Pittura lingua viva. Intervista a Matteo Cordero

Viva, morta o X? 90esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Matteo Cordero (Savigliano, 1988) vive a Torino. Nel 2017 ha esposto un grande ritratto alla Royal Academy of Arts Summer Exhibition a Londra. Nel 2018 ha tenuto la sua prima mostra personale presso la Public Gallery, East London (Hackney). Nel 2016 ha conseguito la Laurea in Belle Arti presso il Chelsea College of Art di Londra.

Come ti sei avvicinato alla pittura?
Ho scoperto la pittura, il disegno e il concetto di arte, in generale, durante le scuole medie grazie alla materia di educazione artistica. Alle superiori, al liceo artistico di Cuneo, dopo aver conseguito una preparazione accademica di pittura e di disegno, ho invece maturato un mio stile personale e, da quel momento, il mio lavoro ha preso una direzione precisa di rappresentazione figurativa che potrei quasi dire di non aver variato di molto fino a ora.

La scelta della figurazione, appunto. Perché?
Il mio lavoro è una pittura automatica che consiste nel rappresentare il mio inconscio. L’inconscio è la parte della nostra mente che è ancora, almeno in una certa misura, sconosciuta alla scienza e alla nostra comprensione razionale. L’inconscio può essere rappresentato attraverso la pratica pittorica in simboli o immagini figurative.

Chi sono gli artisti e i maestri cui guardi?
Apprezzo e stimo molto il lavoro di artisti contemporanei e molto conosciuti che, però, preferirei non citare in quanto si tratta di un apprezzamento strettamente personale. Per quanto riguarda il mio lavoro, mi piace pensare alla mia pratica come la continuazione di un filone artistico che va dal Neo-impressionismo di van Gogh all’Espressionismo tedesco, dall’Espressionismo astratto americano fino alle esperienze individuali di Giacometti, Francis Bacon e di Jean-Michel Basquiat.

La tua pittura sembra molto spontanea, quasi naïf. Quanto invece la storia, la tradizione della pittura incidono sulle tue opere o nella scelta dei soggetti?
Cerco di staccarmi il più possibile dalla tradizione e mi concentro maggiormente sul mio mondo interiore e personale, senza fare alcun riferimento alla storia dell’arte.

E la memoria e il ricordo hanno un ruolo?
La memoria occupa una parte importante nel mio lavoro: combino immagini, ambienti, che prendo come spunto da fotografie, dalla mia esperienza o da ambienti fisici per riproporli nei miei lavori.

Il sacro nelle sue varie sfaccettature ha un posto nelle tue opere?
Per quanto riguarda il sacro, non è un argomento di mio interesse.

Chi sono i soggetti che rappresenti? E, in particolare, chi è il Mago?
Spesso rappresento ritratti di amici, da cui prendo spunto e ispirazione per la realizzazione delle mie figure, senza però alcun intento rappresentativo o descrittivo: il soggetto è per me un motivo, un indirizzo per la pittura e la pratica artistica in generale. Il Mago è una figura che mi ha sempre affascinato per il suo potere immaginario e soprannaturale. Il Mago è una metafora dell’artista, figura potente e visionaria della società con poteri soprannaturali. Pura fantasia.

Matteo Cordero, Pink Room, 2019, olio su tela, 80x60 cm
Matteo Cordero, Pink Room, 2019, olio su tela, 80×60 cm

LA PITTURA SECONDO MATTEO CORDERO

Come articoli le tue composizioni e come si rapportano figura e sfondo? In molti casi la prima è predominante sul secondo, anche se poi può capitare che tu sposti il punctum e intitoli Two Chairs un’opera in cui un volto è in primo piano e le due sedie, in teoria protagoniste, sullo sfondo.
Spesso nel mio lavoro ricreo uno sfondo come un paesaggio naturale oppure un ambiente chiuso, o ancora una stanza. Successivamente, in questi contesti colloco delle figure (spesso visi o ritratti) che, a volte, faccio interagire animatamente, mentre altre volte sono solo dei testimoni di questi contesti. In Two Chairs le due sedie sono le protagoniste. Dopo averle realizzate come ambiente, ho poi collocato (come per reazione) uno spettatore tra di esse.

Il disegno che ruolo svolge nella tua pratica? Fai bozzetti preparatori? Dipingi dal vivo?
Spesso, ma non sempre, realizzo dei piccoli bozzetti preparatori a colori che, poi, mi servono per realizzare delle opere più grandi. Il disegno aiuta la mia pratica come guida e punto di partenza della mia espressione.

Hai realizzato diversi autoritratti: cosa significa il rappresentarsi? Metti in scena dei tuoi alter ego?
Spesso, non avendo soggetti, rappresento me stesso per convenienza. In alcuni casi, se creo una figura, dopo scopro di essermi rappresentato, senza però alcuna intenzione premeditata.

E, in generale, il dato autobiografico conta?
Non ha un valore particolare, è solo uno motivo per dipingere.

E il sogno, la dimensione onirica?
Non faccio mai sogni e non credo di rappresentarli nei miei lavori.

