Viva, morta o X? 37esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Alice Visentin (1993) vive e lavora a Torino, dove ha studiato pittura all’Accademia Albertina. Nel 2015 fonda con dei suoi compagni di classe lo Spaziobuonasera. Tra le mostre collettive: If It Is Untouchable It Is Not Beautiful, Monitor Gallery, Roma, 2019; Hypnagogia, Nevven Gallery, Göteborg, 2019; Day in, Day out, Tile Project Space, Milano, 2018; Ibrida, Castello di Perno, Monforte D’Alba, 2018; Sauvage, Dom, Palermo, 2018; Showroom, Francoforte, 2018; L’isola portatile, ADA Project, 2018; Artagon, The international encounter of art schools, Parigi, 2017.
È del 2017 la sua personale Prima Persona Singolare, Tile Project Space, Milano. Da luglio a settembre 2017 è stata assistente dell’artista Anna Boghiguian.

Come ti sei avvicinata alla pittura?
Ho iniziato in una cantina e ora la porto avanti, è l’unica cosa che abbia mai fatto che mi rende felice.

Chi sono i maestri e gli artisti cui guardi?
La grande Italia e la sua pittura sono sempre presenti. Il mio maestro è stato ed è Marco Cingolani, grande pittore e stimolatore di pittori a sua volta. Nella sua classe si sono costruite connessioni vere che hanno portato a vivere un periodo di vita intenso e bellissimo. L’aver avuto compagni come Edoardo Piermattei, Erik Saglia, Lula Broglio, Ottavia Plazza ed esser diventati noi stessi catalizzatori di altre connessioni è stato fondamentale. Abbiamo poi creato lo Spaziobuonasera, avendo incontrato sul nostro cammino due spettacolari Francesco Snote e Marco Schiavone. Vivevamo tutti nello stesso palazzo e l’energia ha iniziato a essere tantissima.

Alice Visentin, L'eremo, 2018, olio su tela, 130 x 150 cm
Alice Visentin, L’eremo, 2018, olio su tela, 130 x 150 cm

Ci sono tecniche o formati che prediligi?
Dipingo a olio da quando ho iniziato a dipingere. Tra i campi che dividono paesini canavesani, vicino a una ferrovia, ho trovato un rivenditore di ottime marche di colori. Non vado che lì.
I miei formati invece nascono dalla necessità: il formato più piccolo era il formato più grande che potessi far uscire dalla mia cantina e il formato più grande è il più grande che posso far uscire dalla porta del mio studio attuale.

Astrazione e figurazione: quando finisce una e inizia l’altra?
Ho iniziato a dipingere uomini quando mi sono resa conto di sentirmi disperatamente sola nella cantina buia dove ho iniziato a dipingere. Ma non conosco la linea che divide la figurazione dall’astrazione.

Come nasce un tuo quadro?
La pittura mi prende tutto il mio tempo, voglio che all’interno si percepiscano inguaribili malinconie, saggezze e memorie lontane. Di solito parlo con gli oggetti e con il vento e tutto quello che faccio è il succo di numerose conseguenze. Voglio andare in giro per il mondo con gli occhi limpidi e attenti e con orecchie sensibili e disponibili. Quando poi il quadro nasce ha una storia e io gli do un nome. Troverà la sua strada, lui sa dove andare.

Come scegli i tuoi soggetti?
Avrò tutto il tempo per scoprirlo

Alice Visentin, Bonelli padre e Bonelli figlio, 2017, oil on canvas, 130 x 150 cm
Alice Visentin, Bonelli padre e Bonelli figlio, 2017, oil on canvas, 130 x 150 cm

Perché hanno quest’aria ieratica?
Non tutti hanno volti “ieratici”, alcuni soffrono, ma in modo aggressivo, altri sono felici senza saperlo.

Parli di una “saggezza” che da loro emerge.
È solo una delle possibili caratteristiche dell’essere umano. “Saggio” è però uno degli aggettivi che mi dà più sicurezza nello stare al mondo. Un saggio maestro è ampio e pieno di conoscenza. Credo sia per questo che rappresento spesso uomini giganti.

