Russia: come il trauma degli Anni Novanta alimenta l’autoritarismo di oggi

Perché in Russia tendono a ripetersi le stesse dinamiche? Da qui parte l’analisi di Pino Boresta che, collegando arte e potere, ragiona sul cortocircuito storico e culturale che ha portato il Paese verso una progressiva restrizione del dissenso

L’osservazione delle fasi e delle traiettorie politiche della Russia contemporanea spinge a chiedersi: “perché i russi fanno sempre lo stesso errore?” Com’è possibile che, in una società complessa e articolata come quella russa, il consenso verso un sistema politico sempre più autoritario abbia potuto consolidarsi? La risposta non risiede in una presunta e inesistente “inclinazione antropologica” all’autocrazia, ma in un cortocircuito storico e culturale che ha confuso i mezzi con i fini, la libertà con il caos. Un errore ciclico che oggi non solo soffoca i diritti civili interni, ma sta provocando l’emarginazione dell’arte e della cultura russe dal contesto internazionale.

Partire dalla storia per capire le dinamiche che spingono la Russia a confondere autoritarismo e stabilità

Il punto di partenza della mia riflessione economico-filosofica è che il comunismo, pur partendo da nobili propositi di uguaglianza, si è rivelato totalmente fallimentare. Nel tentativo di azzerare la diversificazione sociale ed economica, il sistema sovietico non ha eliminato le ingiustizie, ma ha generato una feroce dittatura oligarchica controllata dal partito. Quest’ideologia ha fallito perché non ha compreso che l’essere umano, pur dovendo essere tutelato da ogni forma di sfruttamento e abuso corporativo, ha bisogno di incentivi individuali per progredire. Senza la possibilità di migliorare meritatamente la propria condizione, senza una sana competizione e una reale mobilità di classe, si uccide il motore stesso dell’iniziativa umana, generando unicamente apatia, povertà diffusa e sottomissione. Da questo punto di vista, il capitalismo, con tutte le sue storture, rimane l’unico modello capace di valorizzare l’ambizione individuale.

Il capitalismo selvaggio e il rifiuto delle sfumature all’origine del cortocircuito russo

Il dramma della Russia risiede nel modo in cui ha conosciuto l’alternativa al comunismo. Quando l’Unione Sovietica è crollata nel 1991, a seguito delle riforme della perestrojka e la politica di glasnost, promosse da Michail Gorbacio, i russi non hanno incontrato il capitalismo regolato o lo Stato sociale di stampo europeo. Il tentativo gorbacioviano di umanizzare il socialismo e di aprire la Russia all’Occidente e alla democrazia si era scontrato con le resistenze di un apparato burocratico sclerotizzato, scivolando rapidamente in una transizione incontrollabile. Di conseguenza, i cittadini hanno vissuto l’impatto frontale con un “capitalismo selvaggio” e altrettanto oligarchico. Negli Anni Novanta, sotto la presidenza di Boris Eltsin, la parola “democrazia” non ha coinciso con libertà di espressione o diritti civili, ma iperinflazione, azzeramento dei risparmi di una vita, criminalità e speculazione.

Lo shock economico prodotto in Russia dal capitalismo selvaggio

Mentre la presidenza di Gorbaciov aveva cercato di destrutturare il totalitarismo attraverso il dialogo e la tolleranza del dissenso, lo shock economico successivo ha cancellato la memoria positiva di quella libertà di espressione, associandola indissolubilmente al declino geopolitico e alla miseria materiale. Si è compiuto così un ribaltamento filosofico: la trasparenza e il pluralismo, anziché essere percepiti come conquiste civili, sono stati bollati come i veri responsabili del caos e della debolezza della nazione sul palcoscenico globale. Si è così diffusa, in una parte della società russa, l’equazione tra democrazia, povertà e umiliazione. Ed è qui che scatta la ripetizione dell’errore. Su questo trauma l’attuale leader del Cremlino ha costruito il suo consenso a partire dal 2000, consolidando un modello che molti osservatori hanno interpretato come un patto implicito: maggiore stabilità e ordine in cambio di una progressiva restrizione delle libertà politiche. Si tratta di una restaurazione autoritaria che ha sistematicamente smantellato ogni traccia della Glasnost di Gorbaciov, sostituendo la libertà di critica con un controllo capillare dell’informazione e la diversificazione politica con la verticalizzazione del potere. Un “capitalismo di Stato” in cui gli spazi per il dissenso e la competizione politica sono stati progressivamente ridotti.

