Viva, morta o X? 31esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Gianluca Capozzi nasce ad Avellino nel 1973, dove vive e lavora. Studia pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze e alla Facoltà di Belle Arti di Granada, in Spagna. È tra i finalisti di: 14esimo Premio Cairo, Palazzo della Permanente, Milano, 2013; Premio Termoli, Galleria Civica Arte Contemporanea, Termoli, 2012; Combat Prize, Museo Civico G. Fattori, Livorno, 2012. Tra le mostre personali: Un-Conscious, aA29 Project, Caserta, 2019; Ocean Project, PAN, Napoli, 2018; Beyond the painting, La Giarina Arte Contemporanea, Verona, 2018; East of Eden, Palazzo Ducale, Genova, 2013. Tra le mostre collettive: Fivac, Camagüey, Cuba, 2019; Ouverture, Altro Mondo Creative Space, Makati City, Philippines, 2019; Dopo l’umano, con Eliana Urbano Raimondi, Via Dante 25, Palermo, 2019; Materie 5, Valerio Falcone Arte Contemporanea, Eboli, 2019; Multipli d’Artista, Palazzo Ducale, Genova, 2018.

Come ti sei avvicinato alla pittura?
Da bambino, il disegno e la pittura erano il mio miglior passatempo e anche una forma per esplorare dei mondi che potevo creare direttamente, in cui persone e luoghi interagivano con la mia fantasia. Guardavo molto i cartoni animati e mi piaceva vedere i disegni sulle scatole dei colori.

Quali sono i maestri e gli artisti cui guardi?
Mi piacciono tutte le forme d’arte, tra i pittori, Gerhard Richter, Wilhelm Sasnal, Michaël Borremans e tanti altri.

Ci sono tecniche o formati che prediligi?
L’acrilico mi piace molto e anche il disegno, la matita. Prediligo la carta e la tela, i formati piccoli che mi danno una visione più immediata e intima, oppure quelli molto grandi che mi consentono di spaziare come in un grande universo.

Gianluca Capozzi, Untitled, 2018, acrilic on canvas, 100x80 cm
Gianluca Capozzi, Untitled, 2018, acrilic on canvas, 100×80 cm

Come si è trasformato il tuo lavoro nel tempo?
Dopo le mie prime esperienze su una pittura divisionista e insieme iperrealista, concentrata sulle dinamiche della percezione umana, sono passato allo studio del “rumore visivo” creato dall’assemblaggio di più dipinti accostati tra loro. L’osservazione della natura ha sempre caratterizzato il mio lavoro. Dalla pittura ‒ cercando di sondarne i confini e i limiti, studiando il segno e il colore e i suoi confini estremi di possibilità rappresentativa ‒ al video ‒ come prolungamento della stessa, come esplosione, addizionata di musica e movimento. Di riflesso al mio interesse verso il pensiero magico sudamericano e orientale in relazione alle nuove scoperte della fisica quantistica, sto percorrendo uno studio sull’esistenzialismo e sui mondi possibili: la storia dell’uomo, i suoi momenti significativi, il nonsense pervaso di significati ancestrali che vanno oltre l’ordinaria realtà.

La tua è una pittura lenta o veloce?
È lenta e allo stesso tempo veloce, per trovare quella casualità che fa della pittura un mezzo inconfondibile e originale. È in una pennellata il gesto, l’emozione e l’istante e, se descrive la realtà o si astrae, diventa parte di un vissuto, un’esperienza di cui quella pennellata è ricordo.

Astrazione e figurazione: quando finisce una e inizia l’altra?
La linea tra astrazione e figurazione trascende in alcuni istanti nella pittura, l’una inizia con la momentanea assenza o l’allargamento percettivo dell’altra, sono due facce di una stessa realtà vista secondo diverse angolazioni, stati d’animo. La realtà, specialmente la natura, è astratta, è l’energia.

