Milano, Palazzo Reale – fino al 6 ottobre 2019. La collezione preraffaellita della Tate sbarca in Italia. Dalla “Ofelia” di Millais alla “Monna Vanna” di Rossetti, ottanta opere per ripercorrere la storia di una confraternita rivoluzionaria.

Per comprendere appieno quanto fu rivoluzionaria l’irruzione dei Preraffaelliti sulla scena artistica inglese di metà Ottocento bisognerebbe calarsi nella cultura dell’epoca (e sarebbe stimolante a tal proposito uno studio sociologico sistematico, come quello compiuto da Pierre Bourdieu a proposito di Manet in Francia).
Rossetti, Hunt, Millais e compagni non alterarono solo le regole della prospettiva e della tonalità allora vigenti; soprattutto, introdussero in pittura argomenti considerati prosaici e adottarono tecniche e stili del tutto anticanonici. Un’anticonvenzionalità che ancora oggi, in un contesto culturale del tutto differente, si percepisce, anche solo a livello istintivo. Nessun decorativismo: l’ornamento a cui fecero ricorso questi artisti conduce a tratti di perturbante, sferzante efficacia.

PATHOS ANTIRETORICO

Si osservi l’Ofelia di John Everett Millais ad esempio, pezzo pregiato della mostra al Palazzo Reale che, con ottanta opere, porta in Italia i capolavori Preraffaelliti della Tate. Il dipinto attrae a sé sguardo e corpo di chi lo osserva, con la sua inquadratura ravvicinata che occulta materialmente prospettive ed elementi superflui: lo spettatore si immerge al pari del personaggio nell’acqua e nella vegetazione. Il pathos raggiunge il massimo grado ma senza sfociare nel sentimentalismo.
Si alternano aperture e clausure, nelle scene raffigurate dai Preraffaelliti. Alcuni dipinti usano i generi pittorici come strumento di un originale e precoce simbolismo, oppure come inusitate variazioni sul sublime (si vedano in mostra il Canale della Manica di John Brett e la Valle del riposo di Millais). I dipinti di ispirazione medievale di Rossetti sono invece felicemente claustrofobici, con la loro partizione stretta, serrata, che esclude i giochi di prospettiva.

Ford Madox Brown, Cattivo soggetto, 1863 ©Tate, London 2019
Ford Madox Brown, Cattivo soggetto, 1863 ©Tate, London 2019

REALISMO E INTROSPEZIONE

Ma quella dei Preraffaelliti è anche una storia di perizia tecnica (due esempi in mostra: il prodigioso acquerello I lottatori eseguito in tenera età da Millais e l’iperrealismo ante litteram del paesaggio di Ghiacciaio di Rosenlaui di Brett). E una storia di realismo, che rifiuta l’idealizzazione ma anche la mera aderenza al fenomeno; di amore libero mascherato da amor cortese; nonché di impegno sociale – si veda l’intenso ritratto in primissimo piano del Cattivo soggetto di Ford Madox Brown.
L’introspezione psicologica dei ritratti, poi, raggiunge livelli profondissimi proprio perché libera e antiretorica. Tra i tanti esposti vanno citate almeno le celebri figure femminili di Dante Gabriel Rossetti, compresa la Monna Vanna: muse ambiziose e indipendenti, altere ma generosamente offerte allo sguardo di chi osserva il quadro.

– Stefano Castelli

Evento correlato
Nome eventoPreraffaelliti. Amore e desiderio
Vernissage18/06/2019 su invito
Duratadal 18/06/2019 al 06/10/2019
AutoreJohn Everett Millais
CuratoreCarol Jacobi
Generearte moderna
Spazio espositivoPALAZZO REALE
IndirizzoPiazza Del Duomo 12 - Milano - Lombardia
Editore24 ORE CULTURA
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.