Pittura lingua viva. Intervista ad Anna Capolupo

Viva, morta o X? 94esimo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Anna Capolupo (Lamezia Terme, 1983) vive a Firenze. È laureata in pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 2014 è finalista al Premio Terna. Nello stesso anno Burning Giraffe Art Gallery ospita una sua personale dal titolo TorinoNowhere. Inconscio metropolitano vol. 1, primo capitolo di una doppia mostra che la vede nuovamente protagonista nello spazio torinese a novembre 2015, con un’indagine pittorica sui non luoghi di Berlino. Nel dicembre del 2014, una sua opera entra a far parte della collezione Bancartis di BCC Mediocrati, preludio alla sua prima personale in un’istituzione museale pubblica nel 2015 al MACA di Acri dal titolo Dove sono sempre stata. Nello stesso anno la rivista Wired la inserisce nella lista dei 20 giovani più promettenti d’Italia (Wired Audi Innovation Award). Nel 2016 è vincitrice del Combat Prize, sezione Grafica, con l’opera Don’t Be Afraid of Emptiness. Nel novembre 2016 ottiene una menzione speciale dalla giuria del Premio Exhibit a The Others Art Fair per l’installazione Il bello di ciò che non ricordiamo. Tra il 2017 e il 2018 collabora con diverse gallerie sul territorio nazionale e nel 2019 partecipa a due mostre, SUPER CAVALLI e Porta Fortuna presso TOAST Project Space all’interno della Manifattura Tabacchi di Firenze. Nel 2019 partecipa alle residenze artistiche Simposio di Pittura, presso la Fondazione Lac o Le Mon, a San Cesario, e Un Motivo Costante, presso FACTO, a Montelupo Fiorentino. Partecipa inoltre al programma di residenze LACASAPARK Art Residency, a Gardiner, New York. Nel 2020 è fra i vincitori del Premio Nocivelli sezione Pittura.

Come ti sei avvicinata alla pittura?
Non ricordo un momento preciso o un avvenimento particolare. Ho sempre amato disegnare da bambina. Ho ricordi di me che dipingevo sul mio cavalletto fin dall’adolescenza, copiavo i quadri che più mi piacevano della storia dell’arte, come Amor sacro e Amor profano di Tiziano. I miei genitori lo conservano ancora in salotto. Sicuramente una persona che ha alimentato in quegli anni il mio amore per la pittura è stato mio nonno materno, abbonandomi a una rivista di arte mensile. Mi innamoravo sempre di qualcosa, amavo i ritratti e ne dipingevo diversi a olio, soprattutto ritratti di mia sorella. Poi ho frequentato il liceo artistico e l’Accademia per cui non ho mai smesso di dipingere.

Chi sono gli artisti e i Maestri cui guardi? La storia, la tradizione della pittura incidono sulle tue opere o nella scelta dei soggetti?
È una domanda difficile perché non guardo mai a una sola cosa, a un movimento o a un artista, ma sono tante cose messe insieme che attirano il mio interesse e che poi incidono nella creazione dell’opera. Quindi potrei dire che negli anni di Maestri ne ho avuti molti, passando da Giotto, per la sua prospettiva tutta inventata nella costruzione del paesaggio e dell’architettura, a Grünewald, su cui ho fatto la tesi all’Accademia, quindi i fiamminghi. Poi ho guardato ai futuristi – Boccioni con La città che sale, in particolare, ha inciso molto sulle mie opere –, la scuola di Lipsia, Neo Rauch e, soprattutto, Matthias Weischer per la scelta dei soggetti in un determinato periodo. Morandi perché è l’unico, insieme ad Antonello da Messina, che mi commuove davvero. Potrei fare un elenco lunghissimo: Marlene Dumas, Mario Schifano, Filippo de Pisis, Louise Bourgeois, Leonora Carrington fra le donne surrealiste. Tra i più contemporanei guardo alla pittura di Dana Schutz, Katharine Grosse e Alessandro Pessoli, ma anche a quella di amici artisti che mi stanno intorno e che stimo.

La città e il paesaggio urbano periferico sono uno dei tuoi soggetti privilegiati…
Essendo nata e cresciuta in un piccolissimo paesino arbëreshë dell’entroterra calabrese, le grandi città mi hanno sempre affascinato, sono un grande contenitore di vita e di esperienze. Per anni sono state il soggetto e la mia ricerca principale perché ero curiosa di scoprire le dinamiche e il sentimento che le attraversava. Questo interesse si è fatto più forte durante la mia permanenza a Berlino. Vedere la sua enorme periferia spostarsi e ingrandirsi in pochissimo tempo, portando con sé orde di gente, è stato incredibile. Questo costante mutamento, che è fatto di stratificazioni di vita, di riutilizzo, ma anche di abbandono, mi interessava e ho cercato di riportarlo nel lavoro, insieme a quel senso di alienazione e di appiattimento che le periferie portano con sé. Si comprende guardando tutta quella serie di miei lavori in cui non riconosceresti, in realtà, nessuna città in particolare, che sia Torino, Berlino, Catania o New York: sono soprattutto luoghi di passaggio dell’uomo e della sua brutalità. Come quella che potevo trovare anche in Calabria, con il brutalismo delle costruzioni edilizie sulle spiagge, nei centri storici di bellissimi paesi, o con quei piani mai finiti delle abitazioni private. Oggi penso che forse provenga tutto da lì, dal quel subconscio, ma è un pensiero che sto condividendo ora. Non è detto che sia così.

Il disegno che ruolo svolge nella tua pratica?
Il mio approccio al disegno negli anni è cambiato, è stato molto importante per i quadri “urbani” perché mi permetteva di lasciare una traccia su cui intervenire poi con la pittura. Però, al di là della costruzione del quadro, non disegnavo quasi mai. Oggi, invece, disegno molto di più, ma per il piacere di farlo. Non sono disegni legati ai quadri, non faccio bozzetti preparatori, lo vivo come una pratica che mi aiuta a pensare alle cose che mi stanno intorno, che siano il mio cane o un bicchiere. E quando li riguardo spesso li associo a un momento in particolare, a una determinata giornata, a un umore e diventano come fotografie: è una bella sensazione.

Anna Capolupo, Cani Scirocco, 2020, olio su tela, 30x20 cm
Anna Capolupo, Cani Scirocco, 2020, olio su tela, 30×20 cm

LA PITTURA DI ANNA CAPOLUPO

Parlavamo prima di città, cosa rappresenta invece la natura per te?
Mi sono chiesta molte volte cosa rappresenti. È sicuramente un soggetto di studio, sia che venga vissuta come natura deturpata e soggetta alle regole umane, che come natura che si rimpadronisce di ciò che le apparteneva e che dà vita a tutta una biodiversità, che da luogo abbandonato si trasforma in una foresta, come quella di cui parla Gilles Clément nei suoi studi. Il terzo paesaggio è la libertà lontana da regole umane. Per me la natura ha sempre una relazione con l’uomo. Quando ho provato ad allontanarmi e a dipingere soggetti solo esclusivamente naturalistici mi sono sentita persa, non ho trovato appigli. Mi sono sentita desolata. Anche nei nuovi lavori la natura in qualche modo è sempre presente, quando è una pianta d’appartamento diventa qualcosa dietro il quale nascondersi oppure è semplicemente un vaso di fiori in bella vista, resta comunque profondamente legata all’uomo.

Nelle tue opere ricorrono scarti, residui. Cosa rappresentano? Si legano ai temi del tempo e della memoria?
Rappresentano l’uomo. Ciò che è il lascito umano. Lo scarto è sempre tutto ciò che apparteneva a qualcosa che adesso non c’è più. Gli oggetti sono da sempre simboli di società, di usi e costumi dei luoghi. All’uomo degli Anni Duemila piace abbandonare materassi, televisioni e qualsiasi altro oggetto sulle strade, è uso e costume per molti. Tra centinaia di anni forse davvero si dirà anche questo di noi, della nostra “civiltà”. E poi, simbolicamente, gli oggetti sono un ponte fra il mondo visibile e quello invisibile, azionano il meccanismo della memoria, c’è un trascorrere del tempo che salta fra un mondo e l’altro. Un ponte che unisce due dimensioni.

