Dialoghi di Estetica. Parola a Studi Festival

Dal 14 al 18 marzo si è tenuta a Milano la terza edizione di Studi Festival, un progetto ideato e curato dagli artisti Claudio Corfone, Rebecca Moccia, Anna Stuart Tovini e Vincenzo Chiarandà (Premiata Ditta, fondatori di UnDo.Net). Insieme a loro abbiamo fatto il punto sulle dinamiche progettuali e interattive che animano il festival, sulla attivazione di un circuito di scambi e partecipazione fra artisti e società, sul ruolo della sperimentazione e l’idea di autonomia dell’arte.

Studi Festival 2017. Spazio Florida per Studio Fludd VS La Tigre. Photo Ludovica Belotti
Studi Festival 2017. Spazio Florida per Studio Fludd VS La Tigre. Photo Ludovica Belotti

Il festival offre la possibilità di ripensare il fenomeno artistico riconoscendone la complessità e la continua variabilità. L’artista non è solo colui che crea o espone, il suo spazio di lavoro può diventare pubblico, l’arte è continua trasformazione. Quali sono allora le idee che hanno reso possibile questo vostro progetto?
Anna Stuart Tovini: L’idea più importante che è stata sviluppata fin dalla prima edizione del festival, anche in UnDo.Net che era il suo luogo ideale e per un progetto partecipativo, è quella di favorire prima di tutto il contatto e lo scambio tra gli artisti. Non si tratta solo di mostrare le opere nei loro studi, ma di attivare un circuito di relazioni: l’artista non espone nel suo studio ma invita altri a farlo, a sua volta viene invitato a mostrare i suoi lavori in altri spazi. Lo scambio è continuo.
Vincenzo Chiarandà: Gli artisti scelgono altri artisti e il progetto che propongono nasce direttamente da un rapporto orizzontale. La scelta avviene per analogie di ricerca, per stima, per simpatia… Questo rapporto orizzontale comporta una responsabilità reciproca tra gli artisti che scelgono e quelli che partecipano. L’artista che invita gli altri a pensare un progetto all’interno del proprio studio è fortemente motivato rispetto al senso stesso del progetto. E questo è davvero importante perché favorisce una produzione di effetti che avviene prima, durante e dopo il festival.
Claudio Corfone: L’idea del festival è di favorire la vicinanza tra gli artisti e tra le attività nella sua durata di cinque giorni. Questa vicinanza è decisiva perché contribuisce ad aprire ancora di più il processo di scambio a vari livelli.
Rebecca Moccia: La possibilità di lavorare su più eventi in uno stesso periodo rivela un approccio inclusivo, una apertura da parte della rete che si crea con il festival e che nasce da una esigenza che è prima di tutto territoriale.

Studi Festival 2017. Welcome back Billy, Studio Basement. Photo Irene Gittarelli
Studi Festival 2017. Welcome back Billy, Studio Basement. Photo Irene Gittarelli

Consideriamo la produzione degli effetti. Il primo momento lo possiamo intendere come la fase di progettazione e il successivo come il proseguimento delle relazioni.
V. C.: Possiamo pensare ai giorni del festival e alle numerose mostre come alla punta di un iceberg, sotto abbiamo un dispositivo più grande che si potrà anche estendere nel tempo. Il primo momento è allora importantissimo. Lo studio dell’artista diventa una specie di dietro le quinte, ma si tratta pur sempre di uno spazio privato. L’artista pensa al progetto, sistema lo studio in modo che possa diventare temporaneamente pubblico. La fase della preparazione è decisiva proprio perché l’artista, lavorando sul display, attiva qualcosa che potrà proseguire anche in seguito.
A. S. T.: Durante il festival si crea uno spazio in cui si possono immaginare delle mostre, in cui i ruoli e ciò che potrà accadere in seguito sono sospesi. Possiamo pensare alla dimensione operativa di Studi come a quella degli spazi temporaneamente autonomi. L’apertura degli studi è perciò anche una dimostrazione di intenti.
C. C.: Il lavoro sul display si sviluppa in rapporto alla responsabilità dell’artista attraverso i suoi modi di lavorare su di esso. Il display può essere più o meno neutro, conservare le tracce del lavoro o somigliare di più a uno spazio espositivo. L’artista è responsabile del modo in cui sviluppa il progetto e il suo lavoro è perciò decisivo per gli effetti che potrà ottenere.