Come si è trasformato il tuo lavoro nel tempo? Sei partito da subito da un processo di semplificazione e sottrazione formale?
Avendo avuto una formazione accademica in pittura, ho dovuto distanziarmi dagli insegnamenti scolastici per creare opere più immediate e meno elaborate, più sintetiche e gestuali.

A questo proposito, la tecnica conta?
Per me la tecnica non conta, anzi credo che più tecnica ci sia e più si uccida l’espressione vera che può manifestarsi con la pittura. La rappresentazione improvvisata ed estemporanea sta alla base dell’espressione artistica attraverso il colore. Detto ciò, credo che ogni artista debba crearsi la sua tecnica o il metodo di lavoro appropriato, in sintonia con la sua ispirazione.

Il colore, dicevi. Che ruolo ha? E la luce? E la materia?
Il colore e la sua materia fluida credo siano alla base della mia espressione. Nel mio lavoro, reagisco al colore per poi rappresentare immagini. La luce non influisce particolarmente, lo studio dove lavoro ha poca luce ed è quindi molto scuro.

La tua è una pittura lenta o veloce?
Veloce. Dipingo su più fasi molto veloci ma a più riprese. In generale comunque veloce, direi.

Quali formati prediligi?
Non ho preferenze ma probabilmente preferisco lavorare sul 80×100 e 100×150 centimetri.

Matteo Cordero, Blue Toilet, 2020, acrilico su tela, 100x80 cm
Matteo Cordero, Blue Toilet, 2020, acrilico su tela, 100×80 cm

TECNICHE E FONTI DI ISPIRAZIONE DI MATTEO CORDERO

Realizzi anche sculture. Come avviene il passaggio dalla bidimensionalità alla tridimensionalità e viceversa? Cosa cambia?
Non c’è alcun passaggio o comunicazione dalla pittura alla scultura e, probabilmente, non c’è alcun collegamento. La scultura rappresenta esperienze diverse dalla pittura.

La musica, il cinema, la letteratura, la poesia incidono sui tuoi immaginari?
Amo leggere e andare al cinema però è difficile dire come possano influire sul mio inconscio. Probabilmente, solo le immagini lo possono spiegare.

Perché fare pittura oggi?
La pittura, come il disegno, è una delle attività sempre più rilevanti nella nostra società altamente tecnologizzata. La pittura, attraverso il colore e il disegno, ha la capacità di dare forma alla parte predominante della nostra personalità, che è l’inconscio umano. È uno strumento “utile”, se applicato in maniera intuitiva e automatica, senza regole e preconcetti.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea, anche alla luce della tua formazione al Chelsea College of Arts di Londra?
Personalmente, credo che la pittura italiana contemporanea sia troppo legata alla tradizione “accademica” e alla sua storia. Inoltre credo che spesso – non sempre – un metodo di fare pittura prettamente legato alla rappresentazione della realtà, o più in linea con gli insegnamenti accademici, possa soffocare e reprimere l’espressività genuina di questa pratica. La formazione al Chelsea College of Arts è stata fondamentale per il mio lavoro. Il corso di laurea era interdisciplinare, molto pratico e libero da regole accademiche, come le divisioni di scuole secondo le tecniche. Il corso era in linea con la più prestigiosa Royal Academy School: in questi corsi, ogni studente può creare qualsiasi cosa, a prescindere dalla tecnica di realizzazione. Ciò non succede in tutto il Regno Unito, come per esempio al Royal College of Art, dove i corsi sono tradizionalmente divisi per dipartimenti secondo le diverse tecniche. Prima di entrare al Chelsea College of Arts, il mio stile era molto più elaborato e costruito (chiaroscuro, sfondo…) ma poi, grazie all’insegnamento di un tutor eccezionale chiamato Brian Chalkley (che ha fatto scuola a Chris Ofili e Peter Doig), sono riuscito a superare questa “necessità” rappresentativa per creare opere più immediate, meno elaborate e più espressive.

‒ Damiano Gullì

www.matteocordero.com

LE PUNTATE PRECEDENTI

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Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
Pittura lingua viva #3 ‒ Gianluca Concialdi
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Pittura lingua viva #5 ‒ Lorenza Boisi
Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
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AutoreMatteo Cordero
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Damiano Gullì
Damiano Gullì (Fidenza, 1979) vive a Milano. I suoi ambiti di ricerca sono l’arte contemporanea e il design. Dal 2020 è Head Curator del Public Program di Triennale Milano. Dal 2004 si occupa di comunicazione per Triennale Milano, dove dal 2018 è anche Assistente Curatore del Direttore del Museo del Design Italiano. Del 2020 la curatela, con Joseph Grima, della monografica "Corrado Levi. Tra gli spazi" in Triennale Milano. Ha curato diverse mostre in Italia e suoi testi compaiono in cataloghi e pubblicazioni italiane e internazionali. Scrive regolarmente per “Flash Art”, “Inventario” e "Artribune", per la quale ha creato la rubrica "Pittura Lingua Viva".