Prima Persona Singolare, titolo della personale che si è svolta a Milano da Tile Project Space nel 2017, voleva anche essere una dichiarazione di poetica o di una determinata attitudine?
Prima persona singolare cioè “io”. Come scrive Umberto Eco in un catalogo di Enrico Baj, Il Giardino delle Delizie: “L’Io è la natura umana, la forma antropoide, l’anima, l’omino segreto che si annida dentro l’omone apparente”. Amo dipingere persone.

E perché la scelta della pittura en plein air? Cosa rappresenta la natura per te?
La pittura all’aperto è una possibilità che ho grazie allo studio nello Sporting Dora, un ex dopolavoro dei dipendenti della Michelin. È a pochi minuti da Porta Susa, ma in un’insenatura del fiume Dora, circondato da una vegetazione insolita: palme, abeti e muschi. Dipingo all’aperto fino a che mi verrà permesso dal luogo in cui mi trovo. La natura arriva forse più dalle miei origini, sono cresciuta in collina fuori da Torino con un papà che fa il giardiniere paesaggista. A casa abbiamo diversi tipi di giardini, quelli delle spighe e graminacee, quelli delle felci e dei fiori di campo. Credo che la natura nei miei quadri derivi da lì. Da febbraio ai primi giorni di novembre posso portare i miei quadri all’aria aperta, loro respirano, io li vedo meglio.

Alice Visentin, Ginevra-Caraibi, oil on canvas, 200 x 250 cm
Alice Visentin, Ginevra-Caraibi, oil on canvas, 200 x 250 cm

Come nascono i titoli delle tue opere?
Spesso sono le due di pomeriggio quando quotidianamente sto dipingendo da almeno quattro o cinque ore. Spesso ascolto Radio Tre dove, in alcuni programmi pomeridiani, sono raccontate più o meno in modo approfondito storie di uomini che hanno fatto grandissime scoperte o vite intense e vissutissime. Nella mia testa si crea, come credo d’aver accennato prima, un senso di grandissima fiducia nello stare al mondo. Sapere che sia esistito Thelonious Monk mi rende incredibilmente felice. Cosi prendo il gessetto e scrivo sul retro del quadro accenni di storie e nomi, impressioni e date. Poi li firmo.

Il disegno, invece, ha un ruolo nella tua pratica?
Credo che tutto quello che si fa debba essere un flusso continuativo. Ora sono qui a Torino, città meravigliosa che mi permette di fare grandi tele, quando invece sono in viaggio disegno.
Due anni fa sono stata assistente di Anna Boghiguian durante la preparazione al Castello di Rivoli della sua mostra in manica lunga. Ho conosciuto da vicinissimo il lavoro viscerale di una disegnatrice: è stato travolgente.

Come definiresti la tua pittura?
Mi sento a casa dove posso dipingere, la pittura è quello che è insieme a me. Voglio dedicarmi alla vitalità tramite la mia intimità estetica.

Alice Visentin, L'eremo, 2018, dettaglio
Alice Visentin, L’eremo, 2018, dettaglio

Quali sono le tue fonti d’ispirazione? Letterarie, musicali, cinematografiche…
Dalla letteratura al mondo della musica, spesso attingo dalle storie di personaggi famosi. Credo che siano personaggi che funzionano da alter ego. Quando ero piccola, la mamma mi leggeva libri. Mia madre è una grande appassionata di libri e tuttora ama leggermeli. Borges e Calvino creano mondi che mi affascinano sempre.

Perché fare pittura oggi?
Cerco di creare dei collegamenti che forse prima di iniziare un quadro non conoscevo. Io voglio rimanere fedele alla vitalità, non voglio aspirare a forgiarmi una visione del mondo. Credo che, come dice Moravia, a livello della vitalità non ci sia ancora il mondo degli uomini e le sue convenzioni. Esso è sottinteso nella vitalità. Voglio sostituire il culto della vitalità alla visione del mondo perché voglio trarre ispirazione da tutte le persone che sento vive di fronte a me.

‒ Damiano Gullì

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AutoreAlice Visentin
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