E la fragilità, l’errore cosa sono?
La fragilità e l’errore sono due cose che ho voluto fortemente affrontare negli ultimi anni, partendo da una “distruzione” e “ricostruzione” della mia pratica. Un’esigenza direi esistenziale quella di mettere al primo posto le mie personali fragilità. Non che prima non me ne occupassi, ma ho voluto spostare lo sguardo dall’esterno all’interno, occupandomi principalmente del mio privato, del mio sentire, del mio mondo onirico e anche fare i conti con una provenienza o un senso di appartenenza che, invece, non avevo mai affrontato. Concedendomi la possibilità di sbagliare, mettendomi alla prova, come hanno fatto prima di me molti artisti e artiste, che non si sono mai sentiti appagati nel seguire un solo percorso, una sola modalità, non riconoscendosi o ripugnando quello che possiamo definire “lo stile” con cui si viene identificati.

Come i tuoi dipinti dialogano con le installazioni che crei? Bidimensionalità e tridimensionalità come si rapportano tra loro?
Vivo le installazioni sempre come un prolungamento della pittura. Percepisco questa esigenza di uscire dal perimetro del telaio, mi dà un senso di libertà che mi consente di approfondire un discorso aprendolo su molti fronti. Ed è qui che vengono fuori le fragilità o i punti di forza di un lavoro che potrebbe, espandendosi, portare ad altro. Il tridimensionale mi mette davanti a un fatto concreto, ci giro intorno e ho la percezione di poter entrare così in ogni piccolo angolo remoto di un mio quadro o in un solo gigantesco particolare. A volte l’installazione è stata anche terapeutica e necessaria per svincolarmi da ossessioni pittoriche, in ogni caso è la pittura stessa che mi innesca queste necessità.

Affermi che le tue opere devono essere “affettuose”, cosa significa? C’entra la scelta della figurazione?
Non credo di aver affermato che le mie opere debbano essere affettuose, credo che, in quel caso, chi scriveva si stesse riferendo a opere che sono in grado di accogliere una condizione umana, di essere empatiche con il mondo e, quindi, di creare un legame e una vicinanza con le persone. Forse è anche questo il motivo per cui scelgo la figurazione, nonostante io viva molto spesso una naturale esigenza di astrazione che si percepisce in molti quadri.

Cos’è il viaggio? Fisico e mentale…
In questo periodo, in cui siamo tutti costretti a stare fermi e isolati dalle persone e dai luoghi, me lo chiedo sempre di più. Il viaggio, quello fisico, per me è necessario e soffro a stare ferma. Molti dei miei quadri non esisterebbero se non avessi attraversato e vissuto determinati luoghi. Il viaggio mentale aiuta a sopravvivere, a immaginare storie migliori di quelle che la realtà costringe a guardare. Ed è assolutamente utile al lavoro.

Anna Capolupo, Studio di paesaggio, 2019, tecnica mista su carta, 30x25 cm
Anna Capolupo, Studio di paesaggio, 2019, tecnica mista su carta, 30×25 cm

LA TECNICA DI ANNA CAPOLUPO

La tua è una pittura lenta o veloce?
La mia è una pittura lenta, nel senso che giro molto intorno al quadro e questo non è mai come pensavo che venisse, quindi si trasforma e, per farlo, ha bisogno di tempo, tempo prezioso per capire dove sto andando. Nel frattempo però tutto può cambiare: soggetto, colore, atmosfera. Non sono mai stata una di quelle pittrici che inizia e finisce un quadro nella stessa giornata, anche se invidio moltissimo questo approccio. Lascio sedimentare e poi torno all’attacco e, a volte, anche ricomincio tutto da capo. È un campo di battaglia.

