Pittura lingua viva. Intervista a Giovanni Copelli

Viva, morta o X? 93esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Giovanni Copelli, A cavallo (Monumenti equestri e altre pitture). Exhibition view at Operativa, Roma 2020
Giovanni Copelli, A cavallo (Monumenti equestri e altre pitture). Exhibition view at Operativa, Roma 2020

Giovanni Copelli (Correggio, 1989) vive a Reggio Emilia. Ha conseguito un master in Teoria dell’Arte Contemporanea alla Goldsmiths University di Londra nel 2015. Tra le mostre personali più recenti: Amor Sacro, Union Pacific, Londra, 2020; A Cavallo ‒ Monumenti Equestri e Altre Pitture, Operativa Arte Contemporanea, Roma, 2020. Tra le mostre collettive recenti: By The way, Annarumma Gallery, Napoli, 2020-21; In The Spirit Of Being With, Cripta747, Torino, 2020; Les Chemins du Sud, MRAC, Sérignan, 2019.

Come ti sei avvicinato alla pittura?
Non c’è un momento preciso che ha segnato il mio avvicinamento alla pittura. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove c’era sensibilità per la cultura e per l’arte e, fin da piccolo, mi sono trovato a visitare musei e pinacoteche con i miei genitori. Così come tra i libri di casa ci sono sempre stati cataloghi o monografie di pittori. Ricordo non soltanto il fascino che provavo per i quadri, ma ricordo ancora distintamente alcuni di questi, cose che ho visto magari a cinque, sei anni. Tutto questo insieme di stimoli ha avuto un’influenza fondamentale sul mio immaginario.

Chi sono gli artisti e i maestri cui guardi?
In un certo senso guardo tutti, o almeno cerco pian piano di interessarmi di tutto. Ci sono state fasi in cui pensavo di avere delle preferenze. In questo momento cerco di mantenere il mio sguardo aperto.

La storia, la tradizione della pittura, il mito incidono sulle tue opere o nella scelta dei soggetti? In A cavallo del 2020, per esempio, ti rifai all’immaginario del Quattrocento e Cinquecento in Italia.
Diciamo che la storia della pittura è spesso proprio il soggetto del mio lavoro. Per costruire un quadro parto da una certa intuizione, una certa memoria che mi porta a focalizzare un’immagine, questo può avvenire prima ancora di dipingere o magari a metà di un lavoro che ancora non è andato da nessuna parte. Succede che altre immagini contribuiscono accavallandosi a dare sostanza alla mia, a volte in modo più chiaramente lineare, a volte meno. Come ti accennavo prima, molto del mio immaginario è radicato nella storia dell’arte, anzi si può dire che mi interessavo alla storia ancora prima di imparare cosa si intendesse per storia. In effetti ancora oggi trovo problematico affermare che sono interessato alla storia, e questo è perché tendo a dare una concretezza alle immagini che trascende molto le questioni storiche che le hanno generate, o almeno posso anche interessarmi alle seconde, ma alla fine guardo alle prime come se fossero qualcosa di attuale, e mi interessa fondamentalmente – quando guardo a opere realizzate in altre epoche – vedere come ci siano degli elementi che ritornano, che si mantengono appunto attuali. Esiste un genere di pittura che viene definito di storia che si occupa delle vicende storiche, io sono abbastanza disinteressato a questo sottofondo di vicende.

A cosa punta, allora, il tuo interesse?
Effettivamente il mio è un interesse per l’origine e la strutturazione delle immagini. Quando mi sono messo a lavorare a A cavallo sono partito dall’iconografia del monumento equestre di tipo rinascimentale e ho realizzato due grandi quadri, come delle variazioni su questo soggetto. Avevo in testa tutta una serie di immagini di esempi canonici, avevo in testa la questione della continuità dell’influenza classica in arte e pensavo come il suo continuo risorgere funzioni come una sorta di cartina tornasole dello spirito che anima ogni singolo tempo. I vari elementi all’interno di questi monumenti equestri, o gli altri quadri che giravano intorno a essi in mostra, rispondevano a mie questioni filologiche o segnavano l’arrivo a dei vicoli ciechi o erano semplicemente dei divertimenti.

