Viva, morta o X? 98simo appuntamento con la rubrica dedicata alla pittura contemporanea in tutte le sue declinazioni e sfaccettature attraverso le voci di alcuni dei più interessanti artisti italiani: dalla pittura “espansa” alla pittura pittura, dalle contaminazioni e slittamenti disciplinari al dialogo con il fumetto e l’illustrazione fino alla rilettura e stravolgimento di tecniche e iconografie della tradizione.

Pierpaolo Curti è nato nel 1972 a Lodi, dove vive e lavora. Tra le sue recenti mostre personali: La scatola, Ex fonderia 21, Lodi, 2019; Lirica del vuoto, Arca Itis, Trieste, 2019; Path 21, Galleria Michela Rizzo, Venezia, 2018; White Corner, Palazzo Collicola, Spoleto, 2016. Tra le mostre collettive: La face autre de l’autre face, Fondazione Mudima, Milano, 2021; Assembramenti, Galleria Michela Rizzo, Venezia, 2020; My Way – A modo mio, MAMbo, Bologna, 2017; Istante Gesto Vibrazione, Gattafame Art Gallery, Bernareggio, 2017; Close Up, Palazzo Collicola, Spoleto, 2015.

Come ti sei avvicinato alla pittura?
Avevo 15 anni e chiesi a mio zio, che abitava sopra di me e dipingeva, se potevo farlo con lui. Fu felice della mia richiesta e così cominciai, per gioco…

Chi sono gli artisti e i maestri cui guardi?
Ne ho guardati molti e continuo a farlo, con particolare attenzione alla pittura giapponese di ogni epoca. La sacralità delle icone religiose medievali, l’efficacia delle pitture rupestri, la materia favolosa di Burri, la stilizzazione mai finita di Giacometti, la potenza di Kiefer, l’allineamento con Tim Eitel, i grandi spazi di Wim Wenders, la luce sospesa di Elger Esser, le rappresentazioni sghembe di Giotto, la spiritualità di Bill Viola, la musica di Joep Beving, Brian Eno, Sakamoto, Cohen, Hisaishi… Potrei continuare all’infinito.

La storia, la tradizione della pittura incidono sulle tue opere o nella scelta dei soggetti?
Certo nessuno è vergine. Non è importante quando un’opera è stata fatta e quali abiti indossi, ciò che conta è quanto ci vuole dire e in quale direzione. Poi ovviamente c’è la componente personale. Si trova ciò che si stava cercando. Allora ecco i meravigliosi proverbi o parabole di Bruegel, l’intensità di alcuni lavori di Böcklin, l’eleganza di Morandi. Come vedi apprezzo ricerche vicine alla vita e lontane dai sistemi di potere, così come molti autori giapponesi.

Pierpaolo Curti
Pierpaolo Curti

LA PITTURA SECONDO CURTI

Il disegno quale ruolo svolge nella tua pratica? Fai bozzetti preparatori? Per le tue composizioni parti da elementi reali da pittura dal vivo o da fotografie o altre fonti?
Nel mio caso il disegno è autonomo. Disegno molto, ma con la stessa aspettativa che ho da una grande tela. Non faccio schizzi o bozzetti preparatori. Non dipingo dal vivo, le foto mi sono servite per alcuni dettagli. Credo fortemente all’estrapolazione di ciò che abbiamo dentro.

Perché la scelta della figurazione? Anche se è una figurazione in cui la figura umana è sempre assente. Anche se ci sono delle eccezioni. Talvolta appare la figura, animale, però, un volatile, ad esempio. E, a dire il vero, in alcune opere, penso a Omologazione del 1998 o a L’uomo che accarezza i fiori del 2003 o, ancora, a Genetic del 2007, alcune figure, seppur stilizzate, apparivano.
Mi chiedi di lavori molto diversi tra loro. Ogni fase di una ricerca necessita di simboli differenti di rappresentazione. Nei lavori recenti l’impianto pittorico è pensato soprattutto per chi guarda. Il tentativo è quello di generare dispositivi aperti per permettere la performance dello spettatore, anche se il campo d’azione è chiaro, è quello introspettivo. In questo caso è lo spettatore il protagonista del quadro e sta fuori dalla tela, la figura dentro al dipinto non serve. Altre volte preferisco concludere la storia dentro al quadro e lì mi servo di figure.

