Viva, morta o X? 82esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Stefano Perrone (1985) lavora a Monza. Laureato in Industrial Design al Politecnico di Milano nel 2008, inizia la sua carriera lavorativa nel settore pubblicitario come art director, lavorando per importanti agenzie di comunicazione come Saatchi & Saatchi e McCann Erickson. Nel 2015 decide di lasciare il suo lavoro per dedicarsi esclusivamente alle arti visive.
Perrone è stato selezionato e invitato da L21 gallery di Mallorca a partecipare al programma di residenza nel luglio 2019. Tra le recenti mostre personali: In conversation with Przemek Pyszczek, Ribot Gallery, Milano, 2020; Maschere in Villa, Villa Litta, Milano, 2018, prodotta da Melzi Fine Art; Beneath and Beyond, Palazzo Monti, Brescia, 2017; VOID, Absolute Art Gallery, Lugano, 2017; Vertigo, Melzi Fine Art, Milano, 2016. Tra le recenti collettive: Turn on the bright lights, Galleria Nicola Pedana, Salerno, 2020; Transatlantico, Mana Contemporary, Jersey City, 2020; Holomovement, Dimora Artica, Milano, 2020; Depict the Mask, CGK Gallery & Kunstsalon, Copenhagen, 2018; Dinamica, Alon Zakaim Fine Art, Londra, 2017.

Come ti sei avvicinato alla pittura?
È stato un avvicinamento graduale e anche casuale, in famiglia nessuno ha mai praticato né avuto grande interesse per l’ambiente artistico. Durante la mia prima esperienza professionale lavoravo come visual merchandiser in uno studio grafico locale e tra i nostri clienti avevamo anche alcune gallerie d’arte del centro per il quale svolgevamo lavori di tipo logistico. Questo mi ha permesso di entrare per la prima volta in una galleria d’arte contemporanea. In questa occasione, è scoccata la scintilla ed è stato un crescendo di interesse e passione coltivate nel tempo libero, fino alla decisione nel 2015 di lasciare il mio lavoro di art director in ambito pubblicitario per dedicarmi pienamente alla pittura come autodidatta.

Un tuo recente dipinto è, dichiaratamente, “after Mantegna”. Chi sono in generale gli artisti e i maestri cui guardi?
Non credo di avere artisti di riferimento, vado a periodi. Questo è un periodo in cui guardo con grande attenzione ai pittori Rinascimentali italiani e fiamminghi, alle loro incredibili doti tecniche. In un’era in cui manca la critica e tutti possono auto-proclamarsi artista, la tecnica ritorna a essere elemento distintivo e garanzia di qualità, almeno nella pittura.

Stefano Perrone, Ascensione, 2019, oil on canvas, 30x40 cm
Stefano Perrone, Ascensione, 2019, oil on canvas, 30×40 cm

LA PITTURA SECONDO STEFANO PERRONE

Perché la scelta principalmente della figurazione? E ancora: astrazione e figurazione, quando inizia una e finisce l’altra?
Non mi preoccupo di questa distinzione sinceramente e non mi sento di dire di aver scelto la figurazione. Ci sono alcuni lavori che sono completamente astratti, pensati e concepiti come tali (penso, per esempio, ad Autenticazione a due fattori, del 2019). Altri invece nascevano figurativi e sono diventati astratti in corso d’opera (vedi 3 mele non protagoniste). Non c’è un confine tra i due territori ed è sicuramente più stimolante lavorare nel territorio di nessuno.

Come si relazionano volto e sfondo nelle tue opere?
Pensandoci, molti miei ritratti hanno sfondi neutri, la figura sembra sempre relazionarsi con un ambiente fluido, un limbo, adimensionale. E molto spesso il volto si fonde con lo sfondo. Non so spiegare le ragioni di questo, non escludo anche la pigrizia; però, pensandoci, la realizzazione del volto assorbe tutte le mie energie e quando è il momento di realizzare lo sfondo sono esausto e scarico, come se avessi esaurito tutto nel volto e il resto diventasse superfluo.

Il sociale e le emozioni come trovano rappresentazione nei tuoi lavori?
Il sociale direi che è sempre presente, attraverso i miei occhi o gli occhi di qualcun altro. Dico qualcun altro perché mi approprio anche delle immagini di altri, attraverso i social network, che mi offrono un archivio costantemente aggiornato di ‘storie’ da cui attingere. Non devo neanche cercarle, sono loro che arrivano a me. I social sono diventati il nostro sociale. Le emozioni penso siano rappresentate dai miei “vettori”, le linee che adagio sul soggetto; facendo un parallelo penso alla grafologia, che presume di dedurre alcune caratteristiche psicologiche dallo studio della grafia. Lo stesso potrebbe valere per i miei vettori, sono forse interpretabili o esprimono il mio stato d’animo corrente. Anche se recentemente ho dipinto uno studio grafologico della firma di Donald Trump, intitolandolo Sorry, graphology isn’t a real science.

Come nasce Camice su camicia, tuo dipinto del 2020?
Nasce da una immagine di cui mi ero appropriato su Instagram. Credo fosse una pubblicità. Mi piaceva molto la foto, mi piaceva il movimento fluido che aveva questa camicia e il materiale di cui era fatta. Non ricordo come poi sia diventata un camice sopra una camicia; la cosa interessante è che l’avevo realizzata per la bi-personale in programma da Ribot Gallery il marzo scorso, un paio di settimane prima che scoprissero il primo caso di Covid-19 in Italia. È stata una curiosa coincidenza, anche un po’ profetica, perché il camice è diventato un simbolo nei mesi successivi, penso alle apparizioni in TV dei dottori in “camice su camicia”, e quel colore specifico è diventato dominante nella nostra quotidianità, quello delle mascherine chirurgiche. A causa dello stesso Covid, la mostra è poi stata rinviata di due mesi.

Stefano Perrone, Autoritratto come un carciofo, 2020, oil on panel, 50x35 cm
Stefano Perrone, Autoritratto come un carciofo, 2020, oil on panel, 50×35 cm

DIPINGERE L’ASSENZA

Da cosa deriva invece il soffermarsi sui dettagli privilegiando una parte per il tutto?
Trovo nel dettaglio un invito a dedicarmi alla cura del dipinto. Il dettaglio è un subdolo invito alla ricerca della perfezione.

Ha senso oggi dipingere una natura morta?
Non so se abbia senso, ma credo abbia più senso che dipingere un monocromo o macchiare una tela oggi, che sono diventati banali estetismi.

Come intendi tuoi lavori quali Pescato del giorno o 3 mele non protagoniste, che citavi prima?
Sono entrambe due scene provenienti da mercati locali: Pescato del giorno è una foto di cui mi sono appropriato, mentre 3 mele non protagoniste deriva da un mio scatto. Le intendo come due tentativi di rappresentare una energia, nel primo caso l’energia derivante dall’abbondanza, nel secondo caso derivante dall’assenza. Sono affascinato dai mercati rionali, dalla loro frenesia, dai loro colori. I banchi del mercato sono la massima espressione del movimento nella staticità, un tema a me molto caro.

E se le mele non sono protagoniste, in un’altra tua opera raffiguri il movimento di un torsolo di mela e di una matita che non c’è più. Come rappresentare il moto e, soprattutto, come dare forma a quella assenza di cui parlavi?
Credo ci siano pochi oggetti che in posizione statica manifestino realmente la loro staticità. Intervengono tanti fattori a far “muovere” un oggetto statico: la luce, il materiale di cui è costituito, il suo colore e la sua forma, anche le reazioni chimiche cui è soggetto in caso di un elemento organico (penso all’instabilità del burro che ho voluto rappresentare in Dinamiche di un panetto di burro). Per rappresentare questo moto cerco di seguire le direzioni suggerite da queste componenti. L’assenza di una cosa o persona invece genera il vuoto, ma allo stesso tempo lo occupa quel vuoto. Lo occupa con la necessità della presenza. Rappresentare l’assenza è un po’ come provare a rappresentare un ricordo che ci sfugge.

Che rapporto hai con il disegno e con la fotografia? Ti servono come basi progettuali o dipingi direttamente? Della fotografia qualcosa hai già detto.
Disegno poco ultimamente e se lo faccio è per il piacere stesso del disegnare, non come studio di un’opera. Il lavoro di studio lo faccio con la fotografia istantanea, quella fatta col telefono, combinata a una parte di progettazione digitale, come la composizione e il disegno vettoriale.
Non dipingo mai direttamente. C’è una forte componente progettuale nel mio lavoro.

Parli di segno “vettoriale”. Come sei arrivato a questo? Deriva dalla tua formazione in grafica?
Ho lavorato per diversi anni come art director e l’illustrazione vettoriale è stata il mio pane quotidiano. La costruzione di queste linee, queste rette o curve matematiche, hanno caratterizzato le mie giornate lavorative. Era inevitabile che emergessero anche nei miei dipinti. Il “vettore” è apparso involontariamente e in maniera non definita in qualche dipinto iniziale del 2016. Da quel momento l’ho utilizzato intenzionalmente come elemento dominante nei miei lavori. Mi piace usarlo per accentuare il movimento, per distogliere l’attenzione da un soggetto, per scrivere, per definire una forma.

Come si è trasformato il tuo lavoro nel tempo?
Da autodidatta, ho iniziato a dipingere emulando il lavoro di artisti espressionisti del XX secolo. Ma era semplicemente un modo di approcciarmi alla pittura, il modo più ovvio di imparare a conoscere il mezzo. Dipingevo quasi esclusivamente ritratti o figure. Mi rendo conto ora che questo era un modo di concentrare tutte le energie sullo sviluppo della tecnica personale, tralasciando in quella fase l’aspetto più concettuale. Gradualmente è emersa una scomposizione geometrica e, successivamente, questo carattere vettoriale. Raggiunta una certa padronanza del mezzo, mi son sentito più libero di rappresentare e quindi di dedicare gran parte delle energie alla ricerca.

La tua è una pittura lenta o veloce?
Molto lenta, ma dinamica.

A questo proposito, cosa rappresenta il tempo per te?
Rappresenta un nemico, uno di quelli che però apprezzi.

Stefano Perrone
Stefano Perrone

LE FONTI DI ISPIRAZIONE DI PERRONE

E la musica, il cinema, la letteratura, la poesia incidono sui tuoi immaginari?
Assolutamente sì, sono tutti elementi che fanno parte della mia quotidianità, ma lascio che incidano inconsciamente. Sono per me soprattutto strumenti per rimanere nella mia bolla creativa.

Ci sono tecniche, formati o materiali che prediligi?
Prediligo la pittura a olio su tavola, ma sul grande formato diventa poco pratico. Il piccolo formato ha per me un fascino particolare: la pittura diventa più intima, come se avessi a che fare con qualcosa di più fragile, da trattare con grande cura.

E il colore, con la sua luminescenza, che significato assume?
Il colore nel mio caso è spesso gradiente. Il gradiente esprime tensione, proprio per la sua natura progressiva da una tonalità a un’altra.

Perché fare pittura oggi?
Ho trascorso almeno un decennio della mia vita a produrre e lavorare con immagini che sono rimaste intangibili, sotto forma di file, dimenticate in qualche hard disk. Ho iniziato a dipingere come reazione a questa tendenza, per rispondere a un bisogno personale di realizzare qualcosa di concreto, che rimanesse fisicamente. Penso anche all’appropriazione di queste foto dai social network: il fatto che io me ne appropri e le dipinga significa anche salvarle, dar loro modo di sopravvivere. Siamo arrivati a un punto in cui la fotografia di un dipinto è più importante del dipinto stesso e questa è una svolta drammatica che andrebbe invertita.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
Penso ci sia un gran fermento. Dovremmo tutti guardare con più attenzione e interesse al nostro giardino.

Damiano Gullì

LE PUNTATE PRECEDENTI

Pittura lingua viva #1 ‒ Gabriele Picco
Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
Pittura lingua viva #3 ‒ Gianluca Concialdi
Pittura lingua viva #4 – Michele Tocca
Pittura lingua viva #5 ‒ Lorenza Boisi
Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
Pittura lingua viva#8 ‒ Valentina D’Amaro
Pittura lingua viva#9 ‒ Angelo Sarleti
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Pittura lingua viva#11 ‒ Giuliana Rosso
Pittura lingua viva#12 ‒ Marta Mancini
Pittura lingua viva #13 ‒ Francesco Lauretta
Pittura lingua viva #14 ‒ Gianluca Di Pasquale
Pittura lingua viva #15 ‒ Beatrice Meoni
Pittura lingua viva #16 ‒ Marta Sforni
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Pittura lingua viva #25 ‒ Giulio Saverio Rossi
Pittura lingua viva #26 ‒ Alessandro Scarabello
Pittura lingua viva #27 ‒ Marco Bongiorni
Pittura lingua viva #28 ‒ Pesce Kethe
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Pittura lingua viva #35 – Vincenzo Ferrara
Pittura lingua viva #36 – Luca Bertolo
Pittura lingua viva #37 – Alice Visentin
Pittura lingua viva #38 – Thomas Braida
Pittura lingua viva #39 – Andrea Carpita
Pittura lingua viva #40 – Valerio Nicolai
Pittura lingua viva #41 – Maurizio Bongiovanni
Pittura lingua viva #42 – Elisa Filomena
Pittura lingua viva #43 – Marta Spagnoli
Pittura lingua viva #44 – Lorenzo Di Lucido
Pittura lingua viva #45 – Davide Serpetti
Pittura lingua viva #46 – Michele Bubacco
Pittura lingua viva #47 – Alessandro Fogo
Pittura lingua viva #48 – Enrico Tealdi
Pittura lingua viva #49 – Speciale OPENWORK
Pittura lingua viva #50 – Bea Bonafini
Pittura lingua viva #51 – Giuseppe Adamo
Pittura lingua viva #52 – Speciale OPENWORK (II)
Pittura lingua viva #53 ‒ Chrysanthos Christodoulou 
Pittura lingua viva #54 – Amedeo Polazzo
Pittura lingua viva #55 – Ettore Pinelli
Pittura lingua viva #56 – Stanislao Di Giugno
Pittura lingua viva #57 – Andrea Barzaghi
Pittura lingua viva #58 – Francesco De Grandi
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Pittura lingua viva #60 – Alessandro Giannì
Pittura lingua viva #61‒ Elena Ricci
Pittura lingua viva #62 – Marta Ravasi
Pittura lingua viva #63 – Maddalena Tesser
Pittura lingua viva #64 – Luigi Presicce
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Pittura lingua viva #66 – Fabio Marullo
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Pittura lingua viva #70 – Simone Camerlengo
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Pittura lingua viva #74 ‒ Alfredo Camerottti e Margherita de Pilati
Pittura lingua viva #75 – Andrea Chiesi
Pittura lingua viva #76 – Daniele Innamorato
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Pittura lingua viva #78 – Alessandro Pessoli
Pittura lingua viva #79 ‒ Silvia Argiolas
Pittura lingua viva #80 – Dario Carratta
Pittura lingua viva #81 ‒ Il progetto Linea 1201

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AutoreStefano Perrone
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