Giovanni Copelli, Amanti, 2020, olio su lino grezzo, cm 30x40
Giovanni Copelli, Amanti, 2020, olio su lino grezzo, cm 30×40

GIOVANNI COPELLI E LA PITTURA

Chi sono i protagonisti delle tue opere?
Mi fai riflettere sul fatto che dal momento in cui c’è pittura figurativa ci siano anche dei protagonisti. Penso spesso al fatto che un pittore figurativo, ogni volta che dà vita a un’immagine, si assume la responsabilità di dare vita a un personaggio, sia esso un ritratto o un vaso di fiori. L’identità di questi protagonisti può risultare anche problematica per il pittore, il quale spesso vorrebbe semplicemente fare un quadro e invece si trova a gestire l’apparire di una nuova figura.

Il disegno che ruolo svolge nella tua pratica? Fai bozzetti preparatori o attingi da fonti iconografiche, fotografie, altri dipinti?
Disegno molto. Ho molti blocchi pieni di disegni e se sono in viaggio quello è il momento migliore per fare degli schizzi. Spesso prima di iniziare a dipingere faccio un disegno sulla tela, a volte più dettagliato altre volte meno, a seconda del tipo di stile che richiede il quadro. Guardo molte immagini di dipinti e fotografie, ma è raro che me ne serva direttamente quando sto dipingendo, preferisco visualizzarle per come me le ricordo e ricostruirle per approssimazione.

Perché la scelta della figurazione?
Mi viene da dire che faccio figure perché è quello che mi viene in mente. Non c’è dietro una scelta di tipo ideologico, molto semplicemente dipingo quello che vedo.

Dal 2016 con L’Amore Vince Tutto, Eros Capitolino, Per Sempre e poi Amanti hai scandagliato il tema dell’amore: cosa è emerso? Perché concentrarsi su questa tematica? E l’analisi della sessualità ti interessa?
Quelle mostre appartengono a un periodo in cui stavo molto definendo il mio metodo di costruzione delle immagini. Da un certo punto di vista enunciare un tema mi semplificava la vita perché mi dava il modo di definire un inizio. Oggi ho corretto un po’ il tiro perché, a posteriori, ho sentito nel tema una limitazione e mi sto sempre più concentrando nel rimanere sulla secchezza delle immagini in quanto tali, come può essere, ad esempio, l’immagine degli amanti presa in quanto tale. La sessualità mi interessa e per questo la insceno nelle mie opere, cercando di riflettere in esse come si pone in me, nelle sue diverse declinazioni.

Perché il non finito?
A volte uso il non finito per motivi stilistici, per far sì che la pittura torni più protagonista del soggetto.

Sei molto interessato anche all’iconografia del martirio cristiano, alle figure dell’Ecce Homo o di San Sebastiano…
Ci sono più aspetti che mi fanno interessare all’iconografia del martirio. C’è il fatto che mi sono trovato esposto a queste immagini e dunque le ho interiorizzate e c’è l’attrazione per quei particolari elementi psicologici che sono espressi in quei gesti ed espressioni. C’è qualcosa di profondamente sconvolgente nella resa espressiva di Cristo e dei martiri cattolici perché siamo di fronte alla resa grafica della sofferenza unita a quella dell’estasi, il che è ovviamente teso a tradurre visivamente il discorso religioso della salvezza attraverso il sacrificio, ma le cui conseguenze a livello immaginifico vanno molto oltre e si portano nel territorio dell’erotico. Bataille si è occupato molto di questo dualismo sofferenza/estasi e lo ha esposto nella sua teoria sulla natura dell’erotismo religioso. Riferendosi alle terribili immagini di un’esecuzione come quella del supplizio cinese dei cento pezzi, egli sosteneva come fosse proprio dallo sconvolgimento portato dalla violenza di quelle immagini che era arrivato a comprendere la natura dell’estasi, a vedere come orrore ed estasi religiosa collimino nell’espressione del condannato…

Giovanni Copelli, Tritone, 2019, gesso, cemento, polvere di bronzo, polvere, cm 120x100x40. Installation view at MRAC, Serignan
Giovanni Copelli, Tritone, 2019, gesso, cemento, polvere di bronzo, polvere, cm 120x100x40. Installation view at MRAC, Serignan

