Viva, morta o X? 73esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Paola Angelini è nata nel 1983 a San Benedetto del Tronto, dove attualmente vive e lavora. Si diploma in Pittura nel 2010 presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 2011 frequenta il workshop in Arti Visive presso lo IUAV Università di Venezia tenuto da Bjarne Melgaard, e nello stesso anno espone nel Padiglione norvegese della 54esima Biennale di Venezia nella mostra intitolata Baton Sinister. Nel 2017 ottiene il Master in Belle Arti presso KASK Conservatorium a Gent. Nel 2014 e nel 2016 partecipa al programma di residenza d’artista presso Nordic Artists’ Centre Dale (NKD), Norvegia, e nello stesso anno partecipa al programma di residenze presso la Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia. Ha partecipato a diverse mostre in Italia e all’estero, tra cui: A Babel of bric-à-brac, BGE Contemporary, Stavanger, 2019; Rethinking Media, Brandstrup Galleri, Oslo, 2018; Forme del tempo, Museo Palazzo Pretorio, Prato, 2017; La conquista dello spazio, Spazio K, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino, 2017; What is Orange? Why, an Orange, Just an Orange!, Marsèlleria, Milano, 2016.

Come ti sei avvicinata alla pittura?
Tramite mio padre. Si può̀ dire sia stato un graduale processo di individuazione per riconoscermi in quello che spontaneamente facevo. Mio padre ha avuto il ruolo di dare attenzione e di dare un nome a quello che fin da bambina mi veniva naturale: disegnavo per stare bene.

Chi sono gli artisti cui guardi?
Guardo opere diverse, provenienti da fonti diverse. Se parliamo di artisti, non guardo più̀ soltanto l’opera ma un atteggiamento, cerco un esempio, e solitamente cerco degli esempi in artisti che hanno delle prerogative che io capisco bene, percepisco sensibilmente, ma sono diversi da me o hanno il coraggio che io non ho e che forse spero di avere. Un artista che osservo per queste ragioni è un norvegese poco conosciuto in Italia, Bjarne Melgaard. Una personalità̀ complessa e provocatoria. Ha la struttura culturale e il talento di approcciare il lavoro nel modo in cui, se chiudessi gli occhi e immaginassi un ideale, lui lo incarnerebbe perfettamente. Per ideale intendo non quello che vorrei diventare ma ciò̀ che cerco di capire poiché́ lontano da me. Un artista guarda idealmente un altro artista sperando di trovare in esso un maestro e in questo una appartenenza. Mi viene in mente ciò̀ che disse Montaigne nel riconoscersi negli scritti di Plutarco: “È bastato che vi gettassi uno sguardo poiché́ mi crescesse una gamba o un’ala”.

Perché́ la scelta della figurazione?
Non è una scelta spontanea, è una scelta necessaria. Ho la capacita di usare il colore e di creare delle forme non descrittive, su di un piano bidimensionale. Non assecondo totalmente questa inclinazione perché́ utilizzo la pittura per comunicare dei contenuti specifici. Il referente di questi contenuti è spesso una sola persona.

Paola Angelini. A Babel of bric a bràc. Exhibition view at BGE Contemporary, Stavanger 2019
Paola Angelini. A Babel of bric a bràc. Exhibition view at BGE Contemporary, Stavanger 2019

E la memoria, il ricordo come influiscono sul tuo lavoro?
I miei dipinti sono la mia memoria, i miei ricordi. Attingo dalla memoria del quadro appena concluso.

Come ti rapporti con la tradizione iconografica e con la storia dell’arte?
La storia dell’arte è parte integrante del mio lavoro, la utilizzo in diverse fasi e per diversi fini. Mi è capitato di lavorare a dei dipinti partendo dall’osservazione di un dipinto specifico. L’opera scelta in questo caso diventa una struttura da cui partire, uno scheletro su cui iniziare a muoversi. Per alcuni cicli di opere ho passato anche dei periodi a dipingere dal vero nei musei, i dipinti diventavano dei soggetti, degli oggetti all’interno dei miei lavori, diventavano essi stessi dei paesaggi o soggetti cui fare il ritratto. Altre volte me ne sono servita come fa chi apre una dispensa ricca di cibo e ho mangiato quello che mi piaceva di più̀. Senza pudore né selezione intellettuale. Non ho problemi a dire questa cosa perché́ credo sia importante predisporre su di un tavolo ciò̀ che può̀ aiutare ai fini creativi: si predispongono il colore, i pennelli, la tela e le immagini che in qualche modo contengono già̀ un vocabolario decodificato e condiviso e si inizia da questo il concepimento di un lavoro.

Il colore, la luce cosa rappresentano per te?
Li utilizzo in modo scultoreo, mi aiutano a dare presenza ai soggetti. La luce soprattutto non è una fonte di luce che cerco di descrivere, ma si tratta di colore che fa emergere i soggetti, se occorre ai fini della mia idea, la luce è come la punta della penna metallica dell’incisore sulla lastra: scava in modo fisico.

Cos’è la Babel of bric-à-brac soggetto di una tua recente serie?
Si tratta di una serie di tele realizzate per la mia ultima personale in Norvegia presso la BGE Contemporary di Stavanger, conclusa da un mese circa. Non è un soggetto in particolare che ho voluto indagare ma un’associazione di idee. Il lavoro è nato da un’urgenza: una sorta di visione unitaria, una Babele di immagini, oggetti, dipinti, che, emergendo dalla coscienza e trasposti in pittura, sono stati compresi. Per realizzare questo intento ho deciso di lavorare sui tempi della pittura e sulla materia. Infatti la serie, diversamente da altri miei lavori, ha una superficie rotta, crepata perché́ è stata lavorata con molti strati di colla di coniglio e gesso, esposta al sole e rotta dal calore. Dipingendo dal lato non preparato ho perso della pittura l’aspetto della lucentezza e della bellezza della materia dell’olio. Il lavoro fatto sulla superficie pittorica, più̀ che sull’immagine, mi ha aiutato a comprendere il tempo, i segni e la materia. La stratificazione, la mancata gerarchia dei soggetti, la bidimensionalità̀ dello spazio, l’assenza di narrazione, dà modo a chi osserva di vagare con lo sguardo sulla tela in cerca di un particolare su cui indugiare o una connessione tra i soggetti.

Paola Angelini, Portrait of the mystic Lamb, 2019. Olio su lino, cm 200x140. Photo credit Michele Alberto Sereni
Paola Angelini, Portrait of the mystic Lamb, 2019. Olio su lino, cm 200×140. Photo credit Michele Alberto Sereni

Che cos’è la paura? Come rappresentarla?
Credo di dipingere per paura, la paura mi ha portato in un certo senso a dipingere. La paura può̀ assumere diverse valenze, la paura principale è quella di non essere presenti a se stessi, coscienti di chi si è. La possibilità̀ di questa perdita è una presenza alla quale resisti a ogni lavoro, in fondo, oltre i tanti progetti e fascinazioni intellettuali o estetiche, credo che ciò̀ che mi spinga realmente a fare il mio lavoro è una forma di onestà che devo a me stessa.

Col tuo lavoro cerchi di indagare la pittura come linguaggio. Come è fatto questo linguaggio? A che considerazioni ti ha portato la tua ricerca?
Il linguaggio è fatto di cose che non riuscivo a fare o a dire, in questo provo a non rimanere vincolata da una riuscita o da una impossibilità. Quello che ho capito è che se considero la pittura un linguaggio da indagare, o un mezzo da utilizzare, in qualsiasi caso conta non predisporsi a contemplare un risultato finito e chiuso. Mai fidarsi in questo approccio. Ho imparato per questo ad aprire più̀ dipinti contemporaneamente in modo da mettere in lavorazione i diversi aspetti di questa ricerca. In pratica può̀ capitare che un dipinto appena iniziato abbia già̀ una freschezza e un potenziale estetico che si ha timore di appesantire, allora ne apro un altro per poter indagare l’aspetto opposto, più̀ strutturato e più̀ intenzionale. I dipinti poi possono arrivare a un livello simile, e lì poi mi concentro sui lavori singoli per portarli a un termine. Mi è anche capitato di chiudere un dipinto dopo anni che l’avevo finito ed esposto. Sicuramente mi fido sempre di più̀ mentre dipingo del mio intuito più̀ che del mio raziocinio. La mente tende a ripercorrere sempre le solite vie, tende a riconoscersi e compiacersi, a finire e chiudere limitando un potenziale che solo l’aspetto intuitivo riesce a facilitare.

E come si è trasformato il tuo lavoro nel tempo?
Il mio lavoro si è trasformato molto, per fortuna. A volte anche molto rapidamente. Ma non ho mai in questo perso il nucleo centrale di autocritica e gestione di questa onnivora curiosità̀. Per questo l’evoluzione del mio lavoro ha avuto una sua logica precisa, che appartiene a tutti coloro che utilizzano la pittura, credo. All’inizio era una forma di espressione inconsapevole, ho studiato la tecnica per capirne le possibilità̀, è diventata poi un linguaggio che indagava se stesso, e infine un linguaggio utilizzato per esprimere delle idee. Ora è tutte queste cose e scandisce il mio tempo.

Paola Angelini, Collection, 2019. Tecnica mista su tela, cm 200x270
Paola Angelini, Collection, 2019. Tecnica mista su tela, cm 200×270

Ci sono formati o tecniche che prediligi?
Il grande formato, quindi dimensioni all’incirca di due metri per due. Con questi formati riesco a mappare la superficie cercando di muovere il più̀ possibile lo sguardo sulla tela. Lavoro su una superficie pittorica e sull’immagine, riesco ad avere un corrispettivo al dato fisico, anche del movimento sulla tela, reale e non in scala. Il piccolo formato arriva raramente quando sono molto concentrata, arriva quando penso di voler fissare un pensiero preciso.

La tua è una pittura lenta o veloce?
La mia pittura è lenta, i lavori hanno il tempo di sedimentarsi e devono avere il tempo di essere compresi anche da me.

Perché́ fare pittura oggi?
Non riesco a rispondere a questa domanda in generale, o da un punto di vista altro. Penso che la pittura continui a essere presente perché́ è bella. Una bellezza che sa percepire solo chi prova un amore forte e antico per questa. L’egocentrismo a volte risiede in questa identificazione, ma, superata una certa fase iniziale, si arriva semplicemente a goderne a prescindere se si è l’artefice o no.

Damiano Gullì

LE PUNTATE PRECEDENTI

Pittura lingua viva #1 ‒ Gabriele Picco
Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
Pittura lingua viva #3 ‒ Gianluca Concialdi
Pittura lingua viva #4 – Michele Tocca
Pittura lingua viva #5 ‒ Lorenza Boisi
Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
Pittura lingua viva#8 ‒ Valentina D’Amaro
Pittura lingua viva#9 ‒ Angelo Sarleti
Pittura lingua viva#10 ‒ Andrea Kvas
Pittura lingua viva#11 ‒ Giuliana Rosso
Pittura lingua viva#12 ‒ Marta Mancini
Pittura lingua viva #13 ‒ Francesco Lauretta
Pittura lingua viva #14 ‒ Gianluca Di Pasquale
Pittura lingua viva #15 ‒ Beatrice Meoni
Pittura lingua viva #16 ‒ Marta Sforni
Pittura lingua viva #17 ‒ Romina Bassu
Pittura lingua viva #18 ‒ Giulio Frigo
Pittura lingua viva #19 ‒ Vera Portatadino
Pittura lingua viva #20 ‒ Guglielmo Castelli
Pittura lingua viva #21 ‒ Riccardo Baruzzi
Pittura lingua viva #22 ‒ Gianni Politi
Pittura lingua viva #23 ‒ Sofia Silva
Pittura lingua viva #24 ‒ Thomas Berra
Pittura lingua viva #25 ‒ Giulio Saverio Rossi
Pittura lingua viva #26 ‒ Alessandro Scarabello
Pittura lingua viva #27 ‒ Marco Bongiorni
Pittura lingua viva #28 ‒ Pesce Kethe
Pittura lingua viva #29 ‒ Manuele Cerutti
Pittura lingua viva #30 ‒ Jacopo Casadei
Pittura lingua viva #31 ‒ Gianluca Capozzi
Pittura lingua viva #32 ‒ Alessandra Mancini
Pittura lingua viva #33 ‒ Rudy Cremonini
Pittura lingua viva #34 ‒ Nazzarena Poli Maramotti
Pittura lingua viva #35 – Vincenzo Ferrara
Pittura lingua viva #36 – Luca Bertolo
Pittura lingua viva #37 – Alice Visentin
Pittura lingua viva #38 – Thomas Braida
Pittura lingua viva #39 – Andrea Carpita
Pittura lingua viva #40 – Valerio Nicolai
Pittura lingua viva #41 – Maurizio Bongiovanni
Pittura lingua viva #42 – Elisa Filomena
Pittura lingua viva #43 – Marta Spagnoli
Pittura lingua viva #44 – Lorenzo Di Lucido
Pittura lingua viva #45 – Davide Serpetti
Pittura lingua viva #46 – Michele Bubacco
Pittura lingua viva #47 – Alessandro Fogo
Pittura lingua viva #48 – Enrico Tealdi
Pittura lingua viva #49 – Speciale OPENWORK
Pittura lingua viva #50 – Bea Bonafini
Pittura lingua viva #51 – Giuseppe Adamo
Pittura lingua viva #52 – Speciale OPENWORK (II)
Pittura lingua viva #53 ‒ Chrysanthos Christodoulou 
Pittura lingua viva #54 – Amedeo Polazzo
Pittura lingua viva #55 – Ettore Pinelli
Pittura lingua viva #56 – Stanislao Di Giugno
Pittura lingua viva #57 – Andrea Barzaghi
Pittura lingua viva #58 – Francesco De Grandi
Pittura lingua viva #59 – Enne Boi
Pittura lingua viva #60 – Alessandro Giannì
Pittura lingua viva #61‒ Elena Ricci
Pittura lingua viva #62 – Marta Ravasi
Pittura lingua viva #63 – Maddalena Tesser
Pittura lingua viva #64 – Luigi Presicce
Pittura lingua viva #65 – Alessandro Sarra
Pittura lingua viva #66 – Fabio Marullo
Pittura lingua viva #67 – Oscar Giaconia
Pittura lingua viva #68 – Andrea Martinucci
Pittura lingua viva #69 – Viola Leddi
Pittura lingua viva #70 – Simone Camerlengo
Pittura lingua viva #71 – Davide Ferri
Pittura lingua viva #72 – Diego Gualandris

Dati correlati
AutorePaola Angelini
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Damiano Gullì
Damiano Gullì (Fidenza, 1979) vive a Milano. I suoi ambiti di ricerca sono l’arte contemporanea e il design. Dal 2020 è Head Curator del Public Program di Triennale Milano. Dal 2004 si occupa di comunicazione per Triennale Milano, dove dal 2018 è anche Assistente Curatore del Direttore del Museo del Design Italiano. Del 2020 la curatela, con Joseph Grima, della monografica "Corrado Levi. Tra gli spazi" in Triennale Milano. Ha curato diverse mostre in Italia e suoi testi compaiono in cataloghi e pubblicazioni italiane e internazionali. Scrive regolarmente per “Flash Art”, “Inventario” e "Artribune", per la quale ha creato la rubrica "Pittura Lingua Viva".