Pittura lingua viva. Il progetto Linea 1201

Viva, morta o X? L’81esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature è dedicato a una conversazione con Angelo Bellobono, Davide D’Elia, Beatrice Meoni, Chris Rocchegiani, e le curatrici Elisa Del Prete e Silvia Litardi di Nos Visual Art Production sul progetto “Linea 1201” recentemente svoltosi ad Amatrice.

Come è nato e si è sviluppato il progetto Linea 1201?
Angelo Bellobono: Da circa dieci anni sto lavorando intorno all’idea che il Mediterraneo sia un grande lago di montagna, un lago incorniciato dalle catene dei Paesi che su di esso si affacciano. Tali montagne rappresentano, per me, cerniere e ponti di continuità tra confini e territori e l’Appennino è la catena montuosa mediterranea per eccellenza, galleggia e naviga nel mezzo di questo bacino unendo il Sud al Nord e dialogando con l’oriente e l’occidente. Nel 2016/17 cominciai a immaginare un lungo attraversamento pittorico e fisico dell’Appennino sulla linea di cresta delle sue vette, dalla Calabria alla Liguria. Nell’estate 2018 lo realizzai. Il progetto divenne poi una mostra presentata a Roma da AlbumArte nel gennaio 2019 dal titolo Linea Appennino 1201, curata da Elisa Del Prete e un libro prodotto dalla Collezione Maramotti di Reggio Emilia. Dopo questa esperienza solitaria ho immaginato di proseguire l’indagine attraverso quattro residenze/tappe itineranti, quindi ha preso forma Linea 1201.

In cosa consiste?
Angelo Bellobono: Grazie alla vittoria di un bando con la Fondazione Cultura e Arte Terzo Pilastro Internazionale, cui avevo sottoposto il progetto, ho potuto realizzarlo, avvalendomi della cura e collaborazione di Nos Visual Art Production. Nell’ultima delle quattro tappe, svoltasi ad Amatrice, luogo simbolo della fragilità e tensione geologica e sociale del nostro Paese, ho scelto di invitare a condividere l’esperienza con me altri tre artisti: Beatrice Meoni, Chris Rocchegiani e Davide D’Elia. Quindi Linea 1201 è un programma di residenze itinerante che esplora le terre alte dell’Appennino per restituirle in un racconto pittorico. Il programma si è sviluppato in quattro tappe attraversando territori diversi ed esplorando idealmente i 1201 chilometri della catena appenninica: dalle Mainarde al Monte Alpi in estate, fino alla Valsamoggia e Monti della Laga in autunno. A ogni tappa sono stati approntati dei “Campi Base” come “studi temporanei e dislocati”, dove la pratica en plein air, ma non solo, diventa la chiave per raccontare un’Italia nascosta e promuovere una frequentazione turistica di tipo culturale e consapevole. Appuntamenti pubblici quali escursioni e laboratori, oltre al dialogo con esperti locali e altri artisti, hanno arricchito il programma.
Elisa Del Prete e Silvia Litardi: Ormai un anno fa Angelo ci invitava a curare e organizzare Linea 1201, definendo le tappe, scegliendo i temi da toccare nei vari contesti, pensando insieme gli artisti da invitare nell’ultima tappa di Amatrice. A novembre 2019 si era da poco conclusa la settimana del programma Grand Tour d’Italie che ci aveva visti insieme a L’Aquila dove avevamo invitato Angelo come artista “padrino” per raccontare ai dieci ospiti internazionali il legame tra la città in rinascita e le montagne che la circondano. Avevamo sperimentato ancora una volta l’effetto del “territorializzare” una ricerca estetica, mostrando in presa diretta di cosa si nutre, come si muove e si espande. Linea 1201 ci ha permesso di continuare la nostra riflessione sulla provincia spingendola verso le terre alte e interne, l’andare a cercare un pubblico dell’arte camminando, condividendo tempi e luoghi della vita pubblica come le piazze di paese, i sentieri in montagna o in collina, parlando e odorando faggete o cerreti perché è la cosa più normale del mondo muoversi, spostarsi in questo caso raggiungendo luoghi tutto sommato vicini eppure con cui non è scontato entrare in contatto.

Linea 1201. Davide D'Elia #02

Linea 1201. Davide D’Elia #02

Da cosa deriva il titolo?
Angelo Bellobono: 1201 è la lunghezza dell’intera catena Appenninica, una linea di cresta, midollo e colonna dell’Italia.

Perché la scelta dell’Appennino come territorio da indagare, percorrere ed esplorare?
Angelo Bellobono: Alle montagne mi lega un rapporto profondo e lunghissimo. L’Appennino è la verità del nostro Paese, una colonna vertebrale consumata dal tempo, con molte fratture e cavità che rivelano un midollo, il nostro. Ancestrale e preistorico, nella sua levigata verticalità svela orizzonti sospesi, che resistono agli attacchi e alla sciatteria di chi vuole far franare memoria, antropologia e geologia lungo le coste. Le regioni montuose interne rappresentano il 60% del nostro territorio e sono abitate dal 20% della popolazione nazionale. Luoghi potenzialmente in grado di riscrivere futuri e umanità ancora possibili. L’Appennino è spesso conosciuto come un profilo che ci accompagna lungo le autostrade, ma addentrandosi nel suo corpo si scoprono strati di mondi e meraviglia indescrivibili. Noi italiani siamo abitanti di un Mediterraneo interiore e lo navighiamo con la lunga nave degli Appennini. La straordinaria bellezza dell’Italia, il suo clima, biodiversità, paesaggio, hanno attratto sempre i conquistatori e siamo stati invasi da, e abbiamo invaso, tante culture. Siamo il risultato di una varietà di popoli e abbiamo acquisito geneticamente civiltà diverse, nell’Appennino tutto questo c’è. È necessario ridiventare sobri, per gestire la dittatura delle false ed effimere ebrezze indotte dal mito della produttività, del successo, dello sviluppo senza progresso e senza umanità. L’umanità non è più attraente, esiste come somma di consumatori, e la parola “persona” è in disuso da troppo tempo. Ogni individuo è una colonia da conquistare, prima da affamare e poi da sfamare, secondo le precise regole del consumo. Anche le “strategie” culturali si sono adattate allo schema dominante, di immediatezza, non approfondimento, sensazionalismo, stupida leggerezza, anziché profonda levità. Occorre risvegliarsi dal torpore sensoriale, geografico e sociale per riscoprire la “fatica” della libertà, e del paesaggio che stiamo raschiando via dalle nostre esistenze. Sono tanti i fantasmi che popolano l’Appennino, fantasmi carichi di vita.

Quali sono stati i risultati degli incontri?
Angelo Bellobono: A volte l’incontro con se stessi, con gli altri e con un luogo diverso, al di fuori delle comodità personali, è già un progetto realizzato. Specie in quest’epoca, in cui si è passati dalla frenesia di formalizzare in progetto ogni esperienza, senza decantarla e metabolizzarla, “consumandola” in visioni spuntate e forzate, a un presente in cui una pandemia ha rimesso in discussione ogni nostra certezza. È accaduto qualcosa che a maggio sembrava impossibile realizzare, tutte le tappe si sono svolte, ora potrebbe accadere altro o nulla.
Beatrice Meoni: Ho partecipato unicamente alla quarta e ultima tappa del lavoro di residenze diffuse. Non conoscevo la zona dei Monti della Laga, ma conosco da tempo il lavoro di Angelo e il suo cammino di ricerca sulla relazione fisica esperienziale della montagna e della pittura. Mi sembrava quindi interessante approfondire quella dimensione a me insolita. Lo spunto del mio lavoro è nato da una vecchia tovaglia usata per i pic-nic in campagna, che ho pensato di riprodurre pittoricamente in modo da poterla usare nelle nostre escursioni. Mi interessava lavorare nella contrapposizione tra il paesaggio naturale e un simbolo della domesticità legata al quotidiano. La tovaglia è una mappa di relazioni condivise intorno a essa e ha il potere di un grande specchio che riflette e restituisce l’ambiente che lo circonda. La vastità sovrastante della natura, la luce, è diventata così racconto intorno alle tovaglie dipinte e a micro/macro accadimenti del terreno circostante. Gli evidenti legami con la storia dell’arte, con i déjeuner sur l’herbe da Manet a Picasso sono stati l’occasione di dialogare con la grande pittura.

Linea 1201. Angelo Bellobono #01

Linea 1201. Angelo Bellobono #01

Il paesaggio, la natura, l’esprimersi en plein air che ruolo hanno svolto?
Angelo Bellobono: Sulle altre tre tappe c’è già stato un ampio racconto in merito, su questa di Amatrice, la conclusiva, il meteo ha condizionato parte del programma. Per quanto mi riguarda sono comunque riuscito a raccogliere quella pittura che poi resterà tale o diventerà altro. Dipingere in piena natura, a volte in posizioni scomode e scoscese e lontano dal comfort dello studio e dei propri strumenti, può creare difficoltà, sia di carattere pratico che concettuale. Ognuno trova, o non trova le sue soluzioni. Non concludere nulla fa parte della “spedizione pittorica”, in cui fallimento e rinuncia sono presenze costanti. Nel mio procedere dipingere in condizioni scomode è spesso una costante, non un limite, ma una modalità. Detto ciò però amo le lunghe ore trascorse in studio, un ambiente che mi accoglie e raccoglie. Durante lo svolgersi di Linea 1201 ho incontrato processi che si rivelavano, che forse aspettavo o mi aspettavano. Un termine che è spesso emerso durante la residenza di Amatrice è stato “dispositivo”. Ragionandoci, noi stessi siamo dispositivi, lo sono le opere, gli strumenti e i pensieri che ne guidano la realizzazione.
Davide D’Elia: Non appena coinvolto da Angelo Bellobono su questo progetto ho avvertito un progressivo e “grandangolare” allungamento tra me e le mie recenti abitudini e, al contempo, un simultaneo riaffiorare di ricordi fatti di cani in lontananza, migliaia di tipologie di verde e marrone, fiato spezzato. La mia comfort zone, l’habitat strutturato dei miei progetti, doveva far posto all’esperienza diretta della natura e farne un lavoro. Una modalità di pittura en plein air, rivisitata ad hoc per l’occasione, è stata la mia via di fuga e allo stesso tempo un binario di entrata in questa nuova esperienza: avevo portato con me ad Amatrice tre strutture vintage per proiezioni dove gli schermi che generalmente riflettono la luce sono stati sostituiti da tessuti microforati capaci di far trasparire l’immagine e permettermi di copiare perfettamente, come un bambino, i paesaggi che vedevo attraverso. Un lavoro di superficie, ma non superficiale, alla ricerca della natura attraverso i forellini della tela microforata, seguendo col pennello monti, alberi e vegetazione. Unica, ma fondamentale, alterazione l’uso della vernice monocromatica iris blue (antivegetativa), tonalità quasi assente da ciò che i miei occhi vedevano realmente.
Beatrice Meoni: Il paesaggio e la sua esperienza hanno svolto un ruolo fondamentale. Non ho dipinto en plein air durante le escursioni per le condizioni metereologiche spesso avverse, ma ho raccolto appunti, materiali grezzi; i colori, la luce e i suoi repentini cambiamenti, i pascoli, le piante, le sorgenti hanno costituito le fondamenta da cui a tutt’oggi posso attingere.
Chris Rocchegiani: I giorni precedenti la mia partenza per Amatrice sono stati carichi di riflessioni proprio su questo aspetto. Capisco che sembra quasi un paradosso parlare degli effetti di una pittura en plein air prima ancora che questa venga vissuta, ma forse proprio qui risiede la sua magia. Nello scegliere l’occorrente per dipingere fuori dal mio studio, ho ripercorso mentalmente tutte le azioni che compio dal momento che inizio un nuovo lavoro, visualizzando: il tipo di supporto, il formato, il livello di rigidità con cui esso risponde al pennello, i colori e i diluenti, i pennelli e i barattoli, gli strofinacci, i teli di nylon, ecc. Poi ho dovuto soppesare il peso e la dimensione di ogni strumento, in quell’economia dello spazio che lo zaino di un camminatore impone e che risponde al “solo ciò che è necessario”. Ho chiuso il bagaglio e ho cominciato a dipingere en plein air prima ancora di immergermi nel paesaggio di Amatrice, prima ancora di lasciare lo studio. Nelle rinunce fatte c’era una implicita dichiarazione di resa: mollare ogni espediente che mi avrebbe potuto garantire un risultato, perché non potevo avere una soluzione per ogni evenienza.

Linea 1201. Chris Rocchegiani #02

Linea 1201. Chris Rocchegiani #02

C’è una forte componente relazionale: il trekking, gli incontri, le escursioni, il workshop. Come avete vissuto questi momenti di condivisione proprio quando la prossimità, la vicinanza sono stati messi in crisi dalle inevitabili norme e conseguenze legate alla pandemia?
Angelo Bellobono: Una residenza condivisa può essere semplice o complessa per infinite ragioni. Con alcuni artisti ho avuto la possibilità di condividere delle escursioni di grande intensità. Io mi muovo nel paesaggio, divento paesaggio, lo attraverso e raccolgo elementi. Dipingo con il mio stesso corpo sia quando sono nel paesaggio, sia quando trasferisco su un supporto il distillato di tali esperienze. Però non amo associare questo a nessun aspetto performativo. È ciò che è, cambia continuamente. Naturalmente, vivendo la montagna professionalmente come maestro di sci e guida, prendo in seria considerazione anche aspetti tecnici che diventano importanti per muoversi con piacere e sicurezza. Gli ampi spazi in cui ci siamo mossi durante la residenza ad Amatrice, sia esterni che interni, hanno mitigato le conseguenze dell’emergenza sanitaria. Forse, a causa del maltempo che ci ha costretti a lavorare insieme e relativamente vicini, può esserci stata una certa difficoltà a esprimersi liberamente e a raggiungere dei livelli di concentrazione possibili solo in solitudine, condizione comune a molti pittori. È stato interessante vedere tensioni nel proprio lavoro, in quello degli altri, nel rapporto con se stessi, con gli altri e con la natura, a mio parere utili a rimetterci sempre in discussione.
Davide D’Elia: Onestamente, devo dire che ad Amatrice sono stato profondamente scosso dalla tragica situazione nella quale gli abitanti del luogo sono costretti ancora a convivere. Il pensiero della devastazione di intere cittadine e paesi, la fatica nel riprendere una normalità “di prima”, che non ritornerà mai più, ha preso il sopravvento sul pensiero della pandemia. Protetti nel nostro rifugio privilegiato (la Casa della Montagna) la convivenza, la vita e il lavoro, dopo un primo normale momento di adattamento, si sono svolti in un organizzato e ritmato alternarsi di igiene e convivialità. L’habitat lavorativo si è dimostrato ideale. Personalmente ho apprezzato molto il rispetto del lavoro e del modus operandi altrui.
Beatrice Meoni: La componente relazionale è stata importante. Eravamo ospitati dalla Casa della Montagna di Amatrice e lo spazio in cui lavoravamo richiedeva una pratica di vicinanza che abbiamo gestito direi con molta cura e attenzione non solo per il distanziamento sociale, ma anche per le necessità della pratica pittorica. Non ho mai avvertito la minaccia del Covid e, pur rispettando le regole stabilite, il paesaggio e la natura hanno imposto subito un altro passo, un altro ascolto del proprio corpo e della natura circostante.
Chris Rocchegiani: La natura, con i suoi ampi spazi, ci ha permesso di allentare un po’ la tensione che questo momento così difficile produce. E poi la pittura, quando si riesce a metterla in dialogo e in relazione, annienta le distanze, ti raggiunge, ti cambia e non ci sono più i metri che ti separano dall’altro.

Linea 1201. Beatrice Meoni #03

Linea 1201. Beatrice Meoni #03

Cosa rappresenta il confine?
Angelo Bellobono: Una linea da oltrepassare per comprendere, comprendersi e crescere. Camminare costantemente su una linea di confine può aiutare a produrre continuità attraverso la meraviglia della differenza.
Davide D’Elia: Il confine è il cortocircuito tra due o più stadi, spesso dicotomici: naturale/artificiale, caldo/freddo… un passaggio come tra liquido/solido/aeriforme che ti dice chi sei, cosa ti domandi e forse cosa troverai.
Beatrice Meoni: All’interno della residenza il confine non è un limite, ma può essere qualcosa di condiviso, non è qualcosa di invalicabile, piuttosto un concetto che invita a essere attraversato. Una linea di contatto che può diventare chiusura ed è continuamente ridisegnata da quello che siamo.
Chris Rocchegiani: Non ho mai usato la parola “confine”, ma da tempo ormai lo dipingo, interiorizzandolo come limite, come impedimento. Per me il confine esiste solo nella misura in cui lo si oltrepassa e prende una forma, una qualità precisa che ci permette di visualizzarlo, solo quando la nostra tensione è volta al suo superamento. Nei miei dipinti è il corpo a essere confine, il limite di un’esperienza che sento profondamente eccedente rispetto a esso. Per questo dipingo le Deposizioni, che non sono altro che un lasso di tempo, un intervallo, un passaggio, da un punto a un altro, la fine di una cosa e il suo trasformarsi prima di essere altro, il superamento del confine.

