Il direttore del sito archeologico più famoso del mondo ha scritto un libro. Lo abbiamo intervistato 

In occasione dell’uscita del suo libro “Quando gli dèi lasciarono il mondo. L'ultima estate di Pompei” abbiamo parlato con Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei che ci ha raccontato la sua esperienza in Italia

A quasi duemila anni dall’eruzione del Vesuvio, Gabriel Zuchtriegel, direttore dal 2021 del Parco Archeologico di Pompei, torna a riflettere sulla catastrofe proponendo, nel suo libro Quando gli dei lasciarono il mondo. L’ultima estate di Pompei, edito da Feltrinelli, una narrazione che intreccia la archeologia, sensibilità letteraria e attenzione sulla contemporaneità.
Partendo dalla sua esperienza sul campo e attingendo alle ultime scoperte archeologiche, Zuchtriegel restituisce il ritratto di una società sospesa sul crinale del cambiamento; in cui, mentre gli antichi culti perdevano gradualmente forza, nuove credenze iniziano a emergere, anticipando la nascita di una nuova epoca.
Con uno sguardo che unisce rigore scientifico, sensibilità narrativa e riflessione contemporanea, il direttore del famoso sito ci accompagna alla scoperta di una Pompei viva, inquieta e profondamente umana, trasformando le rovine in una lente attraverso cui leggere non solo il passato, ma anche le fragilità e le tensioni del presente. Per approfondire lo abbiamo incontrato e ci siamo fatti raccontare di più su questa sua esperienza italiana che lo ha visto prima a Paestum, dal 2015 e poi a Pompei, a lui la parola…

Parco archeologico di Pompei
Parco archeologico di Pompei

Intervista a Gabriel Zuchtriegel direttore del Parco Archeologico di Pompei

Lei si è formato in Germania, ma ha costruito gran parte della sua carriera in Italia: cosa l’ha portata qui e cosa l’ha fatta restare?
Che cosa mi abbia portato, in fondo, non lo so. So solo che sono profondamente grato e felice di poter lavorare in un contesto come Pompei, sia a livello professionale, sia umano.

Com’è stato passare dalla direzione del parco archeologico  e del  Museo archeologico nazionale di Paestum al Parco Archeologico di Pompei, uno dei siti più complessi e simbolici al mondo?
Paestum è un sito favoloso dove ho avuto l’opportunità di mettere in pratica una mia idea di archeologia “circolare”, cioè un’archeologia dove ricerca, tutela, fruizione e gestione sono sullo stesso piano, senza gerarchie e contrapposizioni, anche grazie a una squadra eccezionale, ma molto più piccola di quella di Pompei, dove siamo più di 400 colleghi e colleghe tra i vari servizi e settori. Qui si tratta di portare avanti una visione in un sito che rappresenta una grande sfida, soprattutto dal punto di vista della tutela: parliamo di 13mila ambienti, scavati a partire dal 1748. C’è una complessità enorme, ma anche un team che è cresciuto con le sfide e che credo non abbia uguali nel mondo.

Qual è stata, finora, la soddisfazione più grande che ha avuto in questo ruolo?
Non saprei dire, non sono abituato a fare classifiche di soddisfazioni. Ci sono momenti felici e momenti difficili, ma questo accade sulla superficie. Al di sotto c’è la sensazione costante di avere una grande responsabilità, ma anche di essere privilegiati a poter lavorare in un territorio come l’area vesuviana che un archeologo come me non può non amare.

…E invece la difficoltà più impegnativa? C’è stato un momento in cui ha sentito il peso di questa responsabilità in modo particolare?
Credo una responsabilità o la senti sempre, o non è veramente una responsabilità. Tutti coloro che sono genitori lo sanno benissimo. I momenti più pesanti sono quelli in cui ti senti solo, ma per fortuna questo accade raramente a Pompei. Quando sono stato minacciato per aver tolto un presidio di guide private dall’interno degli scavi, è stato brutto per me e per la mia famiglia, ma sentire la vicinanza concreta di colleghi e amici e delle istituzioni, è stato bello.

Gabriel Zuchtriegel, Quando gli dei lasciarono il mondo, (Feltrinelli)
Gabriel Zuchtriegel, Quando gli dei lasciarono il mondo, Feltrinelli

In questi anni Pompei è cambiata molto, anche nella percezione pubblica: qual è il risultato di cui va più orgoglioso nel suo operato?
Domanda difficile. Quando vedo i ragazzi di Sogno di Volare, il nostro progetto di teatro classico con adolescenti del territorio all’interno degli scavi, sono orgoglioso, ma so anche che ci sono tanti altri ragazzi che per motivi di capienza non riusciamo a coinvolgere… e quando i visitatori ci fanno i complimenti per come è tenuto il sito, sono felice, ma so anche quante cose restano ancora da fare, tra restauri, manutenzione, accessibilità e servizi.