Come nascono i titoli delle tue opere?
Di solito dipende dal soggetto. A volte faccio riferimento a qualcosa che ho letto o visto e con cui faccio associazioni tutte mie. Ma non è facile dare un titolo a un quadro, a volte porta chi guarda a cercare un senso o un riferimento distogliendolo dalla propria lettura dell’immagine.

Come si è trasformato il tuo lavoro nel tempo?
Come dicevo in precedenza, il mio lavoro negli anni è cambiato molto, c’è stato un graduale passaggio ed esigenza di interiorità. Di essere onesti con se stessi, di non nascondersi dietro a strutture e rigidità o convinzioni. Sono andata gradualmente a descrivere gli interni dei luoghi abbandonati che erano prima i soggetti principali, fabbriche, vecchie case dismesse, concentrandomi gradualmente sugli oggetti che mi affascinavano. Così il focus del lavoro è diventato l’oggetto stesso, fino alle nature morte, uno dei temi più classici della storia dell’arte e con cui mi sto misurando. Il paesaggio è sparito concludendo così un ciclo iniziato oramai più di dieci anni fa. Si è aperto un capitolo nuovo per la mia pittura, sia nei materiali utilizzati, che prima erano principalmente la carta e l’acrilico, sostituiti oggi dalla tela e dall’olio. Una trasformazione non poco combattuta, durata un paio d’anni ma assolutamente necessaria, riportare la pittura a quella degli inizi, agli anni ancora prima dell’Accademia, ricominciando dalla figura, dal ritratto, dalla natura, per liberarmene nell’astrazione più totale e poi rimettere tutto insieme, affrontando profondamente quelle esperienze che negli anni mi hanno cambiata e che non posso nascondere. Adesso ho molte carte scoperte e ognuna di queste è una possibilità, anche quella del fallimento. Di fatto poco più di un anno fa ho dipinto il mio primo vaso di fiori. Sono solo all’inizio di una nuova vita.

Il tuo rapporto con il colore?
Anche il rapporto con il colore è cambiato nel tempo. Oggi per me è una conquista. Ho attraversato anni di bianco e nero, con l’inserimento, a poco a poco, di un colore come un segnale di vita. Fino a un’esplosione totale. Oggi il colore è centrale, crea l’atmosfera esatta che voglio trasmettere.

E con la materia?
Prima stratificavo carte su carte su cui dipingere, ma l’intento non era quello di fare quadri materici. Oggi la materia mi interessa per sperimentare altri supporti su cui dipingere, che sia la gommapiuma, il metallo o la cartapesta.

Una tua personale citava nel titolo Specie di spazi di Georges Perec. Parliamo di spazio, di scrittura, di Perec…
In quel caso la scrittura di Perec, e quel libro in particolare, è stata un compagno di avventura. È stato divertente: io costruivo una mappa dei “non luoghi” dove ero stata, lui aveva scritto un libro che sembrava un bestiario dei luoghi che percorreva, che viveva, e delle loro funzioni. Vivevo quel momento come se chiacchierassi con lui di quello che stavo facendo. Come due amici che si scambiano le proprie visioni.

Quali formati prediligi?
Nessuno in particolare. Mi muovo dal piccolo al molto grande, spesso dipende dallo spazio che ho a disposizione nello studio.

La tecnica conta?
Non sempre, ma è sicuramente essenziale per dare la forma giusta ad alcuni pensieri. Credo che aiuti a farsi capire.

La musica, il cinema, la letteratura, la poesia incidono sui tuoi immaginari?
Incidono moltissimo, tutti in maniera diversa, molto più la letteratura e il cinema. Ho guardato per anni all’atmosfera di film come Deserto rosso. Leggo biografie e cerco sempre delle cose che sento vicine a me in un determinato momento, che possono aiutarmi a mettere in ordine pensieri o non mi fanno sentire sola. La musica invece è un sottofondo mentre dipingo, ma ascolto molta radio, cinema alla radio soprattutto.

Perché fare pittura oggi?
Perché, al pari di altri linguaggi o mezzi, è un motore di ricerca, occhi con i quali indagare il mondo, porsi delle domande, osservare e capire le cose.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
Viviamo un grandissimo ritorno alla pittura, con degli artisti che trovo davvero bravi e che mi piacciono. Questo è bello, vuol dire che c’è un sentimento che ci avvicina tutti. Come quello che ho sentito, ad esempio, al Simposio di Pittura della Fondazione Lac o Le Mon a San Cesario di Lecce, cui ho partecipato nel 2019: un’esperienza rara, dove confrontarsi attraverso un dibattito reale. La pittura in Italia, però, c’è sempre stata. Nonostante, a volte, si guardi molto più a ciò che succede fuori dai nostri confini e non ci si senta l’origine di qualcosa, comunque non bisogna smettere di desiderare d’esserlo.

‒ Damiano Gullì

www.annacapolupo.it

LE PUNTATE PRECEDENTI

Pittura lingua viva #1 ‒ Gabriele Picco
Pittura lingua viva #2 ‒ Angelo Mosca
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Pittura lingua viva#6 ‒ Patrizio Di Massimo
Pittura lingua viva#7 ‒ Fulvia Mendini
Pittura lingua viva#8 ‒ Valentina D’Amaro
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Pittura lingua viva#11 ‒ Giuliana Rosso
Pittura lingua viva#12 ‒ Marta Mancini
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Pittura lingua viva #15 ‒ Beatrice Meoni
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Pittura lingua viva #27 ‒ Marco Bongiorni
Pittura lingua viva #28 ‒ Pesce Kethe
Pittura lingua viva #29 ‒ Manuele Cerutti
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Pittura lingua viva #31 ‒ Gianluca Capozzi
Pittura lingua viva #32 ‒ Alessandra Mancini
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Pittura lingua viva #34 ‒ Nazzarena Poli Maramotti
Pittura lingua viva #35 – Vincenzo Ferrara
Pittura lingua viva #36 – Luca Bertolo
Pittura lingua viva #37 – Alice Visentin
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Pittura lingua viva #39 – Andrea Carpita
Pittura lingua viva #40 – Valerio Nicolai
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Pittura lingua viva #42 – Elisa Filomena
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Pittura lingua viva #44 – Lorenzo Di Lucido
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Pittura lingua viva #46 – Michele Bubacco
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Pittura lingua viva #48 – Enrico Tealdi
Pittura lingua viva #49 – Speciale OPENWORK
Pittura lingua viva #50 – Bea Bonafini
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Pittura lingua viva #53 ‒ Chrysanthos Christodoulou 
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Pittura lingua viva #57 – Andrea Barzaghi
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Pittura lingua viva #67 – Oscar Giaconia
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Pittura lingua viva #70 – Simone Camerlengo
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Pittura lingua viva #72 – Diego Gualandris
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Pittura lingua viva #74 ‒ Alfredo Camerottti e Margherita de Pilati
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Pittura lingua viva #81 ‒ Il progetto Linea 1201
Pittura lingua viva #82 – Stefano Perrone
Pittura lingua viva #83 – Linda Carrara
Pittura lingua viva #84 – Adelaide Cioni
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Pittura lingua viva #86 – Narcisa Monni
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Pittura lingua viva #91 – Beatrice Alici
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AutoreAnna Capolupo
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Damiano Gullì
Damiano Gullì (Fidenza, 1979) vive a Milano. I suoi ambiti di ricerca sono l’arte contemporanea e il design. Dal 2020 è Head Curator del Public Program di Triennale Milano. Dal 2004 si occupa di comunicazione per Triennale Milano, dove dal 2018 è anche Assistente Curatore del Direttore del Museo del Design Italiano. Del 2020 la curatela, con Joseph Grima, della monografica "Corrado Levi. Tra gli spazi" in Triennale Milano. Ha curato diverse mostre in Italia e suoi testi compaiono in cataloghi e pubblicazioni italiane e internazionali. Scrive regolarmente per “Flash Art”, “Inventario” e "Artribune", per la quale ha creato la rubrica "Pittura Lingua Viva".