Come erano organizzati gli incontri?
Angelo Bellobono: Di comune accordo e sulla base delle condizioni atmosferiche stabilivamo un programma aperto anche alle necessità individuali del momento. Molto bello e interessante è stato lo scambio avuto con le curatrici Elisa del Prete e Silvia Litardi e con alcuni membri della comunità locale in occasione di uno studio visit nel campo base della Casa della Montagna. Anche se il sabato siamo riusciti a fare una bellissima escursione insieme, il giorno successivo le condizioni meteorologiche ci hanno costretti ad annullare il trekking finale, momento di restituzione pubblica ed esperienza condivisa importante.
Beatrice Meoni: Durante la settimana abbiamo incontrato più persone, dai soci CAI di Amatrice agli abitanti delle frazioni limitrofe a Peter Lerner. Tutti ci hanno raccontato il territorio, le ferite del terremoto ancora aperte, le condizioni profondamente disagiate, gli sforzi, la cura per riportare la propria esistenza a una vitalità quotidiana riappropriandosi di una parte di vita andata per sempre perduta.

Perché fare pittura oggi?
Angelo Bellobono: La pittura, che in questo caso deriva da un processo di attraversamento del paesaggio, può essere un atto di decolonizzazione dalla bulimia delle immagini, del consumo immediato, che oggi, attraverso il web, colonizzano e accelerano il nostro vissuto. Alla fine questa mia frase racchiude al meglio il mio fare: “Dipingo per tornare a casa. La pittura è la mia mappa fatta di sudore, vento, freddo, sole, salite e discese, è la costruzione del sentiero.”
Davide D’Elia: La pittura è un mezzo senza tempo, soprattutto per chi, come me, cerca di farla. In un mondo di rarefazione e filtri fotografici la verità risiederà sempre di più nel gesto. E la pittura è uno dei mezzi d’espressione che ancora oggi trattiene dentro sé, pura, l’anima di chi la compie.
Beatrice Meoni: È una forma di resistenza al potere delle immagini.
Chris Rocchegiani: Faccio molta difficoltà a rispondere a questa domanda. Non mi sento di aver scelto. Non ricordo di aver mai valutato delle opzioni in seguito alle quali aver poi optato per la pittura come linguaggio. Mi sono trovata a dipingere e, a oggi, sento di farlo anche quando ricamo, o coinvolgo il corpo o scelgo l’inquadratura di una foto. Mi sento io stessa forma e macchia e configurazione del visibile. Capisco di non aver fiducia del tridimensionale, della materia in termini oggettuali, perché fin da bambina mi è stata mostrata la sua parziale illusorietà, per cui ora mi resta difficile abbandonarmi a essa e non credo che si possa fare arte in un rapporto con riserve. Per questo sono macchia tra le macchie, mutevole, impalpabile, fortemente condizionata e mai oggettiva come ogni cosa che si vede.

