Viva, morta o X? 55esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Ettore Pinelli (Modica, 1984) vive e lavora a Modica. Tra le sue mostre personali recenti: Un luogo sconosciuto, Circoloquadro, Milano, 2019; Mono, ArtVerona con Fusion Art Gallery/Inaudita, 2018; Un luogo sconosciuto, Ritmo, Catania, 2018; Mono, Fusion Art Gallery/Inaudita, Torino, 2018; UNO, BoCs Art (AIR), Cosenza, 2017. Tra le mostre collettive: Tutti non ci sono, Traffic Gallery, Bergamo, 2019; Immateria, QUAM, Scicli, 2019; Historiae #0, Ex Macello, Ispica, 2019; Selvatico 13. Fantasia Fantasma. Pittura tra immaginazione e memoria, Palazzo Pezzi, Cotignola, 2018; Tartare, Fusion Art Gallery/Inaudita, Torino, 2018; Talking with hands, Quartair, Den Haag, 2018; Arteam Cup, Fondazione Dino Zoli, Forlì, 2018; Sulla Pittura: Cingolani, Galliano, Pinelli, Rossi, SpazioSiena, Siena, 2018; 18º Premio Cairo, Palazzo Reale, Milano, 2017; Dialogica, Galleria regionale, Palazzo Bellomo, Siracusa, 2017; Visioni d’interno, Burning Giraffe Art Gallery, Torino, 2017; Premio Combat, Villa Mimbelli, Livorno, 2017; Imago Mundi, Mediterranean Routes, Cantieri Culturali alla Zisa, Palermo, 2017.

Come ti sei avvicinato alla pittura?
Con molta naturalezza, attraverso un percorso di studi normale per un giovane che sente che quella sia la strada da percorrere. Ho iniziato a dipingere con dedizione solo negli ultimi sei anni, maturando una consapevolezza maggiore e ponendomi le questioni del come e del perché farlo. Non mi ha mai abbandonato l’ossessione, nonostante ci sia stato un periodo di disinteresse verso la fine degli anni di studio in accademia.

Quali sono i maestri e gli artisti cui guardi?
Francisco Goya, Diego Velázquez, Tintoretto, Caravaggio, David Hockney, Louise Bourgeois, e poi, naturalmente, Francis Bacon, Gerhard Richter, per poi passare ad Albert Oehlen, Cecily Brown, Wilhelm Sasnal, Marlene Dumas.
Sono affascinato da artisti – molti dei quali pittori – che riescono a esaltare la dimensione teatrale nell’opera, sia attraverso la figurazione che l’astrazione. Grandi superfici piatte, figure umane o animali, stagliate o evanescenti, come una pittura totalmente gestuale e segnica hanno una forte presa emotiva su di me.

Ettore Pinelli, About Reactions (U.W.) Ver. 3, 2019, olio su tela, 70x50 cm. Courtesy Quam. Photo credits Daniele Cascone
Ettore Pinelli, About Reactions (U.W.) Ver. 3, 2019, olio su tela, 70×50 cm. Courtesy Quam. Photo credits Daniele Cascone

Perché la scelta di un linguaggio prevalentemente figurativo?
Non mi sento un pittore figurativo per definizione, uso la figurazione come un mezzo.
La figurazione è un dato oggettivo con cui mi rapporto a livello ideale. Quando immagino un dipinto, lo immagino sempre figurativo.

Astrazione e figurazione: dove finisce una e inizia l’altra?
Figurazione e astrazione nella mia pittura coesistono senza una definizione ben precisa. Mi piace averne coscienza e decidere in base alle mie intenzioni di poter rappresentare un’iconografia, come di liberarmene avvicinandomi a un confine più tangibile. Non mi sono mai posto il problema, anche se sono consapevole di stare il più delle volte in una linea di confine.

Il tema della visione è centrale nella tua produzione. Cosa significa arrivare a “negare” una immagine?
È sicuramente un risvolto ossessivo rispetto a un’attrazione e repulsione che ho avuto da sempre verso le immagini e il rappresentare fine a se stesso. Vuol dire interporre un limite percettivo tra l’opera e l’osservatore, spingersi oltre la rappresentazione stessa, introducendo livelli di lettura per strati, sia concettuali che fisici. È un’operazione rischiosa perché irreversibile a opera compiuta che mette alla prova la validità delle mie proiezioni mentali rispetto a essa, a costo dell’opera stessa.

Questa tua “ossessione” per le immagini ha dato vita a Mono, un lavoro in cui hai moltiplicato per 16 la stessa immagine, indagandola, scomponendola, trasformandola. Ce ne vuoi parlare?
Essere ossessivi nella rappresentazione porta proprio a questo: a lavorare a una sola immagine per anni, affrontando gli esiti più diversi, dalla rappresentazione più iconica a quella aniconica, fino a disintegrare la scena in una singola modulazione tra luce e ombra. Mono è un progetto che ho realizzato con Fusion Art Gallery di Torino nel 2018 e riproposto in forma “short” in un’unica parete all’edizione scorsa di ArtVerona. È un progetto sul mio modus operandi e sulla mia pratica convulsa, in cui sono riuscito a far convergere molte cose. Dalle opere sul dispositivo pittorico, analogico e digitale, alle opere con negazione circolare. Da tele in scala di grigi in cui l’iconografia viene sfaldata da una gestualità orizzontale quasi rituale, a rappresentazioni multiple realizzate contestualmente con un esito medesimo. Tutto ciò per evidenziare quanto la pittura sia ossessione della rappresentazione e dimostrare come una sola immagine possa essere rappresentata anche per una vita intera, perché può essere un mezzo e non un fine.

Ettore Pinelli, Guerrilla (Ischia). Greyscale & Roselight, 2019, olio su tela, 70×50 cm. Photo credits Daniele Cascone

Che ruolo ha il disegno nella tua pratica e in relazione alle tue opere?
È il cardine della mia pittura. Attraverso il disegno ho scoperto la pittura che faccio adesso, introducendo una gestualità e uno studio delle superfici sulla carta prima ancora che sulla tela, riuscendo a scoprire la dimensione spaziale dell’opera attraverso il grande formato. Non è una pratica subordinata ma paritaria. Questo si percepisce dalla quantità di disegni in grande formato realizzati in questi anni, messi in rapporto ai dipinti in piccolo e medio formato, in un confronto che tento di rendere tangibile nelle mostre attraverso modalità installative che richiamano un dialogo onesto tra disegno e pittura.

E la fotografia? Come scegli i soggetti delle tue opere?
La fotografia è un immaginario reale, fonte inesauribile di stimoli visivi. Pensiamo a Google e YouTube. Attraverso la fotografia ho creato il mio archivio personale da cui attingo per scegliere soggetti e iconografie. Il più delle volte le scopro e non le cerco, rimanendo folgorato da immagini che hanno una grande energia implicita, immagini simbolo ed emblema della realtà che viviamo. Reali, crude, lontane da ogni artificio che le possa far apparire esteticamente accattivanti, spesso sono a bassa risoluzione. Ultimamente ho scoperto diversi canali su YouTube dedicati a video amatoriali di lotta, violenza senza riferimenti specifici.

Perché soffermarsi su lotte, scontri sociali, guerriglia, scene di violenza?
E perché non farlo? È proprio questo il dubbio che mi assale. È un aspetto concreto della realtà che viviamo e che assorbiamo in maniera continuata, ma che non lascia detriti, tranne che nella nostra parte emotiva più profonda. La pittura può essere un mezzo di riflessione, capace di porre degli interrogativi sullo stato delle cose, sulla sensibilità dell’uomo o sulla totale assenza della stessa.
La mia è una ricerca antropologica sugli aspetti più istintivi dell’uomo, l’azione nel momento in cui l’istinto prende il sopravvento sulla ragione. Non a caso, negli ultimi anni ho rappresentato sia umani che animali in preda a istinti di supremazia e determinati a dominare il più debole. È una sorta di parallelismo in cui entra in scena il gruppo (i gorilla), le masse (le riots), per compiere un rituale di perdita di coscienza individuale destinato ad approdare a un’identità collettiva spietata e violenta.

Si parlava di Google, YouTube… Lo schermo, sia quello di un tablet, di un pc o di uno smartphone, cosa rappresenta per te?
Un mezzo attraverso cui arrivare alle immagini che mi interessano. Un medium.

In quale modo tela e schermo possono dialogare?
La tela è uno schermo, un display che accoglie l’immagine per addizione. Facendo un ragionamento per scomposizione in livelli fisici: supporto + superficie colore + superficie immagine = opera. Non molto tempo fa ho realizzato un lavoro sperimentale sulla base di questa riflessione rispetto alla pittura in relazione al monitor, una foto proiezione sulla tela dipinta con una superficie monocroma crea un “dispositivo pittorico” in grado di dare l’illusione di trovarsi davanti a un dipinto.