Cosa rappresentano la natura, l’elemento naturale, il paesaggio che compaiono anche in altre tue opere del passato?
Il paesaggio è funzionale alla riuscita simbolica. Qui devo tornare al mio grande amore per la pittura giapponese, dove non è importante un certo verismo, ma la sospensione che si crea sembra restituirci conoscenze più mature.

E l’architettura invece?
L’elemento architettonico è quello che mi permette di far saltare il banco, di generare un blackout visivo. Spesso di colore bianco, queste presenze architettoniche, come ponti, scale, osservatori, strutture, mi permettono di innescare mistero stimolando l’azione mentale del fruitore. O almeno spero.

La materia?
Mettiamola così. La materia mi permette l’inganno, e mi riferisco agli ultimi lavori.
Cerco di riprodurre alberi, rocce, muri, avvicinandomi il più possibile a una fedele ricostruzione per poi spostare completamente il tiro verso il non visibile. La materia è fondamentale nel mio caso per aumentare l’aspetto tridimensionale.

Pierpaolo Curti, White Bridge, 2010, tecnica mista su tavola, 200x200 cm
Pierpaolo Curti, White Bridge, 2010, tecnica mista su tavola, 200×200 cm

SPAZIO, COLORE E MATERIA

Mi sembra che le tue opere parlino di attese, sospensione, silenzi, solitudine.
Solo modificando il software interiore possiamo cambiare noi stessi e portare energia buona verso l’esterno e questo si può fare soltanto nella quiete e in solitudine.

Cos’è, quindi, la solitudine per te?
La solitudine è un momento di grande occasione per agganciare la parte più remota di sé. Erroneamente si pensa che l’azione mentale continua sia positiva, ma non è così. Dedichiamo gran parte della nostra energia a pensieri inutili, sterili, che hanno solo effetti negativi, alienanti, perché legati agli apparati della vita materialistica, spesso praticati per compensare paure ataviche.

E lo spazio?
Esiste la paura dei grandi spazi e quella dei piccoli spazi, personalmente mi spaventa di più la seconda. Amo gli spazi aperti.

A un certo punto, direi non a caso, dipingi dei cieli.
Cosa di meglio come fondo nel teatro della pittura?

Realizzi anche installazioni e video. Come dialogano con le tue opere pittoriche?
Quello che conta è ciò che vuoi comunicare. Una volta chiarito quest’aspetto è bene trovare il mezzo giusto per farlo. A volte con la pittura non si può dire ed ecco che meravigliosamente appaiono gli altri media. Tra l’altro, a un’attenta osservazione, si potrà notare una certa continuità cromatica e di temi.

La pittura è un fine o un mezzo?
La pittura è un mezzo come tanti.

Un tema importante è quello del passaggio, del gate, della soglia.
Porte, soglie, ponti, scale sono tutti elementi che invitano a un passaggio dimensionale.

Cosa rappresentano il tempo, la memoria, il ricordo?
Le condizioni spesso vertiginose che propongo sono specchio della nostra vita, a meno che la si voglia vivere in maniera stupida.

E il vuoto?
Il vuoto viene spesso confuso con il nulla e non c’è niente di più sbagliato. Il vuoto è ospitale, accogliente. Pensa a una scatola vuota e a una piena e a quante cose puoi mettere nell’una e nell’altra, così nelle relazioni, è molto importante accogliere. Inoltre, una mente satura non ha molta energia pronto uso, una vuota può stupire.

La tua è una pittura lenta o veloce? 
Lenta.

