Viva, morta o X? 87esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Alessandra Giacinti (Roma, 1975) vive a Roma. Studia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e la Kunstakademie Düsseldorf, Germania. Tra le sue mostre: Noccioline, con Alessia Armeni, Roma, 2019 (Noccioline è un progetto di Yellow); Elementary Energy, Galerie Helga Brecht, Düsseldorf, 2019; Open House, Esthia, Roma, 2017; In a Certain Light, Lismore Castle Arts, Ireland, 2013; House of Sandwich, Household Contemporary Art Festival, Belfast, 2012; PRIME Converge Zone, PS2, Belfast, 2012. Nel 2020 ha partecipato ad Art Arcadia Lockdown Residency, Art Arcadia, Derry, Northern Ireland.

Come ti sei avvicinata alla pittura?
Da piccola mi piaceva molto disegnare. Ricalcavo tutte le immagini delle modelle che trovavo nelle riviste di maglia di mia madre. Il disegno mi dava un profondo senso di benessere. Alla pittura mi sono avvicinata in età adulta, quando, a 27 anni, ebbi il coraggio di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti. Allora lavoravo come restauratrice di dipinti, una professione che avevo scelto per essere vicina alle opere d’arte. Ricordo l’eccitazione che provavo lasciando il cantiere per correre a lezione e dipingere.

Chi sono gli artisti e i maestri cui guardi?
Durante gli anni dell’Accademica a Roma ho guardato molto i Macchiaioli, gli artisti della Scuola Romana e del Realismo Magico, tra cui Antonio Donghi. E ho ammirato molto Chardin, Lorenzo Lotto, Vallotton, Vuillard, David Hockney. Mi piace molto David Byrd, che ho scoperto di recente. Un pittore quasi sconosciuto che ha lavorato come attendente in un istituto psichiatrico nello stato di New York per trent’anni. E poi la lista è lunga, mi limito a citarne alcuni, tra cui Philip Guston, Rose Wylie, Alex Katz, Annie Pootoogook, Satoshi Kojima, Jonas Lipps, Hayao Miyazaki. Quest’estate, ad Arezzo e San Sepolcro, ho rivisto Piero della Francesca, che ha sempre qualcosa da dire.

La storia, la tradizione della pittura incidono sulle tue opere o  nella scelta dei soggetti?
Non incidono nella scelta dei soggetti, almeno non consapevolmente, ma, mentre lavoro, so di essere in costante dialogo con il mio patrimonio visivo.

Alessandra Giacinti, Unattended child, 2018, colouring pencil on paper, 24 x 33 cm
Alessandra Giacinti, Unattended child, 2018, colouring pencil on paper, 24 x 33 cm

DISEGNO, PITTURA E FIGURAZIONE

Mi sembra che il disegno abbia un ruolo molto importante nella tua pratica.
Con il disegno ho trovato la mia voce. Quando sono diventata mamma, ho avuto la necessità di prendere una pausa dalla pittura, non avevo lo spazio fisico, né quello mentale, per praticarla. Per dipingere, di solito, ho bisogno di tanto tempo, anche solo per guardare il lavoro. In quel periodo il disegno ha segnato una svolta nella mia pratica, è stato come un’epifania. Mi ha permesso di entrare in contatto diretto con le mie immagini, con estrema naturalezza e il tempo non era più una restrizione. Mi bastava avere un tavolo, un foglio e qualche matita per tradurre in visibile la mia immaginazione.

Perché la scelta della figurazione?
La figurazione mi permette di essere vicino alle mie immagini. Ma quando guardo la pittura non rifletto sul suo essere figurativa o astratta, guardo la pittura.

I tuoi soggetti sono stati un uomo con una porchetta, tuo marito nudo, la visione onirica di un giovane d’oro e d’argento dalla bella voce…
Happy Porchetta Day è stato uno dei primi disegni di cui parlavo prima. Sembra un disegno infantile, eppure è il più autentico tra i miei lavori. C’è un uomo con un sacchetto in mano che trotterella verso casa. Seppi che il sacchetto conteneva la porchetta perché l’uomo lo annunciò a gran voce a un suo amico. È uno dei tanti personaggi che popolano i miei disegni. Provengono da incontri casuali, oppure sono persone che conosco di vista e che vivono nel quartiere. Protagonisti di attimi fecondi. I bar, i mercati, i supermercati, la strada sono i luoghi dove, per puro caso, trovo scene e immagini risonanti, che innescano una micro narrazione interiore. Spesso sono i piccoli dettagli a sollecitare la mia percezione: un gesto, uno strano portamento, uno scambio di parole. Con il mio lavoro filtro le sensazioni che nascono da questi incontri.

Mi piacerebbe approfondire questa tua scelta dei soggetti.
Diciamo che sono loro che si rivelano a me e io li raccolgo per scambiarci delle riflessioni. Una mia cara amica una volta mi disse che il mio modo di raccogliere le storie è un po’ come vivere sulle scale. Si riferiva a Georges Perec, in Specie di Spazi: “Non si pensa abbastanza alle scale. Niente era più bello, nelle vecchie case, delle scale. Niente è più brutto, più freddo, più ostile, più meschino, nei palazzi d’oggi. Si dovrebbe imparare a vivere di più sulle scale. Ma come?”.

Alessandra Giacinti, Rony’s, 2020, oil brushpen and pencil on paper, 21 x 29.5 cm
Alessandra Giacinti, Rony’s, 2020, oil brushpen and pencil on paper, 21 x 29.5 cm

LA PITTURA DI ALESSANDRA GIACINTI

Fai bozzetti preparatori? Dipingi dal vivo?
Spesso prendo degli appunti visivi, sono degli schizzi che mi servono per raccogliere dei dati fuggenti e dei dettagli importanti. A volte scatto delle foto, che uso come riferimento, soprattutto se si tratta di luoghi e architetture. Quando ne ho bisogno, vado in rete a cercare dei modelli. Ciò che mi interessa veramente, nel processo creativo, è lavorare con la memoria e farmi guidare dal disegno mentre questo prende corpo. In questo modo, mentre lavoro, faccio delle scoperte, piccole scoperte, che aggiungono significato all’immagine.

Dicevi prima che sei abituata all’interazione con la gente del quartiere, dei bar, dei mercati, dei supermercati, della strada, che diventano fonte di ispirazione. Come hai fatto durante la pandemia in cui interazioni e possibilità di incontri e uscite erano limitate?
Ottima domanda. Durante il lockdown ho disegnato moltissimo con i miei bambini. Anche mio marito è un artista e abbiamo trascorso interi pomeriggi a disegnare e dipingere insieme. Le attese, in fila davanti al supermercato, erano le poche occasioni di scambio con l’esterno, ma tutto può accadere anche in una situazione così fuori del normale. Il disegno The naughty girl è un esempio. In quel periodo ho anche lavorato su un’immagine nata da una storia.

Appunto, chi è il businessman che ritrai? Perché una mano mozzata sulla scrivania?
È lui il protagonista di quella storia. Mi raccontarono un aneddoto che riguardava un manager di un grande gruppo aziendale. Mentre ascoltavo si è formata un’immagine, un fotogramma in cui c’era l’uomo seduto alla scrivania mentre parlava al telefono. La mano mozzata credo sia la cristallizzazione dei suoi pensieri, una sorta di allegoria delle sue intenzioni.

Come nascono i titoli delle tue opere?
Di solito vengono in corso d’opera. Spesso uso la lingua inglese per il suono o perché funziona meglio.

Alessandra Giacinti, Happy Porchetta Day, 2015, colouring pencil on paper, 22,5x35 cm
Alessandra Giacinti, Happy Porchetta Day, 2015, colouring pencil on paper, 22,5×35 cm

I FORMATI E LA TECNICA PER ALESSANDRA GIACINTI

Che formati prediligi?
Quando disegno utilizzo principalmente il formato piccolo, il foglio F4 è uno dei miei preferiti. Sì, il foglio che usavamo tutti a scuola.

E la tecnica conta?
A mio avviso, la tecnica non fa l’opera e questo vale in modo particolare per il disegno. Se per tecnica intendiamo tutta quella serie di decisioni formali che sono insite nel segno, nella pennellata, nel colore, allora sì, conta, perché queste decisioni influiscono sul carattere dell’opera. Ogni decisione ha un valore che si riflette sul risultato finale.

Mentre il colore, sempre molto essenziale nelle tue opere, che ruolo ha?
Per il disegno uso prevalentemente le matite colorate che sono un mezzo molto malleabile, ma le possibilità cromatiche sono più limitate rispetto alla pittura. Questo lo trovo un vantaggio perché posso scegliere tra ciò che ho a disposizione. Un colore chiama l’altro secondo un processo di accordi e di stratificazioni sottili. L’intenzione è quella di ottenere una particolare atmosfera.

La tua è una pittura lenta o veloce? In generale mi sembra un tratto veloce e che si sofferma con grande capacità di sintesi su pochi elementi e dettagli significanti. Quasi lavori per sottrazione.
La pittura è veloce, ma il dipinto si compie lentamente.

Mi sembra che la rappresentazione della natura o del paesaggio antropizzato ti interessino meno come soggetti. Lo sfondo è quasi annullato o ridotto ai minimi termini in diverse tue composizioni. Come sei arrivata a questo lavoro di semplificazione formale? Il tuo lavoro si è trasformato nel tempo?
In passato ho trascorso molto tempo a dipingere la vista dalla finestra di casa. Ricostruivo spazi visti dall’alto e da lontano, utilizzando la fotografia e concentrandomi sulle qualità formali e compositive dell’immagine. Ampie campiture, assenza di prospettiva e piccole sagome che attraversavano spazi vuoti. Il mezzo fotografico mi aiutava a vedere in modo bidimensionale. Allora guardavo le fotografie della Bauhaus di Lux Feininger. Poi, per demolire questa architettura formale, sono andata in Germania, all’accademia di Düsseldorf. Oggi, nel mio lavoro, mi sento a mio agio sulla strada. Guardo le cose da vicino e mi avvicino ai personaggi. La semplificazione dello spazio è un modus operandi che ho mantenuto e che mi permette di mettere a fuoco gli elementi più rilevanti.

La musica, il cinema, la letteratura, la poesia incidono sui tuoi immaginari?
Queste cose ci servono per stare al mondo come persone. Personalmente sono una lettrice disordinata, ascolto Talk Art mentre disegno e provo una speciale risonanza con i film di Aki Kaurismäki.

Perché fare pittura oggi?
Perché privarci di un linguaggio che ci permette di pensare?

Damiano Gullì

www.alessandragiacinti.com

LE PUNTATE PRECEDENTI

Pittura lingua viva #1 ‒ Gabriele Picco
Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
Pittura lingua viva #3 ‒ Gianluca Concialdi
Pittura lingua viva #4 – Michele Tocca
Pittura lingua viva #5 ‒ Lorenza Boisi
Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
Pittura lingua viva#8 ‒ Valentina D’Amaro
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Pittura lingua viva #29 ‒ Manuele Cerutti
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Pittura lingua viva #40 – Valerio Nicolai
Pittura lingua viva #41 – Maurizio Bongiovanni
Pittura lingua viva #42 – Elisa Filomena
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Pittura lingua viva #49 – Speciale OPENWORK
Pittura lingua viva #50 – Bea Bonafini
Pittura lingua viva #51 – Giuseppe Adamo
Pittura lingua viva #52 – Speciale OPENWORK (II)
Pittura lingua viva #53 ‒ Chrysanthos Christodoulou 
Pittura lingua viva #54 – Amedeo Polazzo
Pittura lingua viva #55 – Ettore Pinelli
Pittura lingua viva #56 – Stanislao Di Giugno
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Pittura lingua viva #58 – Francesco De Grandi
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Damiano Gullì
Damiano Gullì (Fidenza, 1979) vive a Milano. I suoi ambiti di ricerca sono l’arte contemporanea e il design. Dal 2020 è Head Curator del Public Program di Triennale Milano. Dal 2004 si occupa di comunicazione per Triennale Milano, dove dal 2018 è anche Assistente Curatore del Direttore del Museo del Design Italiano. Del 2020 la curatela, con Joseph Grima, della monografica "Corrado Levi. Tra gli spazi" in Triennale Milano. Ha curato diverse mostre in Italia e suoi testi compaiono in cataloghi e pubblicazioni italiane e internazionali. Scrive regolarmente per “Flash Art”, “Inventario” e "Artribune", per la quale ha creato la rubrica "Pittura Lingua Viva".