Viva, morta o X? 45esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Davide Serpetti è nato a L’Aquila nel 1990. Vive e lavora tra L’Aquila e Milano. Si è diplomato in Pittura e Arti Visive alla NABA, Nuova Accademia di Belle Arti Milano (2009-2012). Dopo una breve esperienza di insegnamento al fianco di Marco Bongiorni, nel 2014 si trasferisce in Belgio e consegue il Master in Fine Arts al KASK ‒ Royal Academy of Fine Arts di Gent (2015). È selezionato come finalista per il Komask Prize con una doppia esposizione presso la Royal Academy di Anversa e il Grand Curtius Museum di Liegi. Tra le mostre personali e collettive: Forme uniche nella continuità dello spazio, Rizzuto Gallery, Palermo, 2019; Resistenze, Palazzo dell’Emiciclo, L’Aquila, 2019; Dove l’acqua riposa, Spazio T24, Roma, 2018; ESTEMPORANEA PLAY, Centro per l’arte contemporanea Trebisonda, Perugia, 2018; KHERO, Il Crepaccio Instagram Show, Instagram, 2018; Ànimali, Spazio 16Civico, Pescara, 2018; What’s Your Poison?, Croxhapox, Gent, 2015. Tra le residenze: VIR Viafarini-in-Residence, 2019; Reload, ResidenzaMuseo03, Museo di San Domenico, Imola, 2018; Simposio di Pittura, Fondazione Lac o Le Mon, San Cesario di Lecce, 2018.

Come ti sei avvicinato alla pittura?
Un giorno del 2007 il mio professore di disegno delle superiori mi mise davanti una testa di donna di una statuetta romana, probabilmente l’aveva comprata a un mercatino delle pulci. Sarà stata non più grande di 3 cm. Mi disse di sedermi in disparte e mi diede i suoi colori a olio dicendo: “Provali, secondo me potresti trovarti bene”. Poi mi diede un cazzotto su una spalla e se ne andò.

Quali sono i maestri e gli artisti cui guardi? 
Ultimamente sono tornato a guardare il lavoro dei grandi classici Disney: Francis Bacon, David Hockney e Picasso. Stimo anche il lavoro e le idee di Alessandro Pessoli, Gino De Dominicis, Utagawa Kuniyoshi, Victor Man, Martin Creed, Lars Ulrich, Anri Sala, Cyprien Gaillard. Negli ultimi anni guardo molto ai “lovers” di Cecily Brown, ai disegni di Carl Hubbuc, ai ritratti del Bronzino, ai tributi al quadrato di Josef Albers e ai non finiti di Manet. I maestri che ho avuto personalmente accanto e che mi hanno fatto crescere come artista sono Simone Berti, Emanuele Mocarelli, Marco Bongiorni, Dario Pecoraro, Alessandro Scarabello, Marcello Maloberti, Luigi Presicce, Angelo Sarleti, Bram Van Damme e Andrea Sala. Li ringrazio.

Davide Serpetti, The Pure and the Damned, 2019, dettaglio
Davide Serpetti, The Pure and the Damned, 2019, dettaglio

Perché la scelta della figurazione? 
Rispondo con un pensiero di David Hockney: “Sono sempre stato d’accordo con Bacon sulla pittura astratta, pensavo: ‘Come è possibile continuare a farla?’ Non può portare da nessuna parte. Persino la pittura di Pollock è a un punto morto. Il critico americano Clement Greenberg, che era molto influente, disse: ‘Oggi è impossibile dipingere un volto’. Ma la risposta di De Kooning, ‘Certo, è impossibile non dipingerlo’, a me è sempre sembrata più saggia. Se quel che ha detto Greenberg fosse vero, tutte le immagini del mondo che potremmo ottenere sarebbero fotografie. Non può essere vero. Non può essere così, sarebbe troppo noioso. Quindi, nelle affermazioni come quella di Greenberg, c’è qualcosa di sbagliato”.

Cosa rappresenta il ritratto per te?
È innanzitutto un feticcio. Quando inizio un quadro, di solito parto sempre da un volto che considero la chiave di volta poi, quando mi rendo conto che è abbastanza forte, aggiungo il resto. È l’inizio e la fine di una storia. La sensazione è come quando ho un appuntamento con una persona, in una piazza piena di gente. Mentre aspetto e mi guardo intorno, ma senza osservare qualcosa di preciso. Quando poi arriva la persona che stavo aspettando, immediatamente il mio cervello fa sì che io la riconosca: scartando automaticamente la miriade di persone e tutte le altre informazioni visive. In quel momento mi sento sollevato. Provo la stessa cosa finendo un volto. Per me rappresenta l’emotività.

E gli animali, invece, perché sono diventati protagonisti di molte tue opere?
Sono nato a L’Aquila, ma in realtà ho passato i primi sei anni di vita in campagna, ad Arischia. È un paesino a 14 km dal capoluogo abruzzese. Lì, in preparazione alle festività, mio nonno uccideva sempre un animale e mi spiegava che quell’azione era il suo regalo per me. Aveva tutto estremamente senso. Io giocavo con le interiora, conservavo le ossa, passavo intere giornate col mio coltellino, un fischietto e la bici a perdermi nella natura. Il rapporto con la selva e le piante era forte: quegli anni sono vividi nella mia mente e mi portano a considerare i miei animali come la rappresentazione dell’istinto e dell’irrazionalità dell’infanzia che rimane in ognuno di noi. Inoltre gli animali nelle mie opere rappresentano sempre una personificazione: inserisco sempre una piccola parte di me in essi. Se il ritratto è l’emotività, la figura animale ne è l’eccesso. Quando voglio esprimere un’emozione molto forte, opto per la rappresentazione dell’animale.

Hai affermato: “La mia ricerca artistica si basa su tre elementi: l’eroe, la scultura e la bestia”…
Dunque, fin da piccolo amavo leggere o farmi leggere storie sugli eroi. Amavo inventarli, giocarci, guardarli nei film. Chi non vorrebbe essere uno di loro? Però, ogni eroe che si rispetti arriva a un punto nel quale fallisce o muore, per poi imparare una lezione o rinascere. L’archetipo dell’eroe junghiano ci spiega che la nostra vita attraversa questa fase quando ci accingiamo a un grande cambiamento, specie fra l’adolescenza e la maturità. Come David Bowie, anche io penso che ognuno di noi sia un eroe, nella vita di tutti i giorni, nel portare avanti la sua crociata contro l’esistenza. Per questo a volte ho rappresentato attori famosi nei miei quadri. Possono essere considerati degli eroi moderni e (come di solito accade davanti a un loro film) chi li osserva ci si può immedesimare, e così ritrovarsi all’interno delle mie narrazioni. Le sculture antiche di persone e animali mi hanno sempre suggestionato. Trovo eccitante che la scultura di un leone cinese del 200 d.C. assomigli più a un rettile che a un felino o che il Mosè di Michelangelo abbia le corna.
Si tratta sempre di un tentativo di copia della realtà già “risolto” da qualcun altro, e quindi mi è più facile cibarmene. Se, come ho già detto, per me l’animale è la parte irrazionale e istintiva, la scultura rappresenta invece l’opposto: parla e si muove senza muoversi, è la ragione.

Davide Serpetti, Study for a lion #3, 2015
Davide Serpetti, Study for a lion #3, 2015

Come si è trasformato nel tempo il tuo lavoro?
Ho sempre provato a evolvere la mia ricerca da una dimensione privata a una legata all’immaginario collettivo. La prima serie di dipinti che ho mai realizzato raffigurava ritratti dal vero di amici. Successivamente, ho cercato un soggetto di “pubblico dominio” e ho deciso di dipingere per un anno e mezzo Leonardo DiCaprio.

Che ruolo ha il disegno nella tua pratica e in relazione alle tue opere?
In ogni processo creativo il disegno è la base dalla quale nasce tutto il resto: è per me fondamentale.
Ma raramente disegno direttamente sulla tela. Magari faccio degli scarabocchi, che uso come tracce per la pittura. Quando sono in compagnia uso il disegno per ritrarre le persone alle quali tengo, o che mi incuriosiscono visivamente.

