Architetti d’Italia. Giovanni Klaus Koenig, l’enciclopedico

Tra i critici di architettura più loquaci del secolo scorso c’è Giovanni Klaus Koenig. La sua storia rivive nel racconto di Luigi Prestinenza Puglisi.

Tra gli Anni Cinquanta e Settanta, in Italia fiorisce la critica di architettura. Se ne occupano innanzitutto i grandi storici dell’arte. Giulio Carlo Argan scrive di Brunelleschi, Gropius, Pier Luigi Nervi e Ignazio Gardella, solo per citare quattro personaggi ai quali dedica negli Anni Cinquanta altrettante monografie. Cesare Brandi pubblica nel 1967 un testo illuminante dal titolo Struttura e architettura, nel quale applica un proprio metodo semiologico. Del linguaggio della costruzione scrive Umberto Eco, giovane docente alla facoltà di architettura di Firenze che, nel 1968, pubblica La struttura assente. Un occhio infallibile ha Sergio Bettini, autore di saggi memorabili sull’evoluzione dell’idea di spazio. Alla facoltà di architettura di Roma insegnano Filiberto Menna, Stefano Ray e Achille Bonito Oliva. I critici di architettura più influenti sono Bruno Zevi e Manfredo Tafuri con le loro scuole. Leonardo Benevolo, con le storie del Rinascimento e dell’architettura moderna, è tra i più letti e tradotti, grazie a uno stile di scrittura asciutto e accessibile. Vi sono i napoletani Renato De Fusco e Cesare De Seta con una produzione sterminata. La storia di De Fusco applica anch’essa il metodo semiologico. Una figura importante è il romano Paolo Portoghesi, che si muove a metà tra storia e critica operativa. Dirige la rivista Controspazio, una fra le più autorevoli in un panorama affollato che vede l’Italia avere la leadership nel campo delle pubblicazioni di architettura. E di critica si occupano gli architetti che praticano sul campo: basti pensare al libro Il gioco sapiente sulle tendenze della nuova architettura italiana scritto nel 1973 da Costantino Dardi. Infine ci sono gli storici puri: personaggi del calibro di Arnaldo Bruschi, Roberto Pane, Renato Bonelli, Sandro Benedetti.

LA STORIA DI GIOVANNI KLAUS KOENIG

In questo clima particolarmente stimolante, e di cui sicuramente ho dimenticato di citare più di qualche protagonista, opera Giovanni Klaus Koenig. Nasce nel 1924 ed è quindi sei anni più giovane di Zevi (1918) e undici più anziano di Tafuri (1935). Di famiglia valdese, come Leonardo Ricci, si laurea nel 1950 alla facoltà di architettura di Firenze. Alla quale torna come professore nel 1958, dopo una parentesi presso l’Istituto Universitario di Venezia.
In quegli anni Firenze vive un periodo particolarmente vivace grazie all’insegnamento di personaggi, formatisi alla scuola di Giovanni Michelucci, quali Leonardo Ricci e Leonardo Savioli. Un clima fertile che darà successivamente vita al fenomeno dell’architettura radicale, alle sperimentazioni delle nuove avanguardie, alla formazione di gruppi quali Superstudio e Archizoom, che influenzeranno il dibattito architettonico nazionale e internazionale.
Pur essendo progettista a tutto campo e un esperto del design, con particolare competenza nel settore dei mezzi di trasporto (treni, tram ed elettromotrici), Koenig dedica gran parte delle proprie energie all’insegnamento e alla critica architettonica. Nel corso della sua vita scriverà oltre 500 saggi. Ha una penna fluida e tagliente, senso dell’umorismo, passione, curiosità smisurata, amore per la musica e cultura enciclopedica: tanto che per un certo periodo diventa condirettore della rivista Casabella (con direttore Gian Antonio Bernasconi), vicedirettore di Parametro e collaboratore di quotidiani e riviste.
La migliore descrizione dell’attività critica di Koenig ce la fornisce lui stesso parlando in terza persona: “Nei lunghi anni di insegnamento, non sempre tranquilli, si è sempre interessato al Movimento Moderno, alle sue origini e alle sue motivazioni… Ha sempre cercato di costruire l’indispensabile ponte tra la Storia e la Composizione, dedicandosi, più che ad intessere teorie (che è bene fare nei libri, ma non in cattedra), ad insegnare a leggere le opere migliori del Movimento Moderno… Però letteralmente, la sua fede nei postulati moderni si fece sempre più pallida; ed anche l’espressionismo, dopo la morte di Scharoun, gli apparve come una via senza sbocco, o comunque riservata a pochissimi. Ma, essendo deciso a non ripiegare né nel neoclassicismo rossiano né nello scetticismo storicista tafuriano, preferisce oggi tacere, attendendo ‒ se arriveranno ‒ tempi migliori per l’architettura”.

Centro diaconale valdese “La Noce” di Palermo (1967, in collaborazione con l’ingegnere C. Messina). Courtesy Università degli Studi di Firenze, BST – Archivi di Architettura, Fondo Giovanni Klaus Koenig

Centro diaconale valdese “La Noce” di Palermo (1967, in collaborazione con l’ingegnere C. Messina). Courtesy Università degli Studi di Firenze, BST – Archivi di Architettura, Fondo Giovanni Klaus Koenig

GIOVANNI KLAUS KOENIG E IL MOVIMENTO MODERNO

Il testo sembra la confessione amara di un personaggio sconfitto dagli eventi: che ha difficoltà a contrapporre un corpus teorico solido al rossismo e al tafurismo dilagante. In realtà è un’abile mossa retorica per rivendicare una strada, forse difficile ma sicuramente più eccitante, in grado di dare nuovi stimoli all’architettura italiana. Consiste nel rivendicare l’eredità del Movimento Moderno in quegli anni messo sul banco degli accusati. Ma evitando i due pericoli opposti di demonizzarlo oppure di feticizzarlo. L’unico recupero possibile, secondo Koenig, può avvenire solo a condizione di riconoscerne la storicità, come sostiene in un importante saggio del 1962 appunto dal titolo L’invecchiamento dell’architettura moderna. E anche a condizione di non risolverlo nella semplice vulgata dell’International Style, nel mondo delle scatolette bianche e geometriche idealizzate da Philip Johnson nella mostra al MoMA del 1932. Coerentemente con questa prospettiva critica, Koenig è uno dei maggiori studiosi dell’architettura organica ed espressionista. Di una tradizione cioè del Movimento Moderno di fatto rimossa. Bruno Taut, