Viva, morta o X? 61esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Elena Ricci è nata a Roma nel 1973, vive e lavora a Milano. Completa un primo ciclo di studi a Losanna e dal 1998 al 2002 studia a Parigi all’École Nationale Supérieure d’Arts Paris-Cergy. Nel 2002 torna a Roma dove prosegue la sua ricerca artistica e prende parte a varie mostre collettive. Dal 2008 vive a Milano, dove ha esposto le sue opere in alcune mostre personali, come nel 2011 nella galleria Uno+Uno e dal 2012 al 2015 in alcune home galleries, fra cui Da Vicino. Dal 2015 si è concentrata esclusivamente sulla sua ricerca e sulla produzione di nuovi lavori. Nel 2019 si è svolta la sua personale nella galleria Viasaterna a Milano.

Come ti sei avvicinata alla pittura?
La casa dei miei genitori, per tutta la mia infanzia e adolescenza, era frequentata da personaggi decisamente originali, provenienti dagli ambiti più disparati, tra i quali pittori, scienziati, sciamani e guaritori. La mia visione del mondo era permeata di magia e di arte e quella visione del mondo me la sono portata dietro fino a oggi.

Quali sono i maestri e gli artisti cui guardi?
Sono sempre stata attratta soprattutto da artisti visionari, come Pontormo, Beccafumi, William Blake, Odilon Redon, ma anche Emil Nolde e Max Beckman. Tra i contemporanei Neo Rauch, James Turrell, Billy Childish.

Perché la scelta di un linguaggio prevalentemente figurativo? Quando finisce la figurazione e inizia l’astrazione?
Non credo di aver scelto, il figurativo è sempre stato naturalmente il mio linguaggio.

Elena Ricci, Veglia, 2018, olio su tela, diam. cm 120 © Elena Ricci. Courtesy Viasaterna
Elena Ricci, Veglia, 2018, olio su tela, diam. cm 120 © Elena Ricci. Courtesy Viasaterna

Che ruolo ha il disegno nella tua pratica e in relazione alle tue opere?
Il disegno è fondamentale per me: è sobrio, è veritiero, il gesto si mostra a nudo senza che l’attenzione venga distolta da colori, effetti, pennellate, quindi con il disegno non si può barare. Per questo amo tornare regolarmente al disegno, per ritrovare la radice di tutta la mia pratica e confrontarmi con un mezzo semplice e difficile allo stesso tempo.

E la fotografia?
La fotografia è diventata con il tempo la base da cui partire. Da una decina d’anni ormai raccolgo fotografie perlopiù della prima metà del Novecento, raffiguranti ignoti e scattate da ignoti. Foto “orfane”. Sono molto attratta da queste foto, perché rappresentano ognuna un mistero accentuato dalla lontananza temporale, sono sfuggenti, racchiudono interi universi. Normalmente mi interessano foto che raffigurano persone, l’essere umano è sempre presente nei miei lavori. Da queste foto prendo spunto: un viso, una postura, un oggetto, un paesaggio o altri elementi estrapolati per comporre qualcosa di diverso.

La tua ricerca è profondamente legata all’ambito della psicologia, antropologia, mitologia e storia delle religioni, come questo si riflette nei tuoi lavori?
Ho sempre avuto un particolare interesse per la tendenza dell’uomo a voler capire l’invisibile. Fin da piccola mi appassionavano le religioni e la mitologia, l’alchimia, le varie correnti esoteriche, i riti… Nei miei lavori appaiono spesso accenni a simboli, archetipi, miti che convivono con figure o scenari appartenenti al mondo reale. Li percepisco come delle fugaci apparizioni di un altro mondo che fanno irruzione nel mondo razionale. Sono come delle immagini-ponte, che mettono in stretta relazione il visibile con l’invisibile, il razionale con l’irrazionale. Neo Rauch, parlando della sua pittura, dice: “Ich arbeite an der Wiederverzauberung der Welt”, che si potrebbe tradurre più o meno con “Lavoro al reincanto del mondo”. Il mio intento è molto vicino al suo, il risultato molto lontano!

Immagino che anche l’interesse per il tema della maschera si colleghi a questo…
Sì, assolutamente; la serie intitolata Masks si focalizza sui volti di persone. Quel che mi spinge a scegliere un volto immortalato in una vecchia fotografia è il mistero che racchiude e gli aspetti psicologici che ne affiorano. L’identità reale rimane sfuggente e in questo senso le vedo come maschere. Ma non solo. Eliminando una porzione del disegno e quindi del viso, si apre una soglia che permette di vedere quel che è nascosto dietro l’immagine. In questo modo occultamento e rivelazione convivono e prende forma un’immagine che è un ponte tra conscio e inconscio e tra immanente e trascendente. John Stezaker ha chiamato una serie di sue opere Masks; ho voluto dare lo stesso titolo ai miei lavori.

Elena Ricci, Nightfall, 2018, cm 80x60
Elena Ricci, Nightfall, 2018, cm 80×60

La notte è una dimensione che hai esplorato in diverse opere… Cosa vogliono raccontare i tuoi notturni?
Il notturno è la dimensione dell’irrazionale, dell’inconscio, luogo interiore dove tutto può accadere e dove vari mondi possono convivere senza contraddizioni. È il luogo dell’incubo, delle paure, ma anche del raccoglimento e della riflessione.

E cosa rappresenta per te la natura?
La mia visione della natura è molto vicina a quella della pittura romantica e in particolare mi riferisco a Caspar David Friedrich e a uno dei quadri che più amo, Monaco in riva al mare. Dalla prima volta che l’ho visto e ogni volta che lo rivedo, sono sopraffatta dalla sua incredibile potenza e dalla sua disarmante “semplicità”. Quel quadro è per me l’emblema del rapporto tra uomo e natura.

Come il tuo lavoro si è trasformato nel tempo?
Si trasforma insieme a me, ciò che vivo quotidianamente viene rielaborato e prende forme inattese. Tutto il mio lavoro è legato al mio vissuto, è una forma di catarsi e anche di meditazione.

La tua è una pittura lenta o veloce?
La mia è una pittura veloce perché se mi soffermo per troppo tempo su un quadro perde di spontaneità. La preparazione è lunga, ovvero la ricerca delle immagini dalle quali prendo spunto e la loro trasformazione nei bozzetti dai quali poi nascono i quadri o i pastelli. Una volta che inizio a dipingere cerco di non pensare più: deve essere l’istinto a guidare la mano, solo in questo modo può nascere qualcosa che non avevo previsto e quando questo accade di solito sono soddisfatta del risultato.

Come nascono i titoli delle tue opere?
Spesso li prendo in prestito da canzoni o dalla letteratura. Il titolo deve lasciare l’immagine aperta, non deve racchiuderla in un’interpretazione. Può suggerire una chiave di lettura, ma sempre con una certa ambiguità.

Elena Ricci. Who by Fire. Installation view at Viasaterna, Milano
Elena Ricci. Who by Fire. Installation view at Viasaterna, Milano

Ricollegandosi a questo, la tua recente personale da Viasaterna a Milano si intitola Who by fire, proprio come una canzone di Leonard Cohen. Perché questa scelta?
È stato casuale: stavo ascoltando Leonard Cohen mentre dipingevo e quando è arrivata quella canzone sono rimasta impietrita a osservare il mio quadro. Le parole mi sembravano talmente vicine a quel che stavo dipingendo da non poter fare a meno di chiamare così quel quadro e poi tutta la mostra. Cohen ha scritto Who by fire ispirandosi a una poesia liturgica ebraica nella quale sono elencati tutti i modi in cui si può abbandonare questo mondo. Una riflessione sulla precarietà e la fragilità dell’esistenza.

Della musica abbiamo in parte già detto. Quanto il cinema e la letteratura influiscono sui tuoi lavori e sulla tua poetica?
Moltissimo, sono uno dei pilastri del mio immaginario. Credo che ogni opera che amiamo contribuisca a formare la nostra identità, credo che aiuti a definirci. Così convivono Mamma Roma e Blade Runner, La Morte e la Fanciulla di Schubert e Nick Cave, Dostoevskij e Buzzati.

Cosa significa fare pittura oggi?
Significa usare una tecnica antica per creare qualcosa di nuovo ed esattamente come è possibile comporre nuove canzoni usando le stesse note che aveva a disposizione Bach si possono vedere ancora oggi cose sorprendenti in pittura.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
Mi sembra che la pittura, finora tutto sommato considerata reazionaria, stia finalmente e meritatamente riconquistando un posto nel panorama artistico italiano.

‒ Damiano Gullì

https://www.elenaricci.com/

LE PUNTATE PRECEDENTI

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Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
Pittura lingua viva #3 ‒ Gianluca Concialdi
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Pittura lingua viva #5 ‒ Lorenza Boisi
Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
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Pittura lingua viva #49 – Speciale OPENWORK
Pittura lingua viva #50 – Bea Bonafini
Pittura lingua viva #51 – Giuseppe Adamo
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Pittura lingua viva #53 ‒ Chrysanthos Christodoulou 
Pittura lingua viva #54 – Amedeo Polazzo
Pittura lingua viva #55 – Ettore Pinelli
Pittura lingua viva #56 – Stanislao Di Giugno
Pittura lingua viva #57 – Andrea Barzaghi
Pittura lingua viva #58 – Francesco De Grandi
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