Fotografare per scoprire sé stessi e gli altri. Intervista a Sofia Uslenghi, artista-fotografa
Per il nuovo appuntamento di “Dialoghi di Estetica” abbiamo intervistato Sofia Uslenghi, fotografa con un occhio sempre rivolto sulla pittura. Al centro della sua ricerca, le sedimentazioni visive e narrative per far dialogare la propria storia personale e quelle altrui
Artista, Sofia Uslenghi (Reggio Calabria, 1985) si esprime mediante la fotografia per sviluppare una indagine sulla sua storia, quella della sua famiglia, dei suoi luoghi di origine e delle persone che ne hanno fatto parte. Predilige le possibilità offerte dalle stratificazioni visive e dalle combinazioni di più strumenti – mappe, porzioni di fotografie satellitari, screenshot di Google Street View – per elaborare opere che sono al confine tra fotografia e arte. Ricorrono nei suoi scatti le sovrapposizioni e il suo interesse per l’autoritratto e la narrazione. Uslenghi è stata menzionata dalla critica dei Sony World Photography (nelle edizioni 2011, 2013, 2014); con la Heillandi Gallery ha partecipato nel 2017 a Wopart, nel 2018 a Mia Photo Fair; nel 2021 e nel 2022 alle edizioni di Paris Photo rappresentata dalla Galleria Valeria Bella di Milano. Ha esposto le sue opere nella mostra collettiva Fotografe! (Villa Bardini, Firenze, 2022 curata da Emanuela Sesti e Walter Guadagnini). Nel 2023 Sky Arte ha presentato un documentario dedicato al suo lavoro, per la regia di Francesco Raganato. In questo dialogo vengono portati alla luce alcuni dei principali aspetti della poetica di Uslenghi: la manipolazione visiva come atto per non ridurre fotografia a immagine, l’idea della fotografia come risultato aperto, il suo rapporto con la pittura e la musica, il ruolo dell’autoritratto e delle sovrapposizioni.

Intervista a Sofia Uslenghi
Il modo che hai di fare fotografia, penso in particolare alla manipolazione delle immagini, la rende fortemente indirizzata: come se, in fondo, oltre a ciò che ritrae essa possa offrire anche una sorta di guida per lo sguardo.
Capisco cosa intendi. Sì, mi piace che chi guarda le mie foto lo possa fare attraverso i miei interventi sull’immagine. Li penso un po’ come se fossero dei suggerimenti. Poi, certo, ognuno si farà l’idea che vuole. Ma quell’indirizzo visivo è qualcosa che prediligo senza però renderlo una costrizione.
Che cosa ti muove a lavorare in questo modo?
Principalmente la mia necessità di non ridurre tutto alla sola forza che può avere una immagine. Chiudere la fotografia nell’immagine per me vorrebbe dire costringerla a essere i suoi soggetti: un corpo, un viso, un dettaglio di paesaggio. Ma questo non mi interessa.
Perché?
Io ho bene in chiaro che la fotografia è un mezzo, non un fine. Il mio modo di usarla è guidato da una grande libertà, dalla possibilità di riuscire a conservare qualcosa come una alchimia. Fin dall’inizio ho coltivato un approccio che mi consente di pormi con una certa morbidezza per condividere ciò che mostro nei miei lavori con le altre persone, ma senza impormi.
Incanti, il settimanale sul mercato dell'arte Informazioni, numeri, tendenze, strategie, investimenti, gallerie e molto altro.
Render, il bisettimanale sulla rigenerazione urbana Nuovi progetti, tendenze, strategie virtuose, storie da tutto il mondo, interviste e molto altro.

Eppure, la tua è una fotografia fortemente improntata dal ruolo dell’autoritratto.
È vero. Ma non me ne servo con l’intenzione di impormi. L’obiettivo è piuttosto di ristabilire un ordine di relazioni ammettendo anche che quella immagine di me possa non essere così importante come sembra.
Che cosa vuoi dire?
Rispetto al risultato che posso ottenere con l’autoritratto, mi riconosco fino a un certo punto. C’è sempre comunque una distanza che spicca, dovuta alla mia esigenza di mettere un filtro tra la mia immagine e il pubblico, attraverso gli altri elementi che compongono la fotografia.
Il tuo uso dell’autoritratto sembra essere guidato dalla possibilità di sottolineare le distanze.
Un po’ è così. Ci sono più ragioni alla base di questo approccio. Ho sempre pensato l’autoritratto come un mettersi al centro delle cose in maniera un po’ troppo prepotente e questo modo di porsi non lo condivido. Inoltre, il mio obiettivo è usare l’autoritratto per offrire elementi narrativi di me, per creare una comunicazione non troppo diretta in modo che le domande non siano solo sulla mia immagine ma su quegli elementi aggiuntivi che popolano la fotografia. La rappresentazione femminile può essere vincolante. Per questo nel mio lavoro cerco costantemente di proporne una che sia meno convenzionale per riuscire a offrire una narrazione che non si limiti alla mia immagine ma offra semmai dettagli legati a me attraverso punti di vista emotivi e sentimentali.

