Dialoghi di Estetica. Parola ad Andrea Ravo Mattoni

Artista, Andrea Ravo Mattoni lavora al confine tra pittura e Street Art. Negli ultimi mesi ha realizzato sui muri di diverse città italiane le riproduzioni di importanti dipinti del passato all’insegna del recupero del classicismo nella contemporaneità. In questo dialogo abbiamo parlato della sua idea di pittura urbana, del ruolo delle immagini, degli sviluppi della tecnica attraverso il disegno e dell’arte sociale in rapporto alla possibilità di apprezzare nuovamente le opere dei maestri del passato.

Andrea Mattoni, La cena in Emmaus, spray su muro, San Salvatore di Fitalia, Messina, 2016
Andrea Mattoni, La cena in Emmaus, spray su muro, San Salvatore di Fitalia, Messina, 2016

Nel tuo lavoro insisti sull’attualità della pittura testando costantemente il suo potenziale. Da dove trae origine questo tuo modo di lavorare?
Dalla mia “frequentazione domestica” con l’arte. Sono cresciuto in mezzo alle opere di mio padre e mio nonno: il primo era un concettualista che lavorava soprattutto sull’arte comportamentale; il secondo un pittore. Entrambi mi hanno influenzato, ma fin dall’adolescenza mi è stato chiaro che volevo fare qualcosa di diverso da loro.
Questa necessità mi ha portato ai graffiti che ho sempre considerato come una “terza via”, una alternativa a quei due modi di fare arte che mi erano familiari. Il graffito per me era una novità. Ma stiamo parlando del 1995, l’arte di strada in quel momento aveva già una sua storia trentennale. Io però ne ero attratto e la vedevo come una possibile via di uscita perché consideravo inadeguati sia i lavori concettuali sia la pittura.

Quanto è durata questa fascinazione?
Parecchi anni, fino a quando il mio sguardo sull’arte non è cambiato completamente, all’Accademia di Belle Arti di Brera. Qui ho messo da parte l’utilizzo della bomboletta per affinare la mia formazione da pittore. Al modo più tradizionale di fare graffiti, fare i lettering le tag ecc., si sono sovrapposte le regole della pittura.
Ero un allievo della classe di Maurizio Bottarelli, un astrattista che prediligeva gli aspetti più materici del lavoro pittorico. Un incontro che è stato decisivo: in quel periodo ho capito cosa voleva dire misurarsi con la tela, ma anche che questa era uno spazio troppo limitato per me.

Perché?
Mi era chiaro che non sarebbero stati i lettering, i puppet o gli stencil a finire sulla tela, ma che da questa volevo evadere per lavorare dove di solito ci sono i graffiti e i murales.

Andrea Mattoni, Burn Cd Project, Installation view
Andrea Mattoni, Burn Cd Project, Installation view

Mi sembra che nei tuoi primi lavori questa necessità sia palese, penso per esempio ai quadri-libro.
Il mio percorso non è mai stato lineare. Le prime opere che ho realizzato rivelano influenze pittoriche e concettualiste, i quadri-libro sono una sorta di sintesi. Un primo risultato importantissimo, perché mi ha permesso di ripensare alla mia idea di pittura e di riprendere in seguito la bomboletta ancora più consapevole di quello che volevo: servirmene per lavorare su uno spazio che non fosse la tela.

Il test sulla pittura rimane comunque una costante. Nonostante il tentativo di abbandonare la tela, hai prodotto numerosi dipinti.
Assolutamente, ma i dipinti che ho realizzato in seguito nascevano ancora dalla stessa esigenza. Più dipingevo, più mi accorgevo dei limiti della tela. E questo è stato decisivo per la mia scelta di lavorare sui muri.

Dove ti collocheresti con il tuo lavoro: sei uno street artist o un pittore?
Sono un pittore che lavora anche con le bombolette. Il passaggio dalla tela al muro lo penso come una specie di sovrapposizione tra la Street Art e la pittura. Anche se lavoro sui muri, non ho mai smesso di dipingere e tanto meno di fare immagini con altri mezzi e su altri formati diversi dalle tele – per esempio, nel mio Burn Cd Project, un lavoro tuttora in corso.

Mi sembra che la sovrapposizione di cui parli possa essere immaginata come una nuova sintesi nel tuo lavoro. Che cosa ne pensi?
Sono d’accordo. Si tratta di una nuova sintesi tra comportamento e pittura, che in fondo rivela quelle influenze di cui parlavamo prima e che mi permette tuttora di sviluppare il mio lavoro e, come dici tu, di continuare a testare la stessa pratica pittorica.

In questo periodo stai lavorando a un progetto molto articolato, in cui questa sintesi si traduce nella scelta di “strappare” la pittura dalla tela per destinarla ai contesti urbani, dando nuova visibilità a taluni dipinti del passato.
La possibilità di riportare in pubblico qualcosa che era privato mi attirava da parecchio tempo. L’occasione è arrivata con un lavoro che mi è stato proposto da Urban Canvas, e che sta proseguendo con la collaborazione con ParkinGo e le numerose istituzioni con cui sto lavorando. Mi sono confrontato con l’opera di un grande artista, Caravaggio. Allo stesso tempo, ho voluto anche mettere alla prova le mie capacità lavorando con le bombolette per ottenere un risultato che fosse il più possibile soddisfacente.

Nella prima opera di Caravaggio che hai portato su parete, la Cattura di Cristo (1602), hai inserito anche una scritta che è diventata il titolo del tuo lavoro. Perché questa scelta?
We will all be forgotten mi ronzava in testa da molto tempo. Più volte, guardandomi intorno, mi sono chiesto se davvero rimarranno tracce di noi da qualche parte. Se tutte le immagini che ci circondano saranno in futuro la nostra memoria. Mi sono segnato più e più volte questa breve nota, saremo tutti dimenticati. Quando ho deciso su quale tra le opere di Caravaggio avrei lavorato, mi sono accorto che questo pensiero aveva trovato la sua naturale casa. Quel dipinto è stato dimenticato per molti secoli, per poi essere riscoperto di recente.

Le opere che immetti nei contesti urbani possono essere nuova materia per memorie future?
Considero l’arte soprattutto in rapporto al suo ruolo sociale. Il mio obiettivo è che le opere possano essere ammirate da chiunque, anche per caso. Lavorare sui muri e nei diversi spazi delle città permette di ampliare il ventaglio dei possibili fruitori che potrà avere un’opera. Prima di tutto, il mio è un progetto di arte sociale!

L’elemento chiave di questa fase del tuo lavoro è il recupero del classicismo, che non implica solo la ripresa di taluni dipinti del passato ma anche una rivalutazione delle tecniche. Quest’ultimo aspetto risalta soprattutto nei tuoi disegni. Che importanza dai alla tecnica?
La possibilità di affinare una tecnica è legata alla sfida che si presenta ogni volta. Con il disegno posso affrontarla con maggiore facilità. Disegnare è la maniera più veloce per mettere su carta quello che ho in testa, è il modo più diretto per mettere nero su bianco quello che vorrei dire. Non credo che si possa prendere appunti con la pittura.

Andrea Mattoni, Cattura di Cristo (We Will All Be Forgotten), spray su muro, Varese, 2016
Andrea Mattoni, Cattura di Cristo (We Will All Be Forgotten), spray su muro, Varese, 2016

Questo modo di lavorare rivela anche il tuo interesse per la purezza della tecnica, che risalta sia nei dipinti a bomboletta sia nei tuoi disegni.
Sì, però il disegno mi permette di mettere in forma qualcosa che ho in mente con maggiore facilità. È come se fosse una fase di gestazione, i risultati che ottengo sono affini, ma profondamente diversi da quelli offerti dalla pittura.

In entrambi i casi, in pittura e nel disegno, la tua preferenza è sempre per la figurazione e non per l’astrazione. Perché questo rifiuto?
Amo l’arte astratta, ci sono opere che apprezzo talmente tanto che starei a guardarle per ore, ma non mi interessa farla. La ragione è semplice: la considero ancora arte figurativa. Due facce della stessa medaglia.

Interessante, che cosa vuoi dire?
Si tratta di due modi di rappresentare che secondo me sono complementari: in un caso si rappresenta un macrocosmo, nell’altro un microcosmo.

Dunque, per te non esiste un’arte che possa essere astratta?
No. Secondo me l’astrazione è un altro modo di fare figurazione che si basa su una scala di rappresentazione diversa.

Torniamo alla figurazione. Mentre stiamo parlando, qui nel tuo studio ci sono numerosi volumi dedicati ai maestri del passato – Botticelli, Mantegna, Piero della Francesca, Caravaggio. Che cosa hanno le immagini di così importante?
Credo che le immagini possano restituire la nostra dimensione umana, sono la proporzione del nostro sguardo sul mondo. Possono essere quello che vediamo tutti i giorni o ciò che vorremmo vedere. Intorno a noi, ci sono immagini dappertutto.