Il bivio slavo e le voci soffocate della dissidenza in Russia

Mentre l’Ucraina, affrontando enormi sacrifici e rivoluzioni di piazza, ha cercato di dimostrare che il mondo slavo post-sovietico poteva emanciparsi imboccando la via democratica ed europea, una parte consistente della società russa ha interiorizzato la narrazione della ‘fortezza assediata’. La paura del caos e l’assenza storica di una reale alternativa democratica funzionante spingono tuttora i russi a rifugiarsi nel passato, preferendo l’abbraccio paternalista dello Stato. La deriva autoritaria russa e le diverse forme di isolamento culturale internazionale rischiano di oscurare gli intellettuali che combattono dall’interno affrontando la censura o l’esilio. Figure di rilievo come il regista Kirill Serebrennikov, lo scrittore Dmitry Glukhovsky e l’artista Sasha Skochilenko simboleggiano una comunità creativa che, ridotta al silenzio o costretta a un esilio interiore, affida la propria resistenza alla storica tradizione del linguaggio esopico per far filtrare messaggi cifrati nelle proprie opere.

Boris Groys e l’illusione storica del “Leader-Artista”

Questo errore sistematico e la tendenza a estetizzare il potere affondano le radici nella storia russa che attraversa il Novecento. Come argomenta Boris Groys nel suo saggio fondamentale Lo stalinismo ovvero l’opera d’arte totale, lo Stato sovietico non si è limitato a controllare la produzione culturale, ma si è in qualche modo sostituito a essa. Il filosofo evidenzia come l’utopia delle Avanguardie degli Anni ’20 (Costruttivismo, Suprematismo) – che miravano a uscire dai musei per plasmare direttamente la vita – venga paradossalmente ereditata e deformata dal regime, che concepisce l’intera esistenza sociale come un’installazione totale da modellare dall’alto secondo criteri ideologici e formali assoluti. Attraverso questa cornice interpretativa, l’autore dell’articolo legge l’azione dei vertici politici russi come una sorta di pratica di ‘ingegneria sociale’. Il loro obiettivo non è il compromesso o la mediazione politica, bensì l’uso della forza e degli apparati di coercizione statale come strumenti tecnici per ridisegnare, scolpire e plasmare l’intera società come fosse la materia prima di una monumentale opera d’arte totale, eliminando lo spazio di libera negoziazione dei cittadini.

Russia tra autoritarismo, democrazia e cultura. Omaggio Boris Groys
Russia tra autoritarismo, democrazia e cultura. Omaggio B. Groys

Il contropotere relazionale: l’arte come palestra democratica

Tuttavia, dinanzi a questo azzardato parallelismo, è impossibile non provare una spontanea e profonda repulsione etica. Esiste infatti un discrimine materiale e insuperabile tra l’artista classico che interviene su una materia inerme (la tela, il marmo, l’inchiostro), e l’azione dei regimi autoritari, le cui decisioni incidono direttamente sulla carne, sul sangue e sulla vita di persone reali. Proprio a questa violenza centralizzata ed estetica si contrappongono storicamente le pratiche dell’Arte Relazionale che assumono i legami e le interazioni sociali come vero e proprio medium creativo. Invece di manipolare il pubblico dall’alto, questa forma d’arte offre contesti di dialogo orizzontale in cui la società partecipa attivamente e co-crea l’opera, agendo come una vera e propria “palestra democratica” posta a protezione del pluralismo. Rimane tuttavia aperto l’eterno interrogativo critico sul confine sottile in cui la reale condivisione rischia di trasformarsi in una nuova e invisibile forma di condizionamento.

Il bivio di Oleg Kulik: “mordere o leccare i piedi”

Questa disamina sull’errore sistematico di una cultura che si affida a un demiurgo politico trova una conferma concreta nelle azioni e nelle parole di quegli artisti che hanno tentato di scuotere il sistema dalle fondamenta. Incontrai personalmente Oleg Kulik nel 1998, quando incarnava la speranza di un’avanguardia post-sovietica radicale e fiduciosamente proiettata nel dialogo internazionale. Avendo vissuto sulla propria pelle la transizione dalle speranze libertarie degli Anni Novanta al progressivo azzeramento dello spazio per il dissenso politico, il suo percorso ha offerto uno spaccato crudo sulla condizione dell’arte in Russia. Nel contesto culturale del Paese, fu in particolare nel 2014 che Kulik ridusse la scelta dell’artista a un bivio drammatico e viscerale: “mordere o leccare i piedi”1. Si tratta di un dilemma brutale che, nella sua forma più estrema, costringe chi fa cultura a decidere se combattere le forze dell’oppressione attraverso un coraggio radicale o ingraziarsele per sopravvivere. Davanti a un controllo statale così pervasivo, la reazione della maggioranza si traduce spesso in un’apatia diffusa o in una finta sottomissione. Questo clima di censura ha inevitabilmente svuotato dall’interno le istituzioni culturali russe: quella che all’esterno appare come una scena artistica moderna e allineata ai linguaggi internazionali, si rivela in realtà una facciata priva di autentica libertà. Sotto una superficie apparentemente contemporanea si cela il vuoto profondo della consapevolezza che lo Stato vigila su ogni singola espressione.

Russia tra autoritarismo, democrazia e cultura. Omaggio O. Kulik
Russia tra autoritarismo, democrazia e cultura. Omaggio O. Kulik

Tuttavia, sebbene nei Paesi democratici non si rischi la prigione o la repressione fisica per le proprie idee, il bivio espresso da Kulik si manifesta, in maniera meno marcata ma evidente, anche nel contesto occidentale. Se in Russia il potere che censura è lo Stato, in Occidente il conformismo è spesso dettato dalle logiche del mercato, dai finanziamenti privati, dagli algoritmi e dalla cosiddetta cancel culture. Anche nelle democrazie, seppur con dinamiche più sfumate e vellutate, l’artista si trova talvolta davanti a una scelta di compromesso: “mordere” il sistema, accettando il rischio dell’isolamento economico e dell’invisibilità mediatica, oppure “leccare i piedi” ai trend dominanti e ai nodi del potere finanziario pur di garantire la propria sopravvivenza professionale.

Il padiglione russo a Venezia: un simbolo di questo cortocircuito culturale

Il simbolo plastico di questa dolorosa frattura culturale si è consumato sul palcoscenico della Biennale d’Arte di Venezia di quest’anno. Mentre le istituzioni di Mosca tentavano di riappropriarsi del padiglione ufficiale con una presenza blindata e duramente contestata da alcuni artisti indipendenti, la facciata dello spazio di Stato è stata cinta d’assedio dal grido di protesta delle Pussy Riot. La loro performance ha trasformato quel luogo nell’emblema di una cultura ufficiale svuotata di senso, a cui si contrappone il corpo politico vivo della dissidenza.



In conclusione, credo che la vera tragedia russa risieda proprio nel non voler scindere il valore della democrazia dagli errori storici della sua prima, fallimentare applicazione sul proprio territorio negli Anni Novanta. Finché la libertà sarà percepita come una minaccia alla sopravvivenza economica e l’ordine autoritario come l’unico scudo contro la miseria, la risposta alla domanda sarà sempre la stessa. La Russia continuerà a ripetere i medesimi errori, scambiando l’illusione della stabilità con il prezzo della propria libertà. Un’indipendenza di pensiero oggi fortemente compressa nello spazio pubblico russo, ma anche in quei padiglioni che un tempo univano i popoli attraverso la bellezza. L’evoluzione della situazione dimostra che la dissidenza creativa ha smesso di essere un semplice commento estetico per farsi corpo politico vivo. È in questa frattura, sospesa tra il silenzio forzato dello Stato e il grido della performance sul campo, che si gioca l’ultimo tentativo di spezzare il cerchio di quella trappola ciclica e di restituire alla società russa il diritto di co-creare il proprio futuro.

Pino Boresta

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Pino Boresta

Pino Boresta

Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue…

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