Come scegli i tuoi soggetti?
Dal pathos, dalla sensazione che mi danno. Se non posso spiegarla, è il soggetto giusto, se corre veloce in un momento e sembra tra un ricordo e un’emozione profonda ancestrale, comunica quello che voglio. Mi piacciono le cose sospese oltre tempo e spazio, quello che nella pittura può diventare altro o ne sveli la sua parte nascosta.

E come nascono i titoli delle tue opere?
I titoli a volte sono indicazioni che stringono il campo d’azione di un lavoro, se con l’arte si può parlare più che con le parole. Per questo utilizzo “untitled” a volte seguito da numeri.

Gianluca Capozzi, Travel report, 2007
Gianluca Capozzi, Travel report, 2007

Quale il rapporto tra la tua pittura, la fotografia e le immagini digitali? E con la pittura dal vero?
Tratto le foto come fossero dipinti. La foto è sia un’opera e sia un punto di partenza cui guardo nei miei quadri. Il disegno, la pittura dal vero sono la principale strada nel mio percorso artistico. In alcune opere recenti unisco disegni e interventi pittorici, per poi ristampare tutto su plexiglas semi-trasparente, che pone tra il fruitore e l’opera un filtro inesistente, in quanto prende forma solo nel volume della sua trasparenza. Cerco di unire la mia sperimentazione pittorica alla tecnologia, per spaziare e amplificare quelle che sono le mie visioni. L’obiettivo è ottenere una leggera profondità fatta di piccoli segni, trasparenze, trasformazioni, di esplorare la natura stessa, dilatando le sensazioni che essa suscita.

Il disegno invece ha un ruolo nella tua pratica?
Il disegno ha un ruolo fondamentale, mi permettere di tramutare all’istante le mie idee nel modo più facile e veloce, il suo segno ha delle caratteristiche che ripropongo anche nella pittura.

Ti dedichi anche al video…
Utilizzo il video e fotografia per raccontare questa visione che dall’oggettività del logico razionale ci proietta verso la parte più profonda della realtà. Nei miei video focalizzo l’attenzione sulla natura della percezione e sul lato esistenzialista, filosofico della realtà espansa, della magia. Il video è una parte della mia ricerca pittorica, come un prolungamento.

Cosa rappresenta il lavoro in studio per te?
Vedo nel momento operoso dell’atto artistico la massima espressione dell’arte e l’opera in sé una traccia. Lo studio è una parte dell’artista stesso, forse un’opera sempre in continuo mutamento. Un luogo dove si portano tutte le idee, dove si fa entrare il mondo per restituirlo trasformato.

Parlavi prima di fisica quantistica. Come il suo studio influisce sul tuo lavoro?
Le nuove scoperte della fisica quantistica ci mostrano come la realtà sia formata e creata da un osservatore. Quindi non è la realtà che forma la coscienza, ma la coscienza che forma la realtà.
Mi affascina il legame della scienza alla religione, al pensiero dei grandi filosofi, al pensiero andino e quello orientale.

Gianluca Capozzi, Untitled, 2018, acrilic on canvas board, 40x40 cm
Gianluca Capozzi, Untitled, 2018, acrilic on canvas board, 40×40 cm

Il pensiero orientale, appunto…
Descrive una consapevolezza della realtà che sperimentiamo con i nostri sensi e di quello che va oltre e possiamo sentire, che rappresenta la maggior parte delle nostre esperienze. Nel pensiero orientale, come nella cosmovisione andina, come in tante altre espressioni di consapevolezza della realtà, tutto ciò che noi possiamo percepire attraverso i nostri sensi rappresenta solo una piccola parte della realtà formata da energia, uno dei concetti più presenti nel mio lavoro.