Pierpaolo Curti, Realtà aumentata n.1, 2018, tecnica mista su tela, 170x150 cm
Pierpaolo Curti, Realtà aumentata n.1, 2018, tecnica mista su tela, 170×150 cm

LE TECNICHE DI CURTI

Come nascono i titoli delle tue opere? Nel 2018, ad esempio, parli di Realtà aumentata.
Conosciamo tutti la realtà aumentata, o almeno ne abbiamo sentito parlare. Accrocchi che amplificano udito, vista, eccetera. Io l’ho pensata per l’anima. Come? Trovato un paesaggio meraviglioso, decido di osservarlo attentamente, fino a saturazione, senza fotografarlo, per poi restituire la visione a memoria, con tutto ciò che la filtratura comporta. Non è difficile essere disciplinati e attenti davanti a certe bellezze del creato. Questa pratica esalta l’osservazione profonda e mi auguro stimoli a farlo. Di solito i titoli sono espliciti, rinforzano la visione.

Come si è trasformato il tuo lavoro nel tempo? Perché la scelta di una semplificazione e sottrazione formale sempre più forte?
Non mi sento di avere levato molto rispetto al passato, forse la materia sì, ma ho sempre amato un certo minimalismo. Ciò che invece sento fortemente cambiato è lo spirito comunicativo: da un atteggiamento apocalittico (purtroppo ancora valido) a una visione innamorata. La prima vede e ingigantisce i pericoli, la seconda osserva, racconta e propone nuove soluzioni.

Che cos’è colore? In particolare, cosa rappresenta il grigio per te?
Il grigio è la risultante di tutti i colori e, come nel caso del vuoto, agisce in maniera ospitale.
Accanto al grigio tutti i colori si esaltano. Mi piace pensare al detto londinese che dice: “L’uomo più elegante attraversa la città senza essere notato”.

Quali formati prediligi?
Quelli grandi, perché permettono allo spettatore di entrare nell’opera.

La tecnica conta?
Nella pittura la tecnica è importante, molto, ma al primo posto resta l’idea, il linguaggio. Nel mondo d’oggi essere da subito riconoscibile è un valore, più che dipingere bene. Senza presunzione credo di avere inventato una tecnica tutta mia.

La musica, il cinema, la letteratura, la poesia incidono sui tuoi immaginari?
Probabilmente più della pittura stessa. Aggiungerei le suggestioni astronomiche e le fantasiose soluzioni dei recenti videogame. E poi la tecnologia a vari livelli che sta proponendo nuove soluzioni.

Sei anche allenatore di calcio. Come concili le due cose?
Lo sport sa esprimere emotività dirette, molte intense, diverse dalla ricerca solitaria di un artista.
E poi c’è la questione del gruppo. La riuscita di un lavoro collettivo dà una soddisfazione impagabile.

Perché fare pittura oggi?
Non esiste oggi, ieri, o domani per fare pittura.  Si fa perché è meraviglioso farla, studiarla e guardarla.

Cosa pensi della scena della pittura italiana contemporanea?
Sento una scena debole, dentro a politiche inesistenti. Non mi sembra che le nuove generazioni si dedichino molto alla pratica pittorica. Fare pittura e dar vita a un linguaggio proprio non è affatto facile, ci vuole un fisico bestiale!

‒ Damiano Gullì

http://www.pierpaolocurti.com/

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Damiano Gullì
Damiano Gullì (Fidenza, 1979) vive a Milano. I suoi ambiti di ricerca sono l’arte contemporanea e il design. Dal 2020 è Head Curator del Public Program di Triennale Milano. Dal 2004 si occupa di comunicazione per Triennale Milano, dove dal 2018 è anche Assistente Curatore del Direttore del Museo del Design Italiano. Del 2020 la curatela, con Joseph Grima, della monografica "Corrado Levi. Tra gli spazi" in Triennale Milano. Ha curato diverse mostre in Italia e suoi testi compaiono in cataloghi e pubblicazioni italiane e internazionali. Scrive regolarmente per “Flash Art”, “Inventario” e "Artribune", per la quale ha creato la rubrica "Pittura Lingua Viva".