In queste scelte si riconosce anche il tuo profondo legame con un’altra arte, per te necessaria, la pittura.
Ne sono fortemente attratta. In più occasioni lascio che essa influenzi l’andamento e la riuscita del mio lavoro. Per me si tratta di una questione emozionale, vivo la pittura con passione. Ne ho avuto una conferma quando parecchi anni fa – era una delle prime volte che visitavo un museo, in occasione di una personale di Egon Schiele a Vienna – mi sono ritrovata in lacrime davanti ai suoi dipinti. L’aspetto che piano piano mi è diventato sempre più chiaro è che quello che esprime un’opera d’arte può riguardare anche chi la guarda. Ma all’origine di tutto questo vi è anche il mio modo di fare esperienza delle singole arti, attraverso il quale mi oriento anche grazie all’immaginazione.
Che cosa comporta questo tuo orientamento?
Che, per esempio, senta l’influenza di un’arte poiché sollecita un senso più degli altri: la vista (con la pittura) o l’udito (con la musica). Così, davanti a un dipinto, mi capita di immaginare che suono potrebbe avere ciò che vedo: spesso propendo per suoni bassi, sordi, quasi per il silenzio. Ma un suono non può mancare. Ecco, il punto è che quel singolo input offerto dall’opera mi permette di aggiungere poi qualcosa di mio.
Per la riuscita della tua fotografia sono dell’idea che il ruolo delle scoperte non sia trascurabile: delle tue, ma anche di quelle che possono fare le altre persone.
Sono d’accordo. Ma per me c’è un aspetto altrettanto importante che riguarda proprio la scoperta: nella gran parte dei casi è determinata dalla spontaneità, del mio lavoro e degli sguardi sulle opere.
Consideriamo la scoperta in relazione allo sguardo: che ruolo ha la spontaneità?
Spesso mi è accaduto che elementi che non avevo visto mi sono stati mostrati dopo essere stati riconosciuti da qualcun altro. L’aspetto interessante è che quella scoperta per chi osserva diventa poi una scoperta per me. Ci sono cose che scopro attraverso lo sguardo degli altri.

Le tue fotografie pongono una questione: quello che sembra essere cruciale – un certo uso del colore, la tua presenza o un paesaggio – a ben vedere non lo è. C’è sempre dell’altro. Ad accomunare i tuoi scatti ho infatti l’impressione che sia la latenza, tutto ciò che non appare subito ma arriva inaspettatamente in un altro momento.
Penso sia qualcosa che è radicato nella mia pratica fin dai suoi esordi, perché io a priori non riesco a individuare che cosa voglio dire con la fotografia. Una questione che è stata posta a me, ormai parecchi anni fa, era infatti che questo mio modo di lavorare è rischioso perché per riuscire a fare bene fotografia è fondamentale avere un progetto, sviluppare un’idea, lavorare con metodo. Ma io, non faccio così. Quando inizio a lavorare non parto da quegli elementi, piuttosto mi baso su una suggestione, una scintilla indefinita; su una massa informe che inizio a lavorare e che mi permette di trovare gradualmente una forma per quello che faccio. I miei progetti fotografici nascono da processi che non controllo, le loro motivazioni le individuo eventualmente solo quando sono conclusi. Credo allora sia forse per questo motivo che poi le cose rimangono leggermente non dette e che si palesano in un altro momento, come dici tu.
Dunque, la latenza nella tua fotografia andrebbe pensata come un potenziale effetto dovuto al tuo lasciarti coinvolgere dall’andamento della pratica che svolgi.
Sì, opero in un flusso di lavoro spontaneo e la mia comprensione di ciò che sto facendo arriva durante se non alla fine del processo. Il suo svolgimento è orientato da numerose ipotesi. Quando ne individuo una che funziona continuo a lavorarci soprattutto perché mi attira l’idea di poterla condividere, trattandosi di qualcosa che non riguarda solo me, essendo piuttosto una sorta di riflesso dei modi di fare le cose e di vivere anche di altre persone.
Però, nelle tue fotografie vi sono comunque delle costanti: per esempio, il ricorso alle sovrapposizioni.
Offrire degli strati aggiuntivi mi consente una maggiore espressione, una riuscita narrativa più soddisfacente per la mia fotografia. Quegli elementi sovrapposti ci sono e possono avere maggiore o minore importanza in rapporto allo sguardo che li considererà o meno.
Una tua serie, My Grandmother and I, sintetizza entrambe le vie: l’ipotesi è quella del tuo riposizionamento nella tua storia familiare, una relazione parentale che mostri attraverso l’uso della sovrapposizione.
Quella serie è nata dalla mia esigenza di comprendere l’aspetto dei cambiamenti, di riuscire a sistemare il mio modo di affrontarli. Quei cambiamenti sono avvenuti nella mia vita e sono legati da una parte al trasferimento, per me doloroso, della mia famiglia dalla Calabria alla Lombardia quando io avevo dodici anni; dall’altra, alla mia idealizzazione della figura di mia nonna. Allo strappo che avevo vissuto con l’avvio di quella nuova vita a nord avevo reagito cercando quel calore umano che mia nonna mi trasmetteva con l’affetto, la quiete, il ritiro. Penso che quella idealizzazione si sia poi mischiata alla mia esigenza profonda di poter appartenere di nuovo a una comunità. In questo vi è la possibilità di mostrare qualcosa che pur essendo parte della mia storia, può esserlo anche per quella di altre persone.
Davide Dal Sasso
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Gli episodi precedenti
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
Lettera, la newsletter quotidiana Non perdetevi il meglio di Artribune! Ricevi ogni giorno un'e-mail con gli articoli del giorno e partecipa alla discussione sul mondo dell'arte.
Davide Dal Sasso
Davide Dal Sasso è ricercatore (RTD-A) in estetica presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca. Le sue ricerche sono incentrate su quattro soggetti principali: il rapporto tra filosofia estetica e arti contemporanee, l’essenza delle pratiche artistiche, la natura del catalogo…