Ettore Pinelli, Conversations 1, 2016, fusaggine su carta, 100x100 cm. Courtesy Basement Pro ject Room
Ettore Pinelli, Conversations 1, 2016, fusaggine su carta, 100×100 cm. Courtesy Basement Project Room

Da cosa deriva la scelta di impiegare una palette limitata di colori?
Il colore in questo momento lo considero come uno strumento, parallelo all’immagine, è una seconda superficie su cui creare un’interazione tra immagine e supporto.

E la sfocatura cosa vuole trasmettere?
È un retaggio della bassa definizione delle immagini con cui lavoro che mi interessa mantenere.

La tua pittura è controllata o è aperta a ripensamenti ed errori? Perché, nel caso, l’esigenza del controllo?
La volontà è sempre quella di cercare di fare un’opera che risponda in maniera eccellente a parametri estetici e contenutistici perfettamente compenetrati, senza un controllo è impossibile. Ma controllo non vuol dire fare una pittura tecnica, perfettamente metodica o manierata fino allo sfinimento. Significa semplicemente lavorare mantenendo un parametro alto di autovalutazione. La mia pittura è controllata ma aperta all’errore. Mi affascina quando l’autore scompare per lasciare spazio solo e unicamente all’opera. Non mi concedo ripensamenti, piuttosto che intervenire più volte su un dipinto fino a consumarlo, preferisco interagire su più dipinti con lo stesso soggetto anche simultaneamente. Gli errori mi piace farli e li accetto se mi condurranno a un valore inatteso e che potenzialmente potrà essermi utile qualche dipinto più avanti. Il mio essere così severo quando dipingo mi ha portato non so quante volte a non accettare anche cose insignificanti e a distruggere l’opera.

Come il tuo lavoro si è trasformato nel tempo?
Si trasforma da sé, volta per volta, in base alle mie intenzioni e agli sviluppi che ne vengono fuori. In questi anni non ho mai percepito una radicale trasformazione o un’evoluzione incredibilmente evidente, quanto piuttosto micro evoluzioni e ragionamenti che attraverso l’opera tento di fare percepire.

Quanto conta la tecnica?
Tanto e niente allo stesso tempo. La uso e la metto da parte molto spesso per andare a tentare qualcos’altro che so di non saper fare, altrimenti rischierei di annoiarmi.

Ci sono formati o tecniche che prediligi?
Sono un tradizionalista in tal senso, amo la pittura a olio perché mi permette un certo gioco sull’immagine insieme a una certa difficoltà di controllo che vorrei sempre avere.
I miei disegni sono a fusaggine, una materia molto polverosa con proprietà tecnica equivalente alla fluidità dell’olio, che mi permette di diradare le immagini fino a farle scomparire. I formati li scelgo in base alla necessità, ma il più delle volte sono verticali per i dipinti e orizzontali per le carte.

La tua è una pittura lenta o veloce?
Lenta, lentissima in fase di studio. Quando ho individuato cosa mi interessa rappresentare e riesco a immaginare un dipinto, posso trascorrere mesi o anche anni prima di realizzare qualcosa. Rapido in fase esecutiva. Quanto più rapido posso riuscire a essere, compatibilmente con le difficoltà che incontro e con il formato. Per me la rapidità esecutiva coincide con un’efficacia immediata della rappresentazione.

Lavori in studio?
Sempre e solo in studio. Lo studio è uno spazio intimo necessario per poter lavorare in concentrazione, fuori riuscirei con difficoltà.

Come nascono i titoli delle tue opere?
Nascono da definizioni di alcuni atteggiamenti comportamentali, da titoli che trovo sulle testate giornalistiche o sui siti, o, in altri casi, specificando i luoghi degli accadimenti che rappresento, i colori utilizzati o le intenzioni tecniche in fase esecutiva.

So che per te il film Blow di Demme ha avuto un significato particolare…
Mi ha fatto scoprire la vivacità e la “teatralità” della scena, la forza del frame e la potenza della bassa risoluzione. È stato un momento di rivelazione delle immagini e di presa di coscienza della fluidità con cui queste ci scorrono davanti agli occhi per essere assorbite da noi, noncuranti di cosa ci succede. È paradossale che tutto ciò sia successo attraverso un film che ha una storia vera di partenza, una sorta di ibrido tra finzione e reale accadimento, tipico di ciò che massivamente ci anestetizza facendoci perdere le coordinate del reale.

Ettore Pinelli
Ettore Pinelli

Quanto la musica, il cinema, la letteratura influiscono sui tuoi lavori e sulla tua poetica?
Direi in maniera sostanziale.

Cosa significa fare pittura oggi?
Non so se riuscirei ad attribuire un significato specifico al fare pittura oggi. Oggi, come sempre, per chi la pratica vuol dire misurarsi con qualcosa per cui si è destinati e che è imprescindibile dalla propria vita.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
Negli ultimi anni ho avuto modo di confrontarmi con pittori straordinari e intelligenti, con situazioni indipendenti create da artisti per gli artisti, che sembrano essere i migliori esempi dello stato di salute della pittura italiana, come lo straordinario lavoro fatto negli anni da Massimiliano Fabbri con Selvatico. Il confronto, l’onestà intellettuale e la vera dedizione sono le condizioni migliori per una crescita sana della pittura, e sembra ci siano per molti.

‒ Damiano Gullì

 LE PUNTATE PRECEDENTI

Pittura lingua viva #1 ‒ Gabriele Picco
Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
Pittura lingua viva #3 ‒ Gianluca Concialdi
Pittura lingua viva #4 – Michele Tocca
Pittura lingua viva #5 ‒ Lorenza Boisi
Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
Pittura lingua viva#8 ‒ Valentina D’Amaro
Pittura lingua viva#9 ‒ Angelo Sarleti
Pittura lingua viva#10 ‒ Andrea Kvas
Pittura lingua viva#11 ‒ Giuliana Rosso
Pittura lingua viva#12 ‒ Marta Mancini
Pittura lingua viva #13 ‒ Francesco Lauretta
Pittura lingua viva #14 ‒ Gianluca Di Pasquale
Pittura lingua viva #15 ‒ Beatrice Meoni
Pittura lingua viva #16 ‒ Marta Sforni
Pittura lingua viva #17 ‒ Romina Bassu
Pittura lingua viva #18 ‒ Giulio Frigo
Pittura lingua viva #19 ‒ Vera Portatadino
Pittura lingua viva #20 ‒ Guglielmo Castelli
Pittura lingua viva #21 ‒ Riccardo Baruzzi
Pittura lingua viva #22 ‒ Gianni Politi
Pittura lingua viva #23 ‒ Sofia Silva
Pittura lingua viva #24 ‒ Thomas Berra
Pittura lingua viva #25 ‒ Giulio Saverio Rossi
Pittura lingua viva #26 ‒ Alessandro Scarabello
Pittura lingua viva #27 ‒ Marco Bongiorni
Pittura lingua viva #28 ‒ Pesce Kethe
Pittura lingua viva #29 ‒ Manuele Cerutti
Pittura lingua viva #30 ‒ Jacopo Casadei
Pittura lingua viva #31 ‒ Gianluca Capozzi
Pittura lingua viva #32 ‒ Alessandra Mancini
Pittura lingua viva #33 ‒ Rudy Cremonini
Pittura lingua viva #34 ‒ Nazzarena Poli Maramotti
Pittura lingua viva #35 – Vincenzo Ferrara
Pittura lingua viva #36 – Luca Bertolo
Pittura lingua viva #37 – Alice Visentin
Pittura lingua viva #38 – Thomas Braida
Pittura lingua viva #39 – Andrea Carpita
Pittura lingua viva #40 – Valerio Nicolai
Pittura lingua viva #41 – Maurizio Bongiovanni
Pittura lingua viva #42 – Elisa Filomena
Pittura lingua viva #43 – Marta Spagnoli
Pittura lingua viva #44 – Lorenzo Di Lucido
Pittura lingua viva #45 – Davide Serpetti
Pittura lingua viva #46 – Michele Bubacco
Pittura lingua viva #47 – Alessandro Fogo
Pittura lingua viva #48 – Enrico Tealdi
Pittura lingua viva #49 – Speciale OPENWORK
Pittura lingua viva #50 – Bea Bonafini
Pittura lingua viva #51 – Giuseppe Adamo
Pittura lingua viva #52 – Speciale OPENWORK (II)
Pittura lingua viva #53 ‒ Chrysanthos Christodoulou 
Pittura lingua viva #54 – Amedeo Polazzo

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AutoreEttore Pinelli
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