LE INSTALLAZIONI DI GIOVANNI COPELLI

Realizzi anche sculture e installazioni. Come dialogo tra loro? E come avviene il passaggio tra bi e tridimensionalità?
Il modo in cui affronto la scultura è identico nei presupposti a quello che adotto in pittura. Metto insieme delle cose e ne esce fuori un’immagine. Pittura, scultura e spazio mi interessano profondamente nella relazione che instaurano, dando vita alla dimensione architettonica, scenografica. Anche quando mi limito a realizzare un singolo pezzo, sia esso scultura o pittura, spesso c’è un riferimento che rimanda a un contesto mediale e spaziale più allargato, dove pittorico e plastico si incontrano. Le sculture che ho realizzato sono sempre state come parti di cose più grandi, frammenti di sculture, parti di un ipotetico fregio, elementi tridimensionali fuoriusciti dal quadro. In pittura, allo stesso modo, mi interessa suggerire la dimensione plastica e magari fare della scultura dipinta, affrontare la natura fisica dell’oggetto-quadro e dipingere la cornice. La cornice mi affascina proprio per questo suo essere il punto di unione tra scultura e pittura, letteralmente il bordo che separa queste due dimensioni, fatta un po’ dell’una e un po’ dell’altra. A volte realizzo cornici per i quadri e negli ultimi lavori mi sto occupando di cornici dipinte. Mi interessa visualizzare il quadro come una finestra che si apre in uno spazio che è contraddistinto da volumi tridimensionali e mi interessa come il tridimensionale può rendersi pittorico nella visione di insieme, nell’installation view.

La pittura è quindi un fine o un mezzo?
La pittura penso che la si possa definire un po’ come si vuole.

Sei stato anche curatore. Che ruolo ha il display per te? Parlavi prima di installation view, di visione d’insieme…
Il display penso sia centrale nella percezione di un’opera. Ricorriamo spesso alla soluzione del muro bianco in modo da farlo emergere nel modo più astratto possibile, come se vedessimo l’opera sulla pagina di un catalogo, ma raramente l’architettura di tutti i giorni rispetta questa necessità di vuoto intorno. E per fortuna penso: le opere d’arte si comprendono meglio se vengono messe in relazione a un contesto. Mi piace vedere le opere d’arte contestualizzate nella dimensione quotidiana e mi è capitato più volte di sperimentare con soluzioni di display al fine di rompere la monotonia del white cube, così come mi ha intrigato organizzare mostre in spazi non convenzionali.

Cosa rappresenta invece la natura per te?
Penso che siamo uno dei molti riflessi della natura.

E il tempo, la memoria?
Il tempo lo percepisco come un luogo molto vasto, dove si fanno degli incontri e si trovano cose.

A questo proposito, la tua è una pittura lenta o veloce?
La mia è una pittura lenta o veloce a seconda del tipo di quadro che sto facendo. Mi servo di diverse modalità stilistiche che comportano tempi di esecuzione più o meno lunghi. Ultimamente, a prescindere dalla velocità del singolo gesto, mi prendo molte pause prima di finire un quadro, il che significa che impiego più tempo prima di finirne uno.

Giovanni Copelli, Scherzo (fronte), 2019, olio e acrilico su tavola, cm 175x220x2. Installation view at Operativa, Roma
Giovanni Copelli, Scherzo (fronte), 2019, olio e acrilico su tavola, cm 175x220x2. Installation view at Operativa, Roma

TITOLI E TECNICHE PITTORICHE

Come nascono i titoli delle tue opere?
Fino a ora ho preferito dare titoli molto semplici.

Come si è trasformato il tuo lavoro nel tempo?
Ho la sensazione che il lavoro si sia trasformato moltissimo e per niente nel corso del tempo. Ho fatto molte cose, sperimentato molto con i soggetti, lo stile, per arrivare sempre di più alla consapevolezza che mi ritrovo proprio nell’eclettismo.

Che cos’è il colore?
Quando penso a un quadro lo vedo per i colori di cui è fatto, i colori sono la sua identità.

Quali materiali e tecniche preferisci usare?
Mi servo di diversi materiali, olio, tempera, acrilici, per i disegni pastelli, acquerello, china. Cerco di usare colori, tela e carta di qualità, di fare cose ben fatte, durevoli.

Quali formati prediligi?
Non ho formati che preferisco davvero, ma mi sento più coinvolto dai formati grandi.

E la tecnica conta?
La tecnica penso sia fondamentale. La pittura per coinvolgere deve rivelare una tecnica sentita, ben salda sulle sue gambe.

La musica, il cinema, la letteratura, la poesia incidono sui tuoi immaginari?
Il cinema soprattutto, perché si tratta pur sempre di immagini. Penso di essere stato formato tanto dal cinema quanto dai quadri e ci metto dentro tutto, dai film Disney a Fellini. La letteratura e la musica hanno il potere di evocare le immagini, di accompagnarle, di fondersi con esse, il che è anche molto interessante e, a volte, ne traggo delle suggestioni molto profonde.

