Viva, morta o X? 33esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Rudy Cremonini è nato nel 1981 a Bologna, dove vive e lavora. Ha esposto in diversi spazi pubblici e istituzioni, tra cui: Reggia di Caserta; Psychiatrisch Centrum Sint-Amandus, Beernem; City Museum of Belgrade; European House of Art, Upper Bavaria; Kunstraum/Bethanien, Berlin; Palazzo Sforza, Cotignola, Ravenna; Teatro Comunale di Bologna; Istituto Italiano di Cultura di Strasburgo. Lavora con Galerie Thomas Fuchs, Stoccarda; Galleria L’Ariete, Bologna; Galleria Doris Ghetta, Ortisei; 104Galerie, Tokyo.

Come ti sei avvicinato alla pittura?
Il ricordo più lontano che ho è quello di un dipinto a casa di mia nonna, dove sono cresciuto, rappresentava un canale in una città nebbiosa, con velieri ormeggiati, un po’ impressionista ma con toni dei grigi e del verde vescica, colore che continua a piacermi molto. Ricordo che mi ci perdevo dentro. Invece ho iniziato a dipingere intorno ai 16 anni, per caso: un artista che aveva lo studio in una stretta via di Bologna mi regalò un sacco pieno di colori a olio, solo perché mi vide interessato a ciò che faceva. Non so come ringraziarlo, perché non ricordo il nome e in seguito lo rividi pochissime volte.

Chi sono i maestri e gli artisti cui guardi?
Mi stupisce sempre come nel tempo, ciclicamente, i grandi maestri ai miei occhi si rivalutino, si rinfreschino e continuino a darmi stimoli e suggestioni nuove. È un potere della bella pittura proprio quello di attraversare il tempo, si riconferma sempre. Oppure a volte gli occhi non sono ancora pronti per vedere certe cose e con la maturazione cambia l’ampiezza della sensibilità.
Molto dipende anche dal momento che si sta vivendo nel proprio studio. Per ora trovo conforto in Picasso e Katz. Ma anche Alice Neel e Paula Mondersohn-Becker mi hanno fatto compagnia ultimamente.

Rudy Cremonini, Le piccole bagnanti, 2018, oil on linen, 30x35 cm
Rudy Cremonini, Le piccole bagnanti, 2018, oil on linen, 30×35 cm

Ci sono tecniche o formati che prediligi?
Faccio unicamente pittura a olio, ed è una relazione così impegnativa che diventa anche esclusiva. La vivo come una relazione intima che ha bisogno sempre di ascolto reciproco, di energia e di attenzione.

Perché la scelta della figurazione? E quando finisce la figurazione e inizia l’astrazione?
Io scelgo veramente poco nel mio lavoro, non scelgo l’immagine da dipingere, quasi non scelgo i colori e non scelgo nemmeno il livello di astrazione da raggiungere. Se dovessi scegliere tutto perderei il momento della sorpresa di quando finisco il lavoro e perderei lo stupore nel capire il significato del mio lavoro. Scelgo poco, tento piuttosto di seguire un flusso e di tenerlo dentro a certi argini, ma non conosco la direzione o la meta.

Come si è trasformato il tuo lavoro negli anni? Sei passato dal ritratto alla rappresentazione della natura per tornare poi al corpo…
Esatto, il lavoro si è trasformato. Non sono io che lo trasformo, io tento di ascoltare la pittura, capire quali sono i limiti nella nostra relazione, cerco di abbandonarli per poi permettere alla pittura di suggerirmi nuove soluzioni. Sulla superficie di questo meccanismo liquido esiste l’immagine. Anche in questo caso, per molto tempo ho scelto immagini in maniera non scientifica, ma piuttosto casuale. L’immagine non era il centro delle mie attenzioni.
Poi dopo parecchi anni ho colto ciò che accomunava tutte queste immagini. Qui un grande stupore. Dopo anni di lavoro ho capito che toccavo argomenti relativi alla protezione, al controllo, il tema del sacrificio, o del prezzo di una vita sicura. Ora sta avvenendo ancora una volta un cambiamento, ho deciso di non utilizzare più delle immagini provenienti dal mondo, ma di permettere nuovamente alla pittura di prendersi ancora più spazio e azione. Le fotografie che raccoglievo o che scattavo prima di dipingerle portavano naturalmente in loro già un’idea, un’estetica, una poetica, che confliggeva comunque con la mia relazione con la pittura e questo non mi interessa più. Dipingo direttamente sulla tela e cerco di scorgere il suggerimento del momento. Questo dovrebbe innescare un nuovo cambiamento.

Il disegno invece ha un ruolo nella tua pratica?
No, non c’è il disegno nella mia pratica, non riesco. Lo trovo secco, rumoroso, stridente. Disegnare ha un suono che non riesco a sostenere. Lo apprezzo e lo invidio.

Rudy Cremonini, The Island, 2018, oil on juta, 130x150 cm
Rudy Cremonini, The Island, 2018, oil on juta, 130×150 cm

E come nascono i titoli delle tue opere?
Questi molto spesso sono un modo per tornare fuori dalla tela, un ritorno al reale. Quindi spesso sono molto didascalici.

Cosa significa produrre immagini in una società in cui vi è una sovrabbondanza di stimoli visivi?
Se dovessimo pensare a un’economia sostenibile, dovremmo smettere di produrre quasi tutto. Ma come è possibile fermare le necessità di una persona che è al mondo per la prima volta? Una vita dura troppo poco per avere questo tipo di autocontrollo. Per cui seleziono i lavori che mi appaiono autonomi, quelli che quando finiti sembrano esserci sempre stati e che si staccano immediatamente da me.

Cosa rappresenta il tempo per te?
Il tempo passato è una cosa piena di nostalgia, di rammarico. Il presente è manchevole, quello futuro effettivamente non esiste.

E la solitudine?
Rassicurante.

Raccontaci della tua personale del 2010 Documenti d’alterità al Museo delle cere anatomiche di Bologna.
È stata la mia prima mostra dopo una lunga pausa dalla pittura, una pausa durata praticamente tutto il periodo dell’Accademia. Erano ritratti in bianco e nero. Anche in questa occasione, solo dopo tanti anni, ho capito che avevo formato un archivio di ritratti che non volevo si perdessero, in qualche modo stavo già lavorando a questa idea di conservazione e di sopravvivenza.

Rudy Cremonini, Kenzia con base bianca (notturna), 2018, oil on juta, 160x200 cm
Rudy Cremonini, Kenzia con base bianca (notturna), 2018, oil on juta, 160×200 cm

Perché la scelta di una tavolozza spesso cupa, livida?
Più che una scelta ogni tavolozza è un’inclinazione, la mia spesso vira sui grigi, ma ultimamente viene invasa da una nuova luce. Rimane comunque l’utilizzo di colori incerti, corrotti.

Quali sono le tue fonti di ispirazione? Letterarie, musicali, cinematografiche…
La mia prima fonte di ispirazione sono le sedute di psicoterapia, mi aiutano ad avere nuovi punti di vista sulle cose che mi spingono a rivalutare anche il lavoro.

Come definiresti la tua pittura?
Le definizioni non sono il mio forte, semplicemente cerco di fare una pittura sincera, generosa ma netta.

Perché fare pittura oggi?
La pittura, come la cultura in genere, è strettamente legata alla sopravvivenza sia personale che della comunità.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
La pittura italiana contemporanea è di qualità altissima, manca spesso una capacità di lettura adeguata e soprattutto un sistema istituzionale che ne favorisca l’espressione.

‒ Damiano Gullì

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Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
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AutoreRudy Cremonini
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