Pittura lingua viva. Intervista a Ottavia Plazza

Viva, morta o X? 89esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Ottavia Plazza (Alessandria, 1992) si forma presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, città dove vive e lavora. Nel 2015 fonda Spazio Buonasera project-space insieme a un gruppo di artisti, esperienza che permette di organizzare mostre collettive e personali con lo sguardo rivolto a nuove personalità internazionali. Nel 2019 presenta la sua prima mostra personale presso lo Spaziobuonasera di Torino dal titolo Che il mondo intero sia di polvere rossa; a seguire Interno Viola presso Bitcorp for art a Milano; la bipersonale Una stanza tutta per sé, Edicola Radetzky, Milano. Nel 2018 viene selezionata per partecipare al primo workshop Qrated presso la Quadriennale di Roma. Partecipa a numerose mostre collettive nazionali e internazionali, tra le quali: Allenamento #01, Basis, Francoforte; Sabaudade Las Palmas, Lisbona; Hic sunt leones, Il Cicaleto, Arezzo; Pelle d’oca, Villa Vertua Masolo, Milano.

Come ti sei avvicinata alla pittura?
In Accademia a Torino avevamo un laboratorio molto grande, insieme ai miei compagni mi ero ricavata un muro e un tavolo. Ho iniziato imitando quelli più grandi di me, scoprendo cosa voleva dire dipingere, avere tanto materiale, occupare uno spazio in maniera quasi prepotente, allargandosi sempre di più, approfittando di un’assenza del vicino di posto e rubandogli a volte i pennelli. Penso semplicemente di essermi trovata in un luogo e in un momento della mia vita perfetti per iniziare a praticare la pittura.

Chi sono gli artisti e i maestri cui guardi?
Il mio artista guida in assoluto è David Hockney, poi ci sono i pittori senesi del Quattrocento, Rosso Fiorentino e il Pontormo, Velázquez e, avvicinandoci al nostro tempo, Matisse, Munch, Kirchner, Morandi, Salvo. Poi mi piace molto il lavoro di Sol Calero, John McAllister, Katharina Grosse, Josh Smith, Dana Schutz e Tamara MacArthur. In Italia guardo molto alla pittura di Erik Saglia, Guglielmo Castelli e ai mondi onirici di Thomas Braida, Maddalena Tesser e tanti altri.

La storia, la tradizione della pittura incidono sulle tue opere o nella scelta dei soggetti?
Direi che sono la fonte principale da cui attingo, oltre alla pittura su tela sono molto affascinata dalla pittura murale, dagli affreschi di Pompei agli affreschi medievali, mi piacciono moltissimo quelli di Simone Martini e le prospettive incongrue. In Guidoriccio da Fogliano il soggetto è questa enorme figura a cavallo, nello sfondo un paesaggio senza alcun tipo di senso prospettico, ma non perché non si era in grado di rappresentare la prospettiva, ma perché non era necessario, non si voleva imitare la realtà per come era realmente. Le immagini non volevano ingannare lo spettatore come avverrà poi con l’avvento del Manierismo e del Barocco, ma volevano raccontare delle storie, essere dei simboli.

Il disegno che ruolo svolge nella tua pratica?
Non disegno molto perché non riesco a ottenere lo stesso godimento che mi dà la pittura. Di solito traccio dei disegni con i pastelli, in modo da osservare prima di tutto la texture del colore e quanto questo debba essere coprente o trasparente. Disegno direttamente con il colore perché è l’elemento che più mi interessa nelle opere.

Lo studio di Ottavia Plazza, 2019
Lo studio di Ottavia Plazza, 2019

LA PITTURA DI OTTAVIA PLAZZA

Fai bozzetti preparatori? Dipingi dal vivo?
Raramente faccio dei bozzetti preparatori per i miei quadri, di solito inchiodo una tela al muro e comincio a dipingere partendo dai toni che vorrei usare per lo sfondo. Non dipingo mai dal vivo e non mi interessa minimamente l’idea perché per me la pittura è entrare in una stanza e chiudermi dentro.

E la scelta della figurazione?
Perché le immagini che dipingo sono delle ossessioni che si sono presentate in queste forme. Non mi sono interrogata molto sulla riconoscibilità dei miei soggetti, infatti non mi impegno nel dipingerli somiglianti. È più una questione di immagini di cui mi nutro e memorie in generale, dipingo quello che non riuscirei a esprimere in nessun altro modo, e si dà il caso che questo mio mondo ha degli elementi che anche gli altri riescono a leggere, altri invece vanno spiegati.

Perché spesso l’elemento umano è assente, se non solo appena accennato o alluso, nascosto?
Credo che il motivo risieda nel fatto che vivo la pittura come uno spazio, immagino le opere come un luogo che tento di costruire pezzo per pezzo. L’unico essere umano per cui costruisco questi spazi sono io, e sono degli spazi in cui sono sola. Vivo la creazione dell’opera come un momento di solitudine essenziale, non so cosa farei se non avessi la mia solitudine. Vorrei forse far sentire un po’ questa preziosa sensazione anche alle persone che guardano i miei quadri. Questo perché appena rappresenti l’umanità tutto cambia, e inevitabilmente l’attenzione è rivolta a quell’umano che vive quello spazio, alla narrazione. Voglio lasciare lo spazio libero da ogni racconto, lasciare che tutto sia sospeso.

Come si relazionano le tue opere tra loro e con lo spazio in cui saranno esposte? Quanto conta il preesistente? Lavori site specific? E come si combina l’elemento installativo?
Molto spesso mi è capitato di creare dei lavori ad hoc per uno spazio, come nella personale allo Spaziobuonasera, da Basis Francoforte o all’Edicola Radetzky. Le possibilità di inserire dei “luoghi di solitudine” all’interno di ambienti abitati dalla collettività è parte della mia pratica. Quando lavoro site specific, utilizzo la stanza o l’edifico per “arredarlo” e renderlo uno spazio nuovo, cercando di appiattire la prospettiva e attenuare le narrazioni. L’intenzione è quella di impadronirsi di un ambiente rendendolo proprio e riuscire a sentirsi a casa. Pensando alla mia opera come un luogo dentro cui guardare, inevitabilmente rifletto sempre su dove sarà collocata e a come questo possa metterla in risalto e viceversa. Non è un gioco per stupire lo spettatore, ma un modo per me di studiare ed evolvere nel lavoro. Vivendo la pittura come luogo, gli elementi che lo caratterizzano possono separarsi dal contesto per costruire spazi fittizi.

L’architettura, da una parte, e la natura, dall’altra. Cosa rappresentano per te? Come interagiscono tra loro?
Le architetture impossibili che creo sono delle condensazioni di luoghi familiari e la natura è un elemento che conduce all’idea di “esterno”. Le piante che fanno capolino o la natura che emerge dai pavimenti nei quadri sono delle visioni di interni e di esterni che si mescolano e si confondono. Sono quello che non può esistere per davvero in un’altra forma. Quando dipingo sono nel mio studio al chiuso e spesso mi concentro su quello che vedo da una finestra, l’intenzione è quella di fondere questi due momenti.

E a un certo punto, per la mostra allo Spazio Buonasera di Torino, hai guardato a Cnosso…
Sì, ho sempre avuto la passione per l’arte minoica. In particolare sono molto affascinata dalle colonne del palazzo di Cnosso e spero un giorno di vederle dal vivo. Quando ho progettato questa mostra volevo ricreare completamente l’ambiente per far immergere gli spettatori nella “stanza della pittura” e in una mia ossessione. Ricreare un mondo di polvere rossa. Il palazzo di Cnosso, oltre ai decori sulle pareti degli interni, ha anche delle colonne rastremate verso il basso, di un color porpora scuro che rende il tutto molto pittorico. Queste colonne appaiono tozze e molto presenti nello spazio, sono degli elementi architettonici perfettamente funzionali ed estremamente decorativi. Mi piaceva l’idea, dunque, di ridisegnare lo spazio della stanza, imitando queste colonne, che in realtà sono posticce e bidimensionali. Fingono di sorreggere qualcosa ma in verità sono solo elementi pittorici che alludono a uno spazio, come alludeva a un pavimento la tela posata a terra e dipinta.

Traspare anche una certa attenzione verso l’interior, verso il décor. Guardi al design, in generale? Ti interessa?
Sono attratta dagli ambienti domestici, soprattutto dalle case e dagli studi degli artisti. Spesso si comprendono molto meglio le persone dopo che si è stati a casa loro. Cosa decidiamo di appendere, come posizioniamo l’arredamento e come in generale viviamo l’ambiente che consideriamo casa anche se per un tempo limitato, è oggetto di mio interesse, quasi morboso. Quindi più che al design guardo a quanto le forme degli interni assomiglino alla forma delle persone che vivono quegli spazi.