E il colore?
È fondamentale. Il colore è una componente viva e dinamica nell’opera, e ne determina l’orientamento emotivo. Procedo per macchie di colore e poi via via le racchiudo in delle forme. Ultimamente uso molto il giallo, che è un colore che detesto e forse proprio per questo motivo sono convinto che possa aiutarmi a crescere.

Quanto conta la tecnica?
La tecnica deve essere funzionale all’idea. L’artista dovrebbe avere prima di tutto delle buone idee, e solo poi scegliere il medium perfetto per realizzarle. Di conseguenza, quando dipingo è perché ho in mente delle idee realizzabili solo con la pittura. Dopo questa premessa sull’idea dietro la tecnica, concludo la mia risposta con due storielle. Mesi fa un tuo collega mi chiese se prima di iniziare a dipingere avessi fatto il liceo artistico e/o l’Accademia. Giustificò la sua domanda aggiungendo che quello che vedeva nei miei dipinti era “brutta pittura”, cioè quadri privi di una buona tecnica pittorica. Concluse dicendo che i miei quadri restavano molto riconoscibili e che è questo in fin dei conti quello che importa. Quando frequentavo il Master of Fine Arts al KASK di Gent, un docente mi disse: “Davide, hai due modi diversi di dipingere, uno nel quale ti impegni al massimo nel copiare il soggetto in maniera naturalista, l’altro nel quale te ne freghi dell’immagine e appari quasi sciocco. Io preferisco il secondo”.

Ci sono formati che prediligi? 
Ultimamente amo lavorare sul 190 x 140 cm circa. In passato per i volti preferivo un formato quadrato.

La fotografia o il video hanno rapporti con la tua pittura? 
Certamente. Di solito parto da fotografie prese dal mio archivio di immagini. Alcune di esse sono frame estratti da video. Ma la verità è che a volte sogno di poter fare a meno dell’utilizzo delle foto pur dipingendo la stessa intensità che adesso riesco a ottenere usandole come riferimento. La fotografia nella mia pittura è come l’iPhone nella mia vita: è molto utile, ma a volte mi domando se io non ne sia schiavo.

Davide Serpetti. Photo Jessica Soffiati
Davide Serpetti. Photo Jessica Soffiati

Dipingi dal vero?
Sì. Dipingere dal vero ti costringe a centellinare il tempo, e avere questo genere di limiti ti spinge a lavorare meglio. Mi piace eseguire ritratti dal vero, quando posso. La pittura non mente: la prova l’ho avuta osservando i risultati del mio ritrarre dal vero. Quando conosco o stimo la persona che sto ritraendo, nel dipinto appaiono sempre cose piacevolmente inaspettate, c’è un’energia diversa.
Per quel che mi riguarda lavorerei sempre dal vero, ma credo che sia giusto per me ora continuare la mia ricerca sull’idolo, sulla celebrità e su tutto quello che normalmente non ci è dato raggiungere o non ci appartiene, e per questo devo utilizzare riferimenti fotografici.

Cosa significa invece pensare una mostra per Instagram, anziché per uno spazio fisico, come capitato per il progetto per Il Crepaccio? Come cambia, se cambia, l’approccio?
Per la mia ultima collaborazione con Il Crepaccio l’idea era quella di far creare agli artisti dei contenuti partendo dall’utilizzo del cellulare. Un anno fa avevo ancora un vecchio modello che però dava dei risultati cromatici interessanti se utilizzato all’aperto in controluce. Mi sono detto: “Non presenterò la foto di un mio lavoro o qualcosa di già collaudato, voglio stare al gioco e uscire dalla mia comfort zone”. È per questo che ho realizzato dei mini video riprendendo i miei nipoti mascherati da eroi che si confrontavano con la natura e abbinando il tutto a colonne sonore improbabili come tracce degli Abba, Goat, Metallica ecc. Tutti i video rientravano nella durata standard di quindici secondi, il tempo massimo di una “storia” di Instagram. Volevo proporre qualcosa di veramente naïf partendo da soggetti della mia quotidianità abruzzese (i nipoti) ma elevandoli come avrei fatto in uno dei miei quadri. Il tutto vincolato dalle possibilità del mio vecchio telefono. Sono molto soddisfatto del risultato finale!

