Dialoghi di Estetica. Parola a Ettore Tripodi

Dopo gli studi in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, Ettore Tripodi sviluppa le sue ricerche, concentrandosi inizialmente sul disegno su carta, per poi passare alla pittura. È tra i fondatori di MammaFotogramma, un gruppo di artisti che si occupa principalmente di arti applicate (video, installazioni, percorsi multimediali, architettura). Il dialogo esplora alcuni temi che contraddistinguono il lavoro dell’artista: la costruzione dell’immagine, il rapporto tra pittura e narrazione, gli equilibri della composizione visiva e le libertà dell’immaginazione.

Ettore Tripodi, Storie 2, 2016, tempera su tavola, cm 26x24
Ettore Tripodi, Storie 2, 2016, tempera su tavola, cm 26x24

Le tue opere sembrano appartenere a un impianto quasi cinematografico, come se fossero fotogrammi estratti da una pellicola.
Le immagini sono sospese tra passato e futuro. Quello che succede prima e dopo, è possibile solo nell’immaginazione di chi guarda l’opera. Forse proprio questo aspetto dei miei dipinti può ricordare un fotogramma cinematografico.

Come inizia il tuo lavoro di costruzione dell’immagine?
Difficile dirlo con esattezza. Spesso all’inizio c’è un “binario preconcetto”, qualcosa che colpisce la mia attenzione e che mi porta a lavorare in una certa direzione.

Proviamo a entrare un po’ di più nel dettaglio.
Alla base c’è una intuizione. Andando avanti con il lavoro questa si arricchisce attraverso la pratica in studio, le letture che accompagnano i primi disegni, le visite nei musei, il dialogo con le persone. Quando qualcosa ti ispira, poi lo trovi dappertutto. L’aspetto più interessante è che mentre il lavoro prende forma, tutto è in continua trasformazione. Alla fine, correre su questo binario vuol dire anche poter tradire il suo percorso, trovare la via per nuovi orizzonti.

La libertà immaginativa che offri al fruitore è legata alla dimensione narrativa che caratterizza i tuoi lavori – penso per esempio alla tua ultima personale allo Studio Cannaviello di Milano. Per te che cosa vuol dire narrare con le immagini?
Provo a risponderti con una breve storia. C’è uno specchio in una stanza, davanti al quale accade qualcosa. Immaginiamoci che lo specchio “rimanga colpito” da quel fatto, e voglia parlare con un altro specchio di “quel che ha visto”. Il primo però è un vecchio specchio ingiallito e spanciato che deforma l’accaduto, aggiunge alcuni particolari alla narrazione e ne omette altri. Così l’immagine primigenia si perde nel racconto degli specchi come la parola si trasforma nel telefono senza fili. Ecco, per me è un po’ come andare a cercare una qualche immagine perduta nel fondo degli specchi.

Ettore Tripodi - Storie - exhibition view at Studio d’Arte Cannaviello, Milano 2016 - photo Marcello Tomasi
Ettore Tripodi – Storie – exhibition view at Studio d’Arte Cannaviello, Milano 2016 – photo Marcello Tomasi

Le tue sono immagini di piccolo formato, nelle quali ci si può perdere in storie apparentemente quotidiane. Come riesci a ottenere questo risultato?
Di solito, per raccontare un soggetto ne propongo altri che possono parlare – indirettamente o direttamente – di esso, alternando diversi registri narrativi. In questo modo cerco di restituirne la complessità, le sue peculiarità quasi si trattasse di un prisma. E questo mi permette di trovare continuamente nuove direzioni.

La narrazione che proponi si può allora sviluppare solo per passaggi.
Ciascuna opera che realizzo la penso come un frammento che può avere un rapporto con altri. Non escludo infatti che il senso del soggetto su cui lavoro possa anche essere colto guardandoli nel loro insieme, un frammento accanto all’altro.

Che cos’è per te un frammento?
La pagina di un libro, un momento all’interno di una storia. Il frammento è un segno dell’interruzione di una narrazione. Mi hanno sempre attirato i frammenti di libro soprattutto perché favoriscono fraintendimenti dovuti alla mancanza dell’intera storia.

Parliamo un momento di questo fraintendimento, mi sembra cruciale nel tuo lavoro.
Mi interessano molto le incrinature e la possibilità di raccontare qualcosa sottolineando il filtro con cui si racconta. Pensa a quando una persona ti racconta un film che ha visto, ti offre la sua visione della storia. Il suo possibile divagare è il frutto di una selezione che è anche una ricchezza.