Ottavia Plazza. Che il mondo intero sia di polvere rossa. Exhibition view at Spaziobuonasera, Torino 2019
Ottavia Plazza. Che il mondo intero sia di polvere rossa. Exhibition view at Spaziobuonasera, Torino 2019

PITTURA, SPAZIO, REALTÀ FINZIONE

Hai affermato “per me è tutta una questione di spazio e visione”. Cosa intendi?
Per me lo spazio della pittura è una questione importante perché cerco di coinvolgere tutto l’ambiente, non solo le pareti di un luogo. Sulla visione, penso mi riferissi al fatto di ricreare una visione di uno spazio, ricreare l’immagine di un luogo, all’apparenza familiare.

Realtà e finzione come dialogano? Titoli un’opera Racconti di vita. Ma lo sono davvero? Qual è la genesi di questo lavoro?
La maggior parte degli elementi che rappresento provengono dalla casa in cui sono nata e cresciuta. Ovviamente, poi, tutto è distorto e scomposto, e mi servo di quei ricordi e di quelle immagini per crearne di nuove. Ma ci sono degli elementi biografici sicuramente, nello specifico quel lavoro è stato uno dei primi di grande formato. Ci sono elementi che ricordano gli affreschi, il trompe-l’oeil e la carta da parati, tutte cose che fanno parte del mio immaginario. Nella casa dei miei genitori c’è un trompe-l’oeil che si trova in una stanza e che rappresenta la camera retrostante. Mi ha sempre affascinato questo decoro che riprendeva la realtà, modificandola e ricreando, in fin dei conti, uno spazio sospeso. Forse tutto è nato osservando questo decoro della mia casa natale.

Cosa rappresenta allora per te il dato autobiografico? E la memoria, il ricordo?
Rappresentano tutto il mio materiale da cui poter attingere per creare le opere. Spesso mi rendo conto lavorando a dei quadri che mi serve proprio ritornare a dei luoghi passati, già visti per incamerarli. Sono una persona molto legata ai luoghi e ai colori in cui sono cresciuta e cerco di visualizzarli, di registrarli chiaramente per poterli raccontare. Non hanno nulla di particolarmente esaltante ma sono l’unica cosa che mi interessa rappresentare e sono immagini che riaffiorano continuamente e mi calmano. Mi sembra di capire tutto meglio, di ritrovare il senso del discorso quando torno con la mente a quei luoghi.

Come nascono i titoli delle tue opere?
Spesso sono frasi, persone o cose nominate a Radio 3 o in qualche podcast. Ascolto moltissimo Radio 3 quando dipingo e mi appunto delle cose quando trovo delle connessioni speciali con i lavori che sto creando in quel momento.

Quali formati prediligi?
Passo facilmente da un formato all’altro senza pormi troppi problemi. Di solito prediligo il grande formato (2 x 5 metri), tento di circondarmi con la pittura. Allo stesso tempo, quando devo concentrarmi su certi aspetti salienti, scelgo il formato 30 x 40 che trovo molto prezioso.

Ottavia Plazza. Interno viola. Exhibition view at Bitcorp for art, Milano 2019
Ottavia Plazza. Interno viola. Exhibition view at Bitcorp for art, Milano 2019

LA TECNICA PITTORICA DI OTTAVIA PLAZZA

La tecnica conta?
Non saprei, ma l’olio su tela o su carta è la tecnica che più permette di avvicinarmi a quello che immagino, ma non è detto che sarà l’unica tecnica che continuerò a usare. Anche il pastello a olio o gessoso su carta mi permette di arrivare lì dove vorrei e mischiare le texture. Tutto dipende da come la materia si aggrappa al supporto, se incontro difficoltà, se tutto scorre e riesco a calibrare bene le quantità. Questo influisce sulla scelta della tecnica e fino a ora mi ha interessato la densità dei colori a olio.

Ne facevi accenno prima, cos’è la prospettiva?
È quella cosa che mi piace sbagliare per ottenere effetti stranianti. Non mi interessa fare “giochi barocchi” e ricreare delle prospettive esatte per ingannare chi guarda, anzi, ci tengo che chi osserva le mie opere si accorga subito che è pittura, che non ci sia alcun dubbio sul fatto che non sia un racconto lineare e non ci sia un soggetto chiaro. Non sono visioni di interni reali ma visioni personali.

Mentre il colore che ruolo ha? E la luce?
Il colore è protagonista assoluto, prima di ogni cosa c’è il colore. Per quante immagini interessanti tu possa mettere su una tela, la scelta cromatica è qualcosa che può funzionare a prescindere dai contorni. Si possono evocare immagini, sensazioni e luoghi usando solo il colore, soprattutto a livello sensoriale il colore funziona nell’immediato. Il disegno ha bisogno di più tempo e può essere letto e interpretato diversamente. Il rosso colpisce la retina immediatamente e se ci metti il verde vicino, nella stessa quantità, hai già ottenuto un contrasto tra complementari perfetto, basta davvero poco, il colore è matematica.

La tua è una pittura lenta o veloce?
Dipende dai quadri, ti direi veloce, ma l’olio ha bisogno di tempo per asciugare e quindi sei costretto a “stare” ai tempi dei quadri. Sono i quadri che decidono, io ho poca voce in capitolo di solito.

La musica, il cinema, la letteratura, la poesia incidono sui tuoi immaginari?
Immensamente, soprattutto il cinema che è per me una grande passione e fonte di ispirazione. Mi vengono in mente delle inquadrature di certi film che potrebbero funzionare come un quadro e penso a Hitchcock o Antonioni per esempio. Mentre dipingo penso spesso a dei film e a delle immagini in grado di evocare in pochi attimi tutto il necessario. La poesia e la letteratura a volte mi aiutano, insieme alla radio, a trovare dei titoli per le mie opere.

Perché fare pittura oggi?
Penso che la pittura sia come l’oggetto libro. Per quanto esistano strumenti che riproducono immagini, i quadri non abbiamo mai smesso di farli. Il libro e il quadro penso siano due oggetti perfetti. Poi non mi pongo il problema sul perché ho scelto di fare pittura oggi, penso che quello che desidero esprimere abbia trovato una via in questa pratica. La pittura ha bisogno di tutta una serie di cose come uno studio, un supporto, il materiale, quindi lo spazio della pittura è una questione importante. Devi scegliere una città o un paese non troppo decentrato, un luogo adatto non troppo umido, non troppo lontano dalla tua casa, o magari decidi di viverci in studio. Sono tutte cose che creano delle connessioni profonde con quello che fai, la pittura è influenzata dai luoghi che frequenti, dalle persone che incontri e da quanto è illuminato il tuo studio. Per esempio, la mia pittura ha dei toni giallastri perché il mio studio è poco illuminato e l’olio quando asciuga al buio assume delle note giallastre. Penso che il mondo abbia bisogno di persone che si fermano e osservano un paesaggio dal loro punto di vista e lo facciano vedere al mondo, e continuino a pensare che sia una cosa importante. David Hockney nel libro A bigger message conversation with David Hockney a un certo punto parla dei suoi quadri che cambiano a seconda delle stagioni, e a seconda di dove lui si trovi se nel suo studio in UK o in California.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
Penso che la pittura sia molto fortunata ad avere questo posto in cima al podio delle arti, che si sia guadagnata tutto ovviamente e che si stiano formando delle personalità molto interessanti. Ci sono tantissimi pittori in Italia ed è una cosa bellissima, ma la pittura non ti lascia scampo, non puoi ingannare nessuno ed è veramente spietata. Dunque, sceglierla come mezzo per entrare nel brutale mondo dell’arte è una decisione molto incosciente o molto raffinata.