È anche capitato che tu abbia dipinto coi piedi… Ci racconti contesto, finalità e risultato di questo lavoro?
Per la precisione ho disegnato con i piedi. È stata un’opera pensata per la mostra ESTEMPORANEA PLAY inaugurata al Centro per l’Arte Contemporanea Trebisonda a Perugia lo scorso 24 novembre, all’interno del progetto doppiosogno, al quale sono stato invitato a partecipare. Estemporanea perché tutte le opere furono concepite da tutti gli artisti durante la settimana precedente all’apertura, direttamente nello spazio espositivo. Play spiega la volontà degli artisti coinvolti di mettersi alla prova, costruire, smantellare, sovvertire, risolvere insieme questo gioco, superando i loro limiti con un atto eroico. Ogni opera in mostra fu una risposta alle domande o agli inviti di Luigi Presicce cui dovevamo rispondere io e Piotr Hanzelewicz. L’invito rivolto a me da Presicce, che conosceva la mia abilità nel disegno, mirava a ottenere a ogni costo forme di disegno naïf. Un modo allora è stato attraverso l’utilizzo dei piedi, e non delle mani, come atto di limitazione. Chiamai quell’azione Il disegno di Venerdì, l’indigeno, ricollegandomi a Robinson Crusoe e paragonando il legame paritario tra l’indigeno e il naufrago con quello tra me e Presicce.

Davide Serpetti, Piotr Hanzelewicz & Luigi Presicce, ESTEMPORANEA PLAY. Installation view at Centro per l’Arte Contemporanea Trebisonda, Perugia, 2018. Photo OKNO studio
Davide Serpetti, Piotr Hanzelewicz & Luigi Presicce, ESTEMPORANEA PLAY.
Installation view at Centro per l’Arte Contemporanea Trebisonda, Perugia, 2018. Photo OKNO studio

La tua è una pittura lenta o veloce?
Ho impiegato un giorno per dipingere un 2 x 2 m di tela e due anni per finire un 50 x 50 cm.
La mia pittura può realizzarsi in entrambi i modi: è l’idea alla base che regola il tempo. Più si hanno le idee chiare e prima si porta a casa il risultato. Ovviamente lasciando un ampio margine all’imprevisto che nella pittura, a mio avviso, è fondamentale. I miei bozzetti restano abbastanza lontani dalle rispettive opere finite. Ma per me non c’è un meglio o un peggio.

Lavori in studio? 
Sempre. Ho da poco cambiato studio a L’Aquila, dove ho deciso di tornare dopo la mia esperienza in Belgio. Molto spesso però devo spostarmi per residenze e per progetti vari: sento il bisogno di far circolare il mio lavoro. Non lavorando più con una galleria, ogni tanto devo spostarmi dall’Abruzzo per rendermi visibile.

Cosa rappresenta il passato per te? 
Ci tengo a essere molto sincero riguardo a questa domanda. Negli ultimi dieci anni, ogni volta che mi è stato chiesto del mio passato, non ho potuto non soffermarmi con i ricordi al terremoto del 6 aprile 2009 dell’Aquila. Quell’evento, che ho vissuto in prima persona, è stato lo spartiacque della mia vita, nel bene e nel male. Allo stesso tempo non ho mai tentato di forzare questo evento per emergere. Nel 2016, però, ho sentito il bisogno personale di realizzare in sordina una serie di opere basate sui miei ricordi del terremoto. Sono state esposte in occasione di una raccolta fondi per Amatrice. Mi è sembrato il momento giusto per lasciar trapelare qualcosa della mia esperienza con il sisma. Dico questo perché il passato per me rappresenta la figura di un vecchio maestro al quale hai voluto bene e al quale ne vorrai sempre, ma sul quale non puoi continuare a far affidamento per sempre. È giusto vivere ancorati nel presente, che poi in fondo è già una forma di passato e inoltre, ai più attenti, riserva scintille di futuro.