Fino a che punto la trasformazione del dispositivo è autonoma rispetto alla sua attivazione?
A. S. T.: Ti posso rispondere con la frase che aveva scritto un giornalista sulla prima edizione di Studi. L’aveva descritto come un vero progetto interattivo e dunque, secondo lui, un salto nel buio. Sono d’accordo con questa lettura: lavorando in questo modo non si può prevedere che cosa avverrà, che cosa faranno gli artisti quando parteciperanno. Il principio è attivare un processo, innescare lo scambio. In fondo, il festival rivela anche la mobilità degli artisti proprio perché c’è un continuo cambiamento in corso.

Penso che il vostro dispositivo sia strutturato su tre diversi livelli di partecipazione: progettuale, operativa e sociale. Il primo riguarda voi, il secondo gli artisti coinvolti, il terzo l’accessibilità pubblica. Iniziamo con i primi due.
V. C.: Tutto nasce da un nostro bisogno come artisti, che è sempre un po’ quello di costruire relazioni. Un bisogno che coincide con le persone che partecipano. Un nostro interesse forte è verso l’attitudine operativa, il proposito dell’artista.
C. C.: Agli artisti cerchiamo di offrire un servizio che possa permettere loro di lavorare sul display. Ciascuno trova il modo più funzionale rispetto al progetto che vuole sviluppare. Noi siamo gli attivatori di questo processo.

Studi Festival - il logo
Studi Festival – il logo

E per quanto riguarda le relazioni tra gli artisti, come si innesca il processo e quali sono gli obiettivi?
A. S. T.: Per prima cosa, si procede con un invito. Per esempio, nella prima edizione l’abbiamo fatto a un’ampia comunità di artisti dalla piattaforma di UnDo.Net. Gli artisti a loro volta hanno contribuito in base alle loro relazioni. Un punto importante di questa evoluzione del processo riguarda l’attivazione di diverse modalità operative. L’attività dei partecipanti è decisiva sia per il richiamo sia per gli sviluppi successivi del festival.
V. C.: Tra gli obiettivi c’è la possibilità di contribuire a un dibattito. Gli artisti lo fanno in modi diversi in base alle loro esperienze e formazioni. I contributi dei giovani, degli artisti di media carriera e così via, sono fondamentali per ampliare il dibattito in corso. In maniera collaborativa il format stesso del festival cerca di affrontare delle esigenze condivise dai suoi partecipanti. In particolare, c’è un bisogno primario: ricongiungere gli artisti alla società. Un bisogno che proviene direttamente dagli artisti.
R. M.: Insieme al rapporto generazionale è importante riconoscere anche altri due aspetti: il legame con il territorio e il ruolo dei singoli artisti che partecipano. Ciascuno degli artisti può portare con il suo lavoro un beneficio per tutta la comunità, e a noi spetta il compito di renderlo possibile innescando un processo che secondo me non porta principalmente alla realizzazione di un’opera, ma alla affermazione delle singolarità che prendono parte al festival.

Che cosa succede invece con il pubblico?
A. S. T.: L’happening di Studi Festival favorisce lo scambio e la relazione tra gli artisti e consente anche una fruizione del pubblico diversa da quella dei tradizionali spazi dell’arte. Andare nello studio di un artista intimidisce molto meno che entrare in una galleria d’arte. L’apertura alla città permette che le persone possano entrare in contatto con il processo in corso durante i giorni del festival e, per esempio, che il vicino di casa possa finalmente scoprire che cosa fa l’artista che vive nel suo palazzo.
R. M.: Su questo, c’è un aspetto in particolare che è importante considerare. Insieme alle opportunità che hanno gli artisti di potersi confrontare tra di loro c’è anche quella di potersi mettere alla prova offrendo le loro spiegazioni ai visitatori degli studi. Si tratta di una sfida e allo stesso tempo di una grande possibilità: l’artista si mette alla prova non solo con quello che fa, ma anche dandone una spiegazione. E questa è un’importante opportunità anche per i visitatori degli studi.

Studi Festival 2017. Rebecca Moccia, Vincenzo Chiarandà, Claudio Corfone, Anna Stuart Tovini
Studi Festival 2017. Rebecca Moccia, Vincenzo Chiarandà, Claudio Corfone, Anna Stuart Tovini

Come è cambiato il festival da una edizione all’altra?
A. S. T.: All’interno dello stesso dispositivo abbiamo attivato possibilità di visione differenti. Per esempio, nella terza edizione del festival abbiamo coinvolto la classe della scuola di Fotografia dell’Accademia di Belle Arti di Brera diretta da Paola Di Bello, giovani autori che hanno documentato le giornate del festival. La documentazione delle impressioni sui lavori è stata affidata invece a un gruppo di giovani blogger che hanno lavorato sulla scrittura e il racconto degli eventi.
C. C.: C’è stata una crescita in termini numerici e di qualità dei progetti presentati. Due aspetti che rivelano la dimensione di responsabilità degli artisti e anche la natura auto-generante che contraddistingue il festival.

Una volta innescati, i processi del vostro dispositivo si sviluppano autonomamente. Che ruolo hanno l’interattività e la sperimentazione in tutto questo?
V. C.: Interattivo è un dispositivo che si alimenta e può funzionare proprio grazie alla reale partecipazione delle persone. A questo si lega allora anche l’autodeterminazione che è possibile perché è prevista dal format stesso che è messo in piedi.
A. S. T.: Nei giorni del festival si crea uno spazio di sperimentazione in continua trasformazione. L’idea di sperimentazione è centrale; tra gli obiettivi che abbiamo c’è sicuramente quello di lavorare sull’estensione dei confini dello sperimentabile, sulla possibilità di mettere in discussione un inizio e una fine per ciò che si fa. L’arte procede nel tempo, e la sperimentazione diventa il motore per ottenere nuova produzione culturale.
R. M.: Con le loro attività gli artisti coinvolti nel festival danno risalto al suo carattere di autonomia. Il modo in cui organizzano i loro spazi permette di dare risalto alle loro scelte, ai loro progetti. Il ruolo delle soggettività è imprescindibile.

L’importanza che date alla variabilità delle dinamiche operative e relazionali rivela una idea di autonomia dell’arte che sembra essere identificata direttamente con la sperimentazione. Che cosa ne pensate?
A. S. T.: Vorrei sottolineare che parliamo volutamente di autonomia e non di indipendenza. Che un lavoro artistico sia autonomo non presuppone che sia altrettanto indipendente. Proprio perché si tratta di attività sperimentali e collaborative, che prevedono diversi momenti di lavoro, non possono che dipendere da diversi fattori pur essendo autonome. Sono attività autonome perché nascono dalla volontà degli artisti, nascono dalla loro esigenza.
R. M.: L’autonomia che è possibile ottenere durante le giornate di Studi è profondamente legata a quelle singolarità delle quali parlavo prima, al lavoro dei singoli artisti che mettono in piedi le loro mostre. La possibilità di sperimentare ha una sua importanza per ottenere questo risultato.

Davide Dal Sasso

www.studifestival.it

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CuratoriAnna Stuart Tovini, Vincenzo Chiarandà, Claudio Corfone, Rebecca Moccia
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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell'Università di Torino. Le sue ricerche vertono sul rapporto tra filosofia e arti contemporanee con particolare interesse per la natura delle pratiche artistiche, dell’espressione e della rappresentazione. È membro di Labont-Center for Ontology, Università di Torino, ed è ideatore e curatore di "Dialoghi di Estetica", rubrica di filosofia e arte pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, 2014) ed è l’autore di "Nel segno dell'essenziale. L'arte dopo il concettualismo" (Rosenberg & Sellier 2020).