Spesso fai ricorso al “pieno”, oltre ai lavori recenti penso alla saturazione di immagini di Frame Store da Artra a Milano nel 2009, ma so che per te è molto importante l’energia del vuoto…
Il pieno, come rumore visivo che rappresenta le infinite possibilità, gli infiniti futuri, presenti e passati, è un concetto legato al tempo come entità illusoria, la realtà non è un insieme di istanti che si susseguono, ma uno solo, contenente, nello stesso momento, tutti gli istanti. Per questo, pieno e vuoto possono essere intesi come uguali, come il tempo e lo spazio. Beatitudine e vacuità, il vuoto come un insieme di tutte le cose.

Perché la scelta, in un tuo ciclo di lavori, di accostare e sovrapporre personaggi iconici dei fumetti a scene “trovate” prese dalla cronaca, dalla vita politica o di costume?
I momenti importanti della storia conservano, come alcune immagini del passato in generale, quell’aura e quel gusto di sospensione temporale che ricerco. I fumetti diventano delle forme perdendo il loro significato iniziale, sono anche una nota ironica che spezza l’immagine principale. I cartoni animati sono, come la pittura, in grado di descrivere mondi fantastici come Alice nel Paese delle meraviglie. Topolino rappresenta una nota ironica sul capitalismo e i suoi effetti sulla società che si distanzia dalla sua vera natura divina e magica.

Mi sembra che tu usi le immagini e la loro stratificazione per parlare in maniera critica delle immagini stesse e del loro proliferare incontrollato…
Siamo condizionati dall’immediatezza di tantissimi impulsi, soprattutto visivi. Per questo nel mio percorso c’è un processo alle volte riduttivo e altre volte di amplificazione dell’immagine stessa. Intercetto frammenti di storie e le ricombino in un puzzle visivo: così facendo vorrei fermare l’attimo e convertirlo in un’immagine che esplode e prolifera al suo interno come parte e non rappresentazione della realtà, svelando inediti orizzonti di senso. Un’imprevedibilità che dissocia l’ordine del discorso e le aspettative di significato.

Quali sono le tue fonti d’ispirazione? Letterarie, musicali, cinematografiche…
La musica è la mia principale fonte d’ispirazione. A tal proposito il pensiero orientale e sudamericano, di cui mi influenza la letteratura, dicono che la musica sia l’unica cosa che percepiamo come realmente è, composta da vibrazioni che compongono tutta la materia visibile e non. Ci sono dei film che hanno dei personaggi e un’ambientazione particolarmente interessante, come le foto, specialmente quelli meno recenti. Ricordo À bout de souffle di Jean-Luc Godard, dal quale è nata una mia mostra, quasi tutti i film di Werner Herzog, in special modo Fitzcarraldo. Spazio molto tra i vari generi, ad esempio Wim Wenders, Tarantino, Almodóvar, Takeshi Kitano.

Gianluca Capozzi
Gianluca Capozzi

Come definiresti la tua pittura?
La mia pittura ripercorre vari eventi che si susseguono e che vivono in una volta sola, la traccia della loro esistenza è l’opera visibile. Dipingo con la suggestione attraverso la quale esploro ciò che mi circonda, i posti in cui vivo, il mondo, il tempo come susseguirsi di eventi non casuali, legati alla potenza creativa del nostro pensiero, all’energia dell’universo. Descrivo a volte mondi possibili e scenari fantastici dove rimane un accenno di figura ricostruibile attraverso l’immaginazione di chi guarda. Uno sguardo alla società che si distanzia dalla sua naturale collocazione e dalla sua esistenza possibile, in comunione con un tutto organico e sempre collegato.

Perché fare pittura oggi?
La pittura è quasi una necessità, è bella mentre la fai, la guardi. Può essere realtà e astrazione nello stesso tempo, sconfinare nella scultura. Come un mandala ripercorre un percorso. Sento che oggi c’è molta attenzione per la pittura, più che nel recente passato.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
In Italia, come penso anche fuori, sembra si respiri un Rinascimento della pittura.

‒ Damiano Gullì

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