Damiano Gullì

LE PUNTATE PRECEDENTI

Pittura lingua viva #1 ‒ Gabriele Picco
Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
Pittura lingua viva #3 ‒ Gianluca Concialdi
Pittura lingua viva #4 – Michele Tocca
Pittura lingua viva #5 ‒ Lorenza Boisi
Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
Pittura lingua viva#8 ‒ Valentina D’Amaro
Pittura lingua viva#9 ‒ Angelo Sarleti
Pittura lingua viva#10 ‒ Andrea Kvas
Pittura lingua viva#11 ‒ Giuliana Rosso
Pittura lingua viva#12 ‒ Marta Mancini
Pittura lingua viva #13 ‒ Francesco Lauretta
Pittura lingua viva #14 ‒ Gianluca Di Pasquale
Pittura lingua viva #15 ‒ Beatrice Meoni
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Pittura lingua viva #18 ‒ Giulio Frigo
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Pittura lingua viva #20 ‒ Guglielmo Castelli
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Pittura lingua viva #24 ‒ Thomas Berra
Pittura lingua viva #25 ‒ Giulio Saverio Rossi
Pittura lingua viva #26 ‒ Alessandro Scarabello
Pittura lingua viva #27 ‒ Marco Bongiorni
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Pittura lingua viva #30 ‒ Jacopo Casadei
Pittura lingua viva #31 ‒ Gianluca Capozzi
Pittura lingua viva #32 ‒ Alessandra Mancini
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Pittura lingua viva #34 ‒ Nazzarena Poli Maramotti
Pittura lingua viva #35 – Vincenzo Ferrara
Pittura lingua viva #36 – Luca Bertolo
Pittura lingua viva #37 – Alice Visentin
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Pittura lingua viva #41 – Maurizio Bongiovanni
Pittura lingua viva #42 – Elisa Filomena
Pittura lingua viva #43 – Marta Spagnoli
Pittura lingua viva #44 – Lorenzo Di Lucido
Pittura lingua viva #45 – Davide Serpetti
Pittura lingua viva #46 – Michele Bubacco
Pittura lingua viva #47 – Alessandro Fogo
Pittura lingua viva #48 – Enrico Tealdi
Pittura lingua viva #49 – Speciale OPENWORK
Pittura lingua viva #50 – Bea Bonafini
Pittura lingua viva #51 – Giuseppe Adamo
Pittura lingua viva #52 – Speciale OPENWORK (II)
Pittura lingua viva #53 ‒ Chrysanthos Christodoulou 
Pittura lingua viva #54 – Amedeo Polazzo
Pittura lingua viva #55 – Ettore Pinelli
Pittura lingua viva #56 – Stanislao Di Giugno
Pittura lingua viva #57 – Andrea Barzaghi
Pittura lingua viva #58 – Francesco De Grandi
Pittura lingua viva #59 – Enne Boi
Pittura lingua viva #60 – Alessandro Giannì
Pittura lingua viva #61‒ Elena Ricci
Pittura lingua viva #62 – Marta Ravasi
Pittura lingua viva #63 – Maddalena Tesser
Pittura lingua viva #64 – Luigi Presicce
Pittura lingua viva #65 – Alessandro Sarra
Pittura lingua viva #66 – Fabio Marullo
Pittura lingua viva #67 – Oscar Giaconia
Pittura lingua viva #68 – Andrea Martinucci
Pittura lingua viva #69 – Viola Leddi
Pittura lingua viva #70 – Simone Camerlengo
Pittura lingua viva #71 – Davide Ferri
Pittura lingua viva #72 – Diego Gualandris
Pittura lingua viva #73 – Paola Angelini
Pittura lingua viva #74 ‒ Alfredo Camerottti e Margherita de Pilati
Pittura lingua viva #75 – Andrea Chiesi
Pittura lingua viva #76 – Daniele Innamorato
Pittura lingua viva #77 – Federica Perazzoli
Pittura lingua viva #78 – Alessandro Pessoli
Pittura lingua viva #79 ‒ Silvia Argiolas
Pittura lingua viva #80 – Dario Carratta
Pittura lingua viva #81 ‒ Il progetto Linea 1201
Pittura lingua viva #82 – Stefano Perrone
Pittura lingua viva #83 – Linda Carrara
Pittura lingua viva #84 – Adelaide Cioni
Pittura lingua viva #85 – Marco Eusepi
Pittura lingua viva #86 – Narcisa Monni
Pittura lingua viva #87 – Alessandra Giacinti
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AutoreOttavia Plazza
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Damiano Gullì
Damiano Gullì (Fidenza, 1979) vive a Milano. I suoi ambiti di ricerca sono l’arte contemporanea e il design. Dal 2020 è Head Curator del Public Program di Triennale Milano. Dal 2004 si occupa di comunicazione per Triennale Milano, dove dal 2018 è anche Assistente Curatore del Direttore del Museo del Design Italiano. Del 2020 la curatela, con Joseph Grima, della monografica "Corrado Levi. Tra gli spazi" in Triennale Milano. Ha curato diverse mostre in Italia e suoi testi compaiono in cataloghi e pubblicazioni italiane e internazionali. Scrive regolarmente per “Flash Art”, “Inventario” e "Artribune", per la quale ha creato la rubrica "Pittura Lingua Viva".