E il tempo? 
Una volta un uomo saggio mi disse: “La cosa più preziosa che puoi regalare a una persona è il tuo tempo”.

Come nascono i titoli delle tue opere?
Il titolo dell’opera è almeno il 40% del lavoro. Quindi di base cerco di non fare troppi danni! Ho delle idee che traduco dall’italiano all’inglese. Prendo spunto da film, quadri, musica. A volte rubo titoli da canzoni o versi dei loro testi: ascolto molta musica per dipingere. Mettersi di fronte a un medium con migliaia di anni di storia alle spalle ti costringe a entrare in uno stato mentale adeguato per affrontarlo. Questo io riesco a farlo con la musica: per dipingere una pianta magari mi serve Anima Latina di Battisti, per la zampa di una tigre Ride The Lightning dei Metallica, cose così. Ci sono dei momenti poi, dopo settimane di studio intenso, dove dipingo nel totale silenzio, ma solamente per sistemare i dettagli.

Cosa succede accostando Tilda Swinton a Medardo Rosso?
La scultura di Medardo Rosso ha in comune con Tilda una cosa: l’ambiguità. Sono due soggetti che si prestano a molteplici ruoli e interpretazioni. Se un fanciullo di Medardo oscilla tra il sonno e la morte, il volto di Tilda Swinton è al confine tra maschile e femminile. Lo trovo molto affascinante.

Davide Serpetti, The Environmentalist, 2015, dettaglio
Davide Serpetti, The Environmentalist, 2015, dettaglio

Come scegli i tuoi soggetti? Spaziano dal Laocoonte a Leonardo DiCaprio, di cui parlavi prima…
DiCaprio, ai miei occhi, rappresenta un’ideale di bellezza decadente e contemporanea, perché non rispecchia più l’immagine di un tempo (Titanic). È diventato molto più che un attore, è una specie di anarchico del potere. È arrivato al punto di potersi permettere il lusso di essere grasso, barbuto, capellone e risultare comunque un nuovo trend da seguire. La sua immagine attuale, da quarantenne, è di per sé una critica alla bellezza ideale perché lui, ricoprendo una posizione di potere nella società contemporanea, detta i canoni di bellezza. Capisci cosa intendo? Se Leonardo DiCaprio è un anarchico del potere, il Laocoonte è un anarchico della bellezza (ellenica).

Spiegati meglio.
Di base, la scultura greca ricerca la bellezza ideale operando una sintesi di corpi vivi, nella quale si esprime una bellezza psicofisica che armonizza anima e corpo: ovvero la bellezza delle forme e la bontà dell’animo. Questa bellezza si esprime al meglio in forme statiche, nelle quali un frammento di azione o movimento trova equilibrio e riposo, e per le quali la semplicità espressiva è preferita alla ricchezza di particolari. Il Laocoonte costituisce una potente violazione di questa regola: in esso la scena è dinamica, drammaticamente descritta e tutt’altro che semplificata dall’autore. E infatti la sua scoperta, nel 1506, suscitò stupore e sconcerto. Proprio come quando io nel 2014 scoprii delle foto che ritraevano “Leo” su un’isola deserta, circondato da modelle, visibilmente sovrappeso, con barba e capelli lunghi. Stava lavorando al film che poi gli valse l’Oscar, The Revenant. Era completamente diverso dall’archetipo “dicapriano” che tutti noi conosciamo dagli Anni Novanta, ma restava comunque “inattaccabile”.