Perché fare pittura oggi?
Mi viene da dire che si fa pittura perché si vive la necessità di farla. La cosa bella e propria della pittura è che non richiede motivazioni ma soltanto visione.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
Penso che l’Italia come Paese sia un angolo di Paradiso e di Inferno allo stesso tempo per chi vuole fare arte. È pieno di artisti molto talentuosi, ma è molto difficile vedere il loro talento riconosciuto, vederli liberi di esprimersi con i mezzi appropriati, e occupare i luoghi appropriati. Allo stesso tempo, penso che poter fare arte in questo Paese fornisca delle possibilità di sviluppo creative uniche e vedo che chi le sa cogliere, chi riesce a abbracciare la realtà in cui vive, riesce a definire una ricerca unica nel suo genere e di grande potenza. Penso che, nonostante le difficoltà che sembrano assediarci in questo tempo, questo sia un buon momento per la pittura in Italia. Erano anni che non si dipingeva tanto e sento come la macina gira e si scrive un nuovo capitolo per l’arte.

‒ Damiano Gullì

https://giovannicopelli.tumblr.com

LE PUNTATE PRECEDENTI

Pittura lingua viva #1 ‒ Gabriele Picco
Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
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Pittura lingua viva #5 ‒ Lorenza Boisi
Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
Pittura lingua viva#8 ‒ Valentina D’Amaro
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Pittura lingua viva#11 ‒ Giuliana Rosso
Pittura lingua viva#12 ‒ Marta Mancini
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Pittura lingua viva #14 ‒ Gianluca Di Pasquale
Pittura lingua viva #15 ‒ Beatrice Meoni
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Pittura lingua viva #18 ‒ Giulio Frigo
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Pittura lingua viva #25 ‒ Giulio Saverio Rossi
Pittura lingua viva #26 ‒ Alessandro Scarabello
Pittura lingua viva #27 ‒ Marco Bongiorni
Pittura lingua viva #28 ‒ Pesce Kethe
Pittura lingua viva #29 ‒ Manuele Cerutti
Pittura lingua viva #30 ‒ Jacopo Casadei
Pittura lingua viva #31 ‒ Gianluca Capozzi
Pittura lingua viva #32 ‒ Alessandra Mancini
Pittura lingua viva #33 ‒ Rudy Cremonini
Pittura lingua viva #34 ‒ Nazzarena Poli Maramotti
Pittura lingua viva #35 – Vincenzo Ferrara
Pittura lingua viva #36 – Luca Bertolo
Pittura lingua viva #37 – Alice Visentin
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Pittura lingua viva #39 – Andrea Carpita
Pittura lingua viva #40 – Valerio Nicolai
Pittura lingua viva #41 – Maurizio Bongiovanni
Pittura lingua viva #42 – Elisa Filomena
Pittura lingua viva #43 – Marta Spagnoli
Pittura lingua viva #44 – Lorenzo Di Lucido
Pittura lingua viva #45 – Davide Serpetti
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Pittura lingua viva #47 – Alessandro Fogo
Pittura lingua viva #48 – Enrico Tealdi
Pittura lingua viva #49 – Speciale OPENWORK
Pittura lingua viva #50 – Bea Bonafini
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Pittura lingua viva #52 – Speciale OPENWORK (II)
Pittura lingua viva #53 ‒ Chrysanthos Christodoulou 
Pittura lingua viva #54 – Amedeo Polazzo
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Pittura lingua viva #81 ‒ Il progetto Linea 1201
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AutoreGiovanni Copelli
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Damiano Gullì
Damiano Gullì (Fidenza, 1979) vive a Milano. I suoi ambiti di ricerca sono l’arte contemporanea e il design. Dal 2020 è Head Curator del Public Program di Triennale Milano. Dal 2004 si occupa di comunicazione per Triennale Milano, dove dal 2018 è anche Assistente Curatore del Direttore del Museo del Design Italiano. Del 2020 la curatela, con Joseph Grima, della monografica "Corrado Levi. Tra gli spazi" in Triennale Milano. Ha curato diverse mostre in Italia e suoi testi compaiono in cataloghi e pubblicazioni italiane e internazionali. Scrive regolarmente per “Flash Art”, “Inventario” e "Artribune", per la quale ha creato la rubrica "Pittura Lingua Viva".