Chi è Andrea Crespi, l’artista che ha portato una medusa olografica a Venezia durante la Biennale
L’artista porta dentro l’ex Chiesa dei Santi Cosma e Damiano alla Giudecca una creatura sospesa tra biologia, mito e dispositivo. L'intervista
Una medusa olografica, una teca, una ex chiesa veneziana: in Thetis gli elementi per il cortocircuito estetico ci sono tutti. Il punto è capire se quella bellezza basti o se riesca a produrre qualcosa di più: una frizione sul modo in cui oggi trasformiamo il vivente in immagine, il simbolo in esperienza, la tecnologia in apparizione. Con questa installazione, presentata nell’ambito del progetto diffuso As Above, So Below alla 61ª Biennale di Venezia, Andrea Crespi (Milano, 1992) porta dentro l’ex Chiesa dei Santi Cosma e Damiano alla Giudecca una creatura sospesa tra biologia, mito e dispositivo. Ma Thetis è soprattutto un passaggio utile per leggere il suo lavoro oltre le etichette: digital art, NFT, phygital, brand, AI.
Chi è l’artista Andrea Crespi
Milanese, trentaquattro anni, Crespi ha costruito una ricerca riconoscibile tra media fisici e digitali, linee ottiche, figure classiche reinterpretate attraverso il digitale e una firma visiva immediatamente identificabile. Il suo percorso lo ha portato dalla Triennale di Milano al CAFA Art Museum di Pechino, da Times Square ad Art Dubai. Con Thetis compie un passo diverso: non una mostra personale, ma un’opera sola dentro uno spazio carico di memoria. Solo una medusa e il silenzio di una chiesa.
“Ho preso in mano prima l’iPad che il pennello”, racconta. Ma non ama le etichette. “Facevo arte digitale prima che esistessero gli NFT. Quando è arrivata quella stagione, io ero un artista emergente che voleva fare dell’arte la sua vita.Ho trovato in quel territorio inesplorato un oceano blu. Uno spazio per posizionarmi, per avere una riconoscibilità, un’etichetta. Poi l’etichetta mi è andata stretta, come va stretta a chiunque. Non mi considero un artista NFT. È parte della mia esperienza, non è quello che sono”.
1 / 4
2 / 4
3 / 4
4 / 4
L’intervista ad Andrea Crespi. L’installazione a Venezia
La superficie della medusa ha due registri distinti: la trama ottica della testa e l’irregolarità dei tentacoli. Frattura o continuità?
La componente delle linee, della texture, del volto visibile e non visibile, è un elemento di riconoscibilità della mia poetica, ma ha anche una ricaduta concettuale e narrativa: amplifica il senso dell’opera oltre l’effetto della medusa che si muove nella teca. Non volevo una continuità. Volevo che l’opera contenesse entrambe le cose: il digitale e il vivente, senza che l’uno assorbisse l’altro.
Teti conosce il destino di Achille ma non può cambiarlo. Sa, ma non agisce. In un momento in cui all’arte viene chiesto di produrre impatto, perché una figura che custodisce invece di intervenire?
È una scelta metaforica. Attingo molto dalla tradizione classica greco-romana: quelle figure diventano archetipi, simboli. Sto leggendo L’uomo e i suoi simboli di Jung e questa lettura mi ha fatto risuonare ancora di più Teti come figura dell’abisso profondo, della trasformazione, del mistero. Ma l’opera era nata mesi prima: mi interessa che possa arricchirsi nel tempo di nuovi significati. Per quanto cerchiamo di leggere oltre l’ignoto, il futuro è misterioso. Il mondo cambia da un giorno all’altro. Abbiamo visto le pandemie, le guerre. Teti racchiude il mistero dentro la nostra vita.

La responsabilità dell’artista nell’utilizzo dell’IA
L’intelligenza artificiale ha reso la produzione visiva accessibile a chiunque. Dove si sposta la responsabilità dell’artista?
Con tre parole chiave chiedi a ChatGPT di generarti una medusa e te la genera. Su questo non c’è discussione. Ma quella richiesta fa riferimento all’immagine; e l’arte non è l’immagine. Il simbolo non rappresenta l’oggetto che vedi: rappresenta tutto un immaginario che spesso non è dato sapere senza la chiave per leggerlo. Etimologicamente, simbolo è ciò che unisce. La responsabilità dell’artista è riuscire nel suo intento di comunicare toccando corde che altri tipi di comunicazione non toccano. Una mia visitatrice in mostra, riflettendo su un mio lavoro, mi ha detto: hai saputo trasformare la scienza in poesia. Ecco. L’arte è sempre stata un medium di comunicazione dall’antichità a oggi. Generare un’immagine non è questo.
La bellezza digitale è ancora un terreno critico o rischia di essere una categoria rapidamente consumata?
Le grandi opere del passato restano iconiche anche per un problema di scarsità: hai una Primavera del Botticelli, una Gioconda, non ne hai altre. Nel digitale la scarsità non esiste. Oggi la Gioconda vive più in forma digitale che fisica: quasi nessuno la vede ogni giorno dal vivo, ma tutti la riconoscono. Il mito si costruisce attraverso la comunicazione, oggi anche digitale. In questo senso i classici non sono intoccabili: continuano a vivere anche perché circolano. A rendere iconica un’opera concorrono il mercato, la comunità, l’artista, il tempo e il sistema dell’arte.
Sei considerato un artista “phygital”. Raccontami cos’è senza farne uno slogan…
È lo specchio di quello che sta succedendo. La tecnologia si sta umanizzando, l’umano si sta digitalizzando. Non sono mondi separati nella mia pratica: si alimentano. Faccio la tela connessa all’ologramma legato all’opera digitale connessa alla scultura. Phygital non è un concetto: fisico e digitale sono semplicemente la realtà in cui viviamo.
Stile riconoscibile, brand, mercato: dove passa il confine?
Tutti i grandi artisti oggi sono brand. Sto lavorando per trasformare il mio lavoro in un brand. Ma brand non vuol dire diventare meramente commerciale. Vuol dire costruire una riconoscibilità che abbia dentro ancora la poesia. Perché se tutto si riduce a una questione di numeri, visualizzazioni, vendite, diventi un ragioniere. Perdi quella carica e le persone lo percepiscono. La tecnologia mi aiuta a non cadere in quella trappola: cambia con una velocità assurda, stimola continuamente la sperimentazione. Non mi riduco a replicare un soggetto. Il medium cambia, la firma resta. Il rischio è che diventi una prigione dorata. Bisogna accorgersene prima.
Non ami le etichette, sei in continua evoluzione: continuerai a cambiare medium?
È proprio questa la sfida. Porto avanti un concetto di iconizzazione e riconoscibilità, ma devo evitare che diventi meccanico. Quest’estate sto pensando a un progetto con un’estetica diversa dalla linea, un territorio nuovo. Come è stato con la scultura: mi ha stimolato perché ho dovuto traslare qualcosa di bidimensionale in tridimensionale. È faticoso. È quello il punto. Quando smette di essere faticoso, stai replicando.
Alessia de Antoniis
Andrea Crespi, Thetis, nell’ambito di As Above, So Below
Fino all’8 giugno 2026
One Ocean Foundation / ZEITGEIST19
Ex Chiesa dei Santi Cosma e Damiano
Isola della Giudecca, Venezia
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati