Pittura lingua viva. Intervista a Beatrice Alici

Viva, morta o X? 91esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Beatrice Alici (San Donà di Piave, 1992) frequenta l’Atelier F del professor Carlo Di Raco all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove nel 2019 ottiene il Diploma di II livello in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo, con indirizzo Pittura. Dal 2016 fa parte del collettivo artistico Fondazione Malutta. Vive a Venezia e dal 2020 lavora nello studio Kadabra (Mestre) insieme ad altri nove giovani artisti.

Come ti sei avvicinata alla pittura?
Mi ci sono avvicinata sin da piccola, come la maggior parte degli artisti. Ho sempre avuto anche altri interessi, come la musica e la danza, ma non mi hanno mai dato la stessa gioia che provavo disegnando. La mia grande fortuna è stata quella di poter assecondare questa mia passione, quindi fare il Liceo Artistico e poi l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove sono cresciuta come pittrice grazie al costante stimolo e confronto con artisti di talento e che stimo.

Perché la scelta della figurazione?
Ho semplicemente seguito il mio istinto. Presto mi sono resa conto che amavo troppo la figurazione per abbandonarla.

Chi sono gli artisti e i maestri cui guardi? In certi casi mi sembra si percepisca la presenza sottotraccia di certo Simbolismo e dei preraffaelliti…
L’elenco di artisti classici, moderni e contemporanei cui guardo è veramente lunghissimo. Sicuramente c’è un legame con i preraffaelliti, anche per l’ora che ho trascorso estasiata nella sala a loro dedicata al Tate Britain di Londra.

Per ricollegarsi a questo, la storia, la tradizione della pittura incidono sulle tue opere o nella scelta dei soggetti?
Sicuramente sì, è impossibile non essere condizionati. Bisogna fare i conti con ciò che ci ha preceduto, in quanto italiani è compito piuttosto gravoso.

E memoria, ricordo, narrazioni, favole, miti e leggende?
Le influenze di ricordi e memorie sono inevitabili, essendo legata a storie del passato, anche di origine mitica/fantastica.

Beatrice Alici, Selfies n. 6, 2018, olio su lino, 30x40 cm
Beatrice Alici, Selfies n. 6, 2018, olio su lino, 30×40 cm

LA PITTURA E LA DONNA SECONDO BEATRICE ALICI

Il mito, la fantasia. Nelle tue opere sono molto presenti figure di donne, che spaziano da gruppi di amiche a singoli selfie fino alla rievocazione del mito di Lilith, la prima donna, che compare nelle tradizioni mesopotamiche ed ebraiche, un essere sospeso tra il divino e il demoniaco. È tutto un universo al femminile che viene declinato.
Un universo femminile che, in alcuni casi, ha bisogno di essere rievocato e portato all’attenzione della memoria collettiva. È incredibile che nelle prime civiltà che hanno popolato la terra fosse pieno di divinità/archetipi femminili e che la storia abbia gradualmente decimato queste presenze. Il cristianesimo e la società contemporanea sono ancora patriarcali e nei secoli sono riusciti a privarci di un archetipo importante come Lilith.

E poi compaiono streghe – un’altra forma di sorellanza primigenia –, gatti inquietanti, serpenti, santuari… Quanto certo misticismo e occultismo incidono sui tuoi immaginari?
Incidono, ma non esageratamente. Mi attira tutto quello che ha del mistero, soprattutto se antico. Come i simboli, mi piace indagare le loro mille sfaccettature, dal significato alla loro origine. Per quanto riguarda le streghe, se ci pensiamo, rappresentano il più grande femminicidio di massa della storia dell’umanità. Giustamente, abbiamo giornate dedicate ai grandi stermini come la Shoah, ma quando si tratta delle donne, nel corso della storia, si tende a far finta di niente con una leggerezza imbarazzante. La strega, oltre a quella della sorellanza, ha anche un’altra accezione per me. Quante volte abbiamo sentito dare della “strega” per giudicare male delle donne lontane da quello che la società si aspetta da loro, cioè un insieme di umile bellezza, dolcezza e un’intraprendente voglia di maternità. Ecco, io vorrei che tutte ci sentissimo libere di essere streghe.

E, in generale, il sacro cosa rappresenta? Penso a un’opera come Madonna al neon.
Non mi interessa molto il sacro, anzi lo trovo piuttosto noioso a dire la verità. L’opera che citi rappresenta una di quelle statue votive della Madonna che si trovano ogni tanto per strada. A Venezia, per un periodo, passavo davanti a quella piuttosto spesso ma quando, di notte, ho visto che era illuminata da quel neon verde, totalmente fuori luogo, mi ha fatto ridere e così ho deciso di dipingerla.

In Behind the Eden del 2016 tocchi il tema del Paradiso terrestre. Qui le figure sono celate, nascoste dietro una specie di telo/sipario su cui è rappresentato un albero, immagino quello della vita, altro tema ricorrente. Ci vuoi raccontare la genesi di quest’opera?
Sono due immagini differenti che ho trovato interessante accostare: due donne con delle belle gambe coperte da un telo, su cui, però, ho cercato di rappresentare un Eden contemporaneo. Era un tema su cui ero veramente fissata in quel periodo. Nella Genesi si parla dell’Eden come un giardino compreso fra tre fiumi, di cui attualmente ne rimangono solamente due, Tigri ed Eufrate. Ho provato a immaginarmi come sarebbe ora quel posto, che una volta era la Mesopotamia e che oggi invece comprende Turchia, Siria e Iraq. Un posto ora desolato e desertico con l’albero da cui è stato colto il frutto proibito.

Beatrice Alici, L'importanza delle origini, 2018 19, olio su tela, 200x290 cm
Beatrice Alici, L’importanza delle origini, 2018 19, olio su tela, 200×290 cm

PITTURA E DISEGNO

Un’altra tua opera si intitola L’importanza delle origini. Di che origini parli? C’è una componente autobiografica?
Sì, ne ho realizzati due con lo stesso titolo e anche un’incisione. Sono stati dei lavori veramente importanti per me. Quello di cui parli è una rielaborazione di una foto del 1910 della mia famiglia, del ramo che emigrò da Grottazzolina (Ascoli Piceno, Marche) in Argentina. L’intento era quello di scavare nel passato fino a ritrovare me stessa nelle mie radici.

Il disegno che ruolo svolge nella tua pratica?
Il disegno è fondamentale. Per molti anni sono stata solo una disegnatrice. Creavo queste immagini di sguardi: disegni di piccolo formato su carta da spolvero. Li ritenevo finiti, completi così come erano. Sostengo che il disegno sia un mezzo di espressione potente che può benissimo essere indipendente dalla pittura.

C’è un elemento di messa in scena, di teatralizzazione e drammatizzazione delle pose e delle composizioni dei soggetti? Fai bozzetti preparatori? Dipingi dal vivo?
La teatralizzazione c’era per un periodo, quando mettevo in posa delle modelle, mie amiche e colleghe. Le vestivo e realizzavo delle foto, ma quasi sempre avevo un riferimento di foto antiche. Di solito i bozzetti preparatori li faccio più per le tele di grande formato, circa il 3×2 metri, sul quale mi sto focalizzando in questo ultimo periodo. Solo durante il lockdown ho dipinto dal vivo.

Come nascono i titoli delle tue opere?
I miei titoli nascono e cambiano mentre nascono e cambiano i dipinti a cui lavoro.

Quali formati prediligi?
Il grande formato. Realizzo tutto in dimensione naturale in modo che lo spettatore possa sentirsi immerso, coinvolto, come parte del dipinto.

La tecnica conta?
No, le emozioni contano.

La tua è una pittura lenta o veloce?
Veloce e impulsiva nella parte dell’impostazione, lenta e calma durante la conclusione.

Beatrice Alici, Sulltane, 2017, olio su tela, 177x120 cm
Beatrice Alici, Sulltane, 2017, olio su tela, 177×120 cm

LA STORIA DI BEATRICE ALICI

Come si è trasformato il tuo lavoro nel tempo?
Soprattutto negli anni dell’Accademia ho cercato di sperimentare senza fossilizzarmi troppo sullo stesso soggetto o nel modo di fare. Poi, con il tempo, ho capito che cosa davvero mi interessava. Adesso porto avanti la mia ricerca con l’obiettivo di liberarmi sempre di più dal troppo rigore che sento dentro.

La musica, il cinema, la letteratura, la poesia incidono sui tuoi immaginari?
La letteratura sicuramente. I romanzi che mi hanno segnato da adolescente sono Madame Bovary, 1984, Il nuovo mondo, Anna Karenina, più di recente invece Cent’anni di solitudine, Le cronache del ghiaccio e del fuoco e Il racconto dell’ancella. A 16 anni con la musica ho scoperto il femminismo. Sicuramente il cinema incide e anche i podcast di Morgana, di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri.

Perché fare pittura oggi?
Perché non fare pittura oggi? Siamo una società che ragiona per immagini. Siamo ancora materiali e non virtuali.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
Penso che siamo in tantissimi e tanti sono anche molto bravi. Di conseguenza è dura per tutti emergere nella scena italiana.

‒ Damiano Gullì

www.beatricealici.com/

LE PUNTATE PRECEDENTI

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Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
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Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
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AutoreBeatrice Alici
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Damiano Gullì
Damiano Gullì (Fidenza, 1979) vive a Milano. I suoi ambiti di ricerca sono l’arte contemporanea e il design. Dal 2020 è Head Curator del Public Program di Triennale Milano. Dal 2004 si occupa di comunicazione per Triennale Milano, dove dal 2018 è anche Assistente Curatore del Direttore del Museo del Design Italiano. Del 2020 la curatela, con Joseph Grima, della monografica "Corrado Levi. Tra gli spazi" in Triennale Milano. Ha curato diverse mostre in Italia e suoi testi compaiono in cataloghi e pubblicazioni italiane e internazionali. Scrive regolarmente per “Flash Art”, “Inventario” e "Artribune", per la quale ha creato la rubrica "Pittura Lingua Viva".