lavoro?
Ogni tanto mi accorgo che, a posteriori, alcune immagini le ho scelte in base a ciò che mi è capitato, a qualcosa che ho vissuto nella mia vita quotidiana. Insieme a questo, per me è anche una questione di rendere visibili alcuni temi alla luce di quelle che credo siano delle mancanze di discussione. Di taluni aspetti della cultura e della società si parla poco. Del corpo, della sessualità, della nudità e dell’erotismo si tende a dire il meno possibile. È molto facile giudicare, ma questo non vuol dire parlare delle cose. Sono temi che fanno comunque scalpore, anche nella società di oggi.

Temi tanto attuali quanto naturalmente scomodi da affrontare. Pensi che possano anche essere riconosciuti nei tuoi dipinti?
Dipende da chi li guarda. C’è chi riconosce particolari che gli consentono di guardare alla storia, alle società. Altri sono invece interessati ai corpi, alle loro posizioni e sottolineano in particolare il rapporto tra immagine ed erotismo.

Qual è l’aspetto che ti interessa di più?
La possibilità di nascondersi o di lasciare cadere una maschera. E questo mi interessa sia a livello di produzione di immagini sia considerando la loro forza visiva.

Non sempre una immagine riesce a esprimere quello che chi la crea desidera veicolare con essa.
Una immagine non deve spiegare troppe cose. Spesso però accade che chi guarda i dipinti manifesti la sua necessità di collocarli entro una ‘cornice di riferimenti’. Succede infatti che le persone diano delle letture molto nette delle opere, fidandosi dell’immagine nonostante questa sia molto più ambigua di quanto non sembri.

Nel tuo lavoro l’erotismo è legato anche a questi aspetti, più precisamente a una indagine sull’immagine e sulla ‘naturalezza’ del pittorico.
L’erotismo è tutto, non è l’atto. È tensione, relazione che passa certamente attraverso i corpi, ma che riguarda anche il rapporto con l’ambiente. Non è solo questione di mostrare la nudità o il contatto tra i corpi. Quella naturalezza di cui parli è decisiva proprio perché determina la produzione di una immagine di qualcosa che è prima di tutto vitale.

Questa vitalità è ritratta conservando un carattere onirico che spesso è riconoscibile nelle scene che realizzi cercando, allo stesso tempo, di tenere la dovuta distanza da una qualsivoglia inclinazione più marcatamente surreale.
La dimensione onirica appartiene all’umano. Pensiamo a come quotidianamente ci ricordiamo le cose: attraverso indizi indefiniti, azioni, dettagli sfocati, situazioni imprecise… Ma se i miei dipinti mostrassero una situazione troppo surreale, andrei in una direzione diversa da quella che mi interessa. Il mio interesse è ottenere una immagine in cui vi è una possibile vicinanza con la realtà e, allo stesso tempo, una evidente lontananza da essa. Il tentativo è di allontanarsi dalla realtà, ma senza arrivare a una dimensione completamente surreale.

Ultimamente, in che direzione sta andando il tuo lavoro?
Sto esplorando in particolare le possibilità offerte dalle combinazioni. Per esempio, nell’opera Le disavventure della virtù, sto lavorando su due frame considerando il rapporto tra lo spazio e il tempo: le ombre, presenti e assenti, le persone che sono disposte nello spazio in un certo modo, intorno a un soggetto al centro della scena… le varianti sono numerose. È una fase nuova.

Davide Dal Sasso

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è membro di LabOnt, il Laboratorio di Ontologia fondato da Maurizio Ferraris, e sta ultimando il dottorato di ricerca in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino. Le sue ricerche vertono in particolare sulla ricomprensione filosofica del concettualismo, sul ruolo della rappresentazione nelle diverse forme d’arte, sulle nuove possibilità esperienziali offerte dalle arti contemporanee e sulla riconfigurazione del discorso filosofico su di esse. È l’ideatore del format di discussione interdisciplinare "Dialoghi di Estetica" e della omonima rubrica di filosofia e arte attiva dal 2012 su Artribune. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, Milano-Udine 2014).

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