Damiano Gullì

https://www.nosproduction.com/linea1201

LE PUNTATE PRECEDENTI DEL PROGETTO LINEA 1201

Pittura in alta quota #1
Pittura in alta quota #2
Pittura in alta quota #3

LE PUNTATE PRECEDENTI DI PITTURA LINGUA VIVA

Pittura lingua viva #1 ‒ Gabriele Picco
Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
Pittura lingua viva #3 ‒ Gianluca Concialdi
Pittura lingua viva #4 – Michele Tocca
Pittura lingua viva #5 ‒ Lorenza Boisi
Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
Pittura lingua viva#8 ‒ Valentina D’Amaro
Pittura lingua viva#9 ‒ Angelo Sarleti
Pittura lingua viva#10 ‒ Andrea Kvas
Pittura lingua viva#11 ‒ Giuliana Rosso
Pittura lingua viva#12 ‒ Marta Mancini
Pittura lingua viva #13 ‒ Francesco Lauretta
Pittura lingua viva #14 ‒ Gianluca Di Pasquale
Pittura lingua viva #15 ‒ Beatrice Meoni
Pittura lingua viva #16 ‒ Marta Sforni
Pittura lingua viva #17 ‒ Romina Bassu
Pittura lingua viva #18 ‒ Giulio Frigo
Pittura lingua viva #19 ‒ Vera Portatadino
Pittura lingua viva #20 ‒ Guglielmo Castelli
Pittura lingua viva #21 ‒ Riccardo Baruzzi
Pittura lingua viva #22 ‒ Gianni Politi
Pittura lingua viva #23 ‒ Sofia Silva
Pittura lingua viva #24 ‒ Thomas Berra
Pittura lingua viva #25 ‒ Giulio Saverio Rossi
Pittura lingua viva #26 ‒ Alessandro Scarabello
Pittura lingua viva #27 ‒ Marco Bongiorni
Pittura lingua viva #28 ‒ Pesce Kethe
Pittura lingua viva #29 ‒ Manuele Cerutti
Pittura lingua viva #30 ‒ Jacopo Casadei
Pittura lingua viva #31 ‒ Gianluca Capozzi
Pittura lingua viva #32 ‒ Alessandra Mancini
Pittura lingua viva #33 ‒ Rudy Cremonini
Pittura lingua viva #34 ‒ Nazzarena Poli Maramotti
Pittura lingua viva #35 – Vincenzo Ferrara
Pittura lingua viva #36 – Luca Bertolo
Pittura lingua viva #37 – Alice Visentin
Pittura lingua viva #38 – Thomas Braida
Pittura lingua viva #39 – Andrea Carpita
Pittura lingua viva #40 – Valerio Nicolai
Pittura lingua viva #41 – Maurizio Bongiovanni
Pittura lingua viva #42 – Elisa Filomena
Pittura lingua viva #43 – Marta Spagnoli
Pittura lingua viva #44 – Lorenzo Di Lucido
Pittura lingua viva #45 – Davide Serpetti
Pittura lingua viva #46 – Michele Bubacco
Pittura lingua viva #47 – Alessandro Fogo
Pittura lingua viva #48 – Enrico Tealdi
Pittura lingua viva #49 – Speciale OPENWORK
Pittura lingua viva #50 – Bea Bonafini
Pittura lingua viva #51 – Giuseppe Adamo
Pittura lingua viva #52 – Speciale OPENWORK (II)
Pittura lingua viva #53 ‒ Chrysanthos Christodoulou 
Pittura lingua viva #54 – Amedeo Polazzo
Pittura lingua viva #55 – Ettore Pinelli
Pittura lingua viva #56 – Stanislao Di Giugno
Pittura lingua viva #57 – Andrea Barzaghi
Pittura lingua viva #58 – Francesco De Grandi
Pittura lingua viva #59 – Enne Boi
Pittura lingua viva #60 – Alessandro Giannì
Pittura lingua viva #61‒ Elena Ricci
Pittura lingua viva #62 – Marta Ravasi
Pittura lingua viva #63 – Maddalena Tesser
Pittura lingua viva #64 – Luigi Presicce
Pittura lingua viva #65 – Alessandro Sarra
Pittura lingua viva #66 – Fabio Marullo
Pittura lingua viva #67 – Oscar Giaconia
Pittura lingua viva #68 – Andrea Martinucci
Pittura lingua viva #69 – Viola Leddi
Pittura lingua viva #70 – Simone Camerlengo
Pittura lingua viva #71 – Davide Ferri
Pittura lingua viva #72 – Diego Gualandris
Pittura lingua viva #73 – Paola Angelini
Pittura lingua viva #74 ‒ Alfredo Camerottti e Margherita de Pilati
Pittura lingua viva #75 – Andrea Chiesi
Pittura lingua viva #76 – Daniele Innamorato
Pittura lingua viva #77 – Federica Perazzoli
Pittura lingua viva #78 – Alessandro Pessoli
Pittura lingua viva #79 ‒ Silvia Argiolas
Pittura lingua viva #80 – Dario Carratta

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Damiano Gullì

Damiano Gullì

Damiano Gullì (Fidenza, 1979) vive a Milano. I suoi ambiti di ricerca sono l’arte contemporanea e il design. Da aprile 2022 è curatore per l'Arte contemporanea e il Public Program di Triennale Milano. Dal 2020 è stato Head Curator del…

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