Quanto è stato importante, nel suo percorso, trovare un equilibrio tra rigore scientifico, gestione amministrativa e comunicazione verso il grande pubblico?
Non è mai stato un problema, ed è questa la base del concetto di “archeologia circolare“. Se dobbiamo trovare un equilibrio vuol dire che non c’è. Ma secondo me non esiste nessun contrasto tra rigore scientifico, gestione e comunicazione. Anzi, chi contrappone il rigore scientifico alla comunicazione e al marketing mostra che in verità non ha rigore. La vera scienza non si nasconde, non ha problemi di spiegarsi. Solo chi sa che in realtà dietro le proprie terminologie scientifiche si nasconde un vuoto, teme il confronto con il grande pubblico e vede i social come una minaccia.

Guardando al futuro: quali sono le sfide principali per Pompei e, più in generale, per l’archeologia oggi?
La sfida è la tecnologia, ma può essere anche una soluzione. A Pompei abbiamo cominciato a lavorare con l’Intelligenza Artificiale, sia nella tutela e nel monitoraggio, sia nella ricerca e nella valorizzazione. Proprio perché si tratta di un settore con ingenti potenzialità, ma anche con notevoli rischi collegati, credo che sia importante che noi come archeologi partecipiamo in prima persona a questo sviluppo, anche al costo di commettere qualche errore. Altrimenti lo faranno altri al posto nostro e gli errori saranno molto più gravi.

Casa della Fontana Piccola. Courtesy Parco Archeologico di Pompei
Casa della Fontana Piccola. Courtesy Parco Archeologico di Pompei

Nel suo libro racconta Pompei non solo come una città alla vigilia della catastrofe, ma come un mondo già in crisi: quali sono i segnali più evidenti, emersi dagli scavi, di questa “frattura” con il passato?
È quello che Andrea Carandini ha chiamato la “forza del contesto”, ovvero la consapevolezza dell’archeologia moderna di indagare, non un singolo monumento come una statua o un tempio, ma un intero paesaggio, urbano o rurale che sia. Allora nella Pompei del I Secolo d.C. troviamo delle statue che potevano stare tale quale in un santuario greco del V Secolo avanti Cristo, ma il contesto, il loro mondo, è totalmente cambiato. Ciò che una volta era parte di un contesto religioso, un tempio, ora è diventato un oggetto di decorazione di un’abitazione privata. Un cambiamento fondamentale, che non poteva non avere delle ripercussioni sulla dimensione interiore, religiosa: che cosa rappresentano ancora queste divinità, se sono diventate oggetti di arredo per giardini e sale da pranzo?

Lei intreccia archeologia e narrazione: quanto c’è di “immaginazione controllata” nel restituire gli ultimi mesi di Pompei, e dove si traccia il confine tra dato scientifico e racconto?
Il mio obiettivo è scrivere archeologia, non fiction: quello che leggete nel libro, è tutto “vero”, nel senso che è basato su dati scientifici. Ma cerco di raccontare i dati in maniera coinvolgente, che per me vuol dire anche: raccontare come siamo arrivati a certe ipotesi e ricostruzioni e quali sono i punti su cui noi archeologi non siamo d’accordo e perché non lo siamo.

Guardando al presente, vede delle analogie tra la crisi del mondo romano che racconta e le trasformazioni culturali e spirituali che stiamo vivendo oggi?
Quando ho scritto il libro non l’ho fatto per scrivere del nostro presente, ma quando l’ho riletto alla fine ho pensato che in realtà è questo: l’ultimo capitolo si chiama, infatti, Pompei siamo noi… ma non nel senso più ovvio. Poi, oltre alle analogie, bisogna anche vedere le differenze, che ci sono eccome. Pensando al mio percorso personale, mi sono accorto che, in fondo, ho sempre girato intorno a questo tema: la mia ricerca archeologica è essenzialmente una ricerca delle condizioni materiali, sociali, ambientali, artistiche e culturali sotto le quali gli esseri umani hanno provato a immaginare e a incontrare il divino, le divinità o Dio.  

Ludovica Palmieri

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Ludovica Palmieri

Ludovica Palmieri

Ludovica Palmieri è nata a Napoli. Vive e lavora a Roma, dove ha conseguito il diploma di laurea magistrale con lode in Storia dell’Arte con un tesi sulla fortuna critica di Correggio nel Settecento presso la terza università. Subito dopo…

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