Perché?
Narrare vuol dire anche scegliere come raccontare la storia, quanta importanza dare a un soggetto o a un altro. Questo secondo me è un vantaggio in termini di offerta di pensiero: di una narrazione, alla fine di un’opera, si potranno cogliere aspetti che neanche l’autore poteva prevedere.

Ettore Tripodi, Storie 2, 2016, tempera su tavola, cm 26x24
Ettore Tripodi, Storie 2, 2016, tempera su tavola, cm 26×24

Consideriamo un momento la tecnica, che ruolo ha nel tuo lavoro?
Nella tecnica c’è anche il pensiero. Il gesto di fare un’opera è già portatore di un determinato pensiero, di quello che l’artista cerca di dire. Mezzo e contenuto viaggiano insieme. Il pensiero va a braccetto con il mezzo che si utilizza per esprimerlo.

Che cosa comporta il lavoro sull’immagine?
Lavorando sulla costruzione dell’immagine, l’idea che avevo all’inizio si amplia e le esigenze tecniche cambiano. A volte ho in mente un’immagine, la voglio disegnare ma si tratta di qualcosa di grossolano. L’immagine che ho è fumosa, è inconsistente perché è un insieme di sensazioni… Nel momento in cui mi metto a disegnare questa inconsistenza muta in qualcosa che tradisce quell’immagine primigenia. Si tratta di continui tradimenti, dovuti anche ai limiti della tecnica, alle mie incapacità di tradurre completamente quel segnale oscuro. Se fosse diverso, non sarebbe arte.

E perché, invece, è arte?
Perché c’è qualcosa che rimane non detto, che ti stupisce. Da una immagine si passa a un’altra. Nella mente scattano numerose e inaspettate associazioni. Certo, non si tratta di ritrovare per forza il primo riferimento, ma di poterne offrire delle parvenze, degli aspetti. Da questi si può entrare in una sorta di sistema intuitivo che non riguarda solo chi ha fatto l’opera ma anche chi la potrà fruire.

Il fraintendimento è allora profondamente legato allo stupore e alla possibilità di cambiare strada.
Sì, oppure potremmo dire che quel binario di cui parlavamo prima non può che essere tradito. Certo la direzione può essere più o meno impostata. Ma, una volta sulle rotaie, è anche possibile poter continuare a uscire da esso, poterlo guardare da fuori, da sopra, di lato.

Ettore Tripodi
Ettore Tripodi

Non credi che questa apertura illimitata metta a repentaglio la riuscita del lavoro?
Lavorare con le immagini vuol dire anche intrattenere lo sguardo del fruitore, è importante sapersi servire dell’artificio. Non sono interessato a creare immagini che possano ingannare le mosche. Quello che faccio è pittura, non è la realtà. Questo però non vuol dire che il mio obiettivo sia l’inganno. Semmai mi interessa che il mezzo pittorico di cui mi servo possa essere mostrato per quello che è. Il linguaggio pittorico deve in qualche modo poter contenere tutti i linguaggi e le possibilità che esso può offrire. Le immagini devono essere perciò il più possibile comprensibili. Si tratta di trovare un equilibrio.

Come si ottiene questo equilibrio?
Forse, prima di tutto, proprio quando ci si stupisce. Il primo a stupirsi sono io, che quando vedo l’immagine finita devo fare delle scelte. La tecnica da questo punto di vista è rivelatrice. La mano al lavoro è un po’ come un sismografo, il gesto di tracciare un segno sulla carta, quello di stendere il colore sulla superficie… un primo equilibrio si crea già in quei momenti in cui ci si misura con la materia. Quando si riconosce la deviazione da quel binario di cui parlavamo prima. Si tratta anche di una questione di alchimia, che forse potrà essere raggiunta anche da chi guarda l’opera.

Pensi che questa alchimia di cui parli si traduca soprattutto nella forma dell’opera?
Sì, assolutamente. L’alchimia ha a che fare con il riconoscimento. Non posso sapere cosa vedrà un fruitore, ma posso dire qualcosa sul mio sguardo. A volte mi stupisco proprio perché un lavoro non mi soddisfa per la forma che ha, non lo riconosco. Mi è capitato di essere il peggior giudice del mio lavoro al punto di voler distruggere un dipinto che poi è diventato invece uno dei lavori più apprezzati. L’alchimia si è palesata solo a un certo punto.

Davide Dal Sasso

www.ettoretripodi.it

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).