Cosa significa fare pittura oggi?
Più che fare pittura oggi, preferisco parlare del “fare arte”. Il pittore è un artista come tutti gli altri, purtroppo in Italia abbiamo bisogno di fare mostre di pittura chiamandole PITTURA o di unire le forze per avere più visibilità perché ci rivolgiamo a un pubblico bigotto che aspetta di venire investito dall’ennesima moda esterofila per poi (in ritardo) farsela piacere. Fare arte oggi significa avere presente ciò che accade fuori dal tuo studio e volercisi sporcare. Più l’artista si dà al suo pubblico e più il pubblico può comprendere la poetica dell’artista. Il fine ultimo di fare arte è quello di lasciare qualcosa agli altri. A volte questo semplice concetto passa in secondo piano.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
Andai via dall’Italia nel 2014, affranto dalla sensazione di non riuscire a trovare veri sbocchi con la pittura. Sono tornato verso la fine del 2017 e devo dire che le cose sono cambiate parecchio. Ci sono ottime gallerie che stanno lavorando molto bene con la pittura italiana. Mi vengono in mente Annarumma, Clima, Monitor ecc. Ma soprattutto tanti giovani pittori bravissimi, che fanno ben sperare per il futuro della nostra “categoria”. Il problema adesso non è più trovare buone mostre di pittura bensì quello di scovare bravi pittori. Una realtà che si sta impegnando nel dare visibilità ai pittori italiani è, ad esempio, Landina, curata da Lorenza Boisi. Inoltre l’anno scorso ho avuto il piacere di essere stato invitato da Luigi Presicce al Simposio di Pittura, presso la Fondazione Lac o Le Mon a San Cesario di Lecce. Questo Simposio intende creare una piattaforma di confronto con chi, da diverse generazioni o da giovani promesse, si dedica con convinta fierezza alla pittura.
Vengono selezionati i pittori più rappresentativi del nostro Paese, quelli nati dagli Anni Sessanta in poi: quindi una tavola rotonda formata da diverse generazioni disposte al confronto. Potrei provare a descrivervi e raccontare tutto quello che ho vissuto in quei giorni a San Cesario, ma preferisco concludere dicendo che è stata un’esperienza indimenticabile a livello lavorativo ma soprattutto umano. In due settimane di lavoro sono state prodotte più di trecento tra carte e dipinti, da parte di tutti gli artisti coinvolti. Quest’anno Luigi mi ha proposto di tornarci (dal 4 al 19 luglio) con il ruolo di coordinatore. Abbiamo rinnovato l’invito a una parte dei pittori invitati lo scorso anno, aggiungendovi delle new entry molto interessanti: alcuni già affermati, altri meno. Tutti uniti da un profondo rispetto nei confronti della pittura.

‒ Damiano Gullì

Pittura lingua viva #1 ‒ Gabriele Picco
Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
Pittura lingua viva #3 ‒ Gianluca Concialdi
Pittura lingua viva #4 – Michele Tocca
Pittura lingua viva #5 ‒ Lorenza Boisi
Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
Pittura lingua viva#8 ‒ Valentina D’Amaro
Pittura lingua viva#9 ‒ Angelo Sarleti
Pittura lingua viva#10 ‒ Andrea Kvas
Pittura lingua viva#11 ‒ Giuliana Rosso
Pittura lingua viva#12 ‒ Marta Mancini
Pittura lingua viva #13 ‒ Francesco Lauretta
Pittura lingua viva #14 ‒ Gianluca Di Pasquale
Pittura lingua viva #15 ‒ Beatrice Meoni
Pittura lingua viva #16 ‒ Marta Sforni
Pittura lingua viva #17 ‒ Romina Bassu
Pittura lingua viva #18 ‒ Giulio Frigo
Pittura lingua viva #19 ‒ Vera Portatadino
Pittura lingua viva #20 ‒ Guglielmo Castelli
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Pittura lingua viva #22 ‒ Gianni Politi
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Pittura lingua viva #28 ‒ Pesce Kethe
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Pittura lingua viva #35 – Vincenzo Ferrara
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Pittura lingua viva #40 – Valerio Nicolai
Pittura lingua viva #41 – Maurizio Bongiovanni
Pittura lingua viva #42 – Elisa Filomena
Pittura lingua viva #43 – Marta Spagnoli
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