Andrea Mattoni, Bacco il tatuato, backstage view
Andrea Mattoni, Bacco il tatuato, backstage view

È vero, ma non tutto è immagine. Siamo immersi anche nelle cose, interagiamo con oggetti e corpi…
Sì, ma le immagini creano un’atmosfera, possono sospendere il tempo! Quel rapporto che possiamo avere con le cose rivive nelle immagini perché in esse il tempo si ferma. Ma per raggiungere questo risultato, la tecnica non basta.
Prendi l’iperrealismo, è la grande illusione: non crea un’atmosfera, ma una mera replica. Se vuoi un risultato del genere, sarebbe più pratico usare la fotografia. La pittura sopravvive solo se si ferma qualche passo prima di questo fatale inganno.

Pensi che ci sia qualcosa di vero in pittura?
Non c’è una verità universale, che vale per tutti. Direi che c’è piuttosto una verità personale, egocentrica. La verità di chi ha dipinto. Dubito però che questa possa arrivare a qualcuno. Intendo dire, completamente. Solo una minima parte di questa arriva, forse.

Si tratta allora di una verità parziale?
È una parte di verità, ma è preziosissima perché può portare ad altre verità. Frammenti, che possono aprire ad altre strade, a nuovi percorsi. La pittura può raggiungere il pubblico proprio grazie a questa sua forza. Insisto, le immagini rivelano la nostra dimensione e la pittura nel corso dei secoli lo ha dimostrato. Nonostante i cambiamenti del Novecento, la pittura è sempre magnificamente presente!

Fare pittura vuol dire allora rendere disponibili dei frammenti di verità?
Anche, non solo. Il pittore può sempre ingannare. Dipende che cosa crediamo che sia la verità. Deve pur esserci del mistero, altrimenti l’arte diventa pura noia!

Tornare alla pittura storica comporta anche una responsabilità rispetto al potenziale visivo scaturito da quelle opere che riporti sul muro. Oltre ai percorsi che possono offrire ci sono anche dei limiti; in questi dipinti su parete la forza dell’immagine si conserva comunque?
Le immagini hanno grossi limiti che credo siano direttamente legati al nostro sguardo. Elaborare immagini attraverso la pittura permette di dirigere il potenziale di cui parli. E questo è un traguardo che è stato raggiunto nel passato. Già nel Quattrocento gli artisti erano consapevoli del potenziale della pittura, che in fin dei conti consiste nella possibilità di offrire illusioni. Resta però il nostro sguardo a imporre i limiti.

Questa offerta di illusioni è maggiore nel disegno o nella pittura?
Nella pittura, assolutamente. Il disegno permette di cogliere dei punti, degli aspetti; mentre la pittura è il mezzo migliore per ottenere l’illusione completa, e questo dipende dall’ermetismo che la caratterizza. Nella pittura astratta, per esempio, possiamo trovarci di fronte a qualcosa che solo in apparenza è più facile, questo perché l’ermetismo e l’illusione sono dominanti. La figurazione consente invece di lavorare per raggiungere questi obiettivi, ampliando o riducendo l’ermetismo in base ai riferimenti che si scelgono per l’immagine.

Come si sta sviluppando il tuo progetto di pittura urbana incentrato sulla ripresa del classicismo nella contemporaneità?
Sono convinto che tra l’arte contemporanea e quella del passato vi sia un profondo legame. Il mio tentativo è di renderlo ancora più forte portando alcuni lavori dei grandi maestri nel tessuto urbano. Oltre alle immagini che possiamo trovare (le insegne, le pubblicità ecc.) credo che debbano essercene altre ben più nobili. La pittura deve uscire dalla tela per essere vista da chiunque!

Davide Dal Sasso

http://andrearavomattoni.tumblr.com/

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Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è membro di LabOnt, il Laboratorio di Ontologia fondato da Maurizio Ferraris, e sta ultimando il dottorato di ricerca in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino. Le sue ricerche vertono in particolare sulla ricomprensione filosofica del concettualismo, sul ruolo della rappresentazione nelle diverse forme d’arte, sulle nuove possibilità esperienziali offerte dalle arti contemporanee e sulla riconfigurazione del discorso filosofico su di esse. È l’ideatore del format di discussione interdisciplinare "Dialoghi di Estetica" e della omonima rubrica di filosofia e arte attiva dal 2012 su Artribune. Ha curato la nuova edizione di Ermanno Migliorini, "Conceptual Art" (Mimesis, Milano-Udine 2014).
  • angelov

    Un buon talento ma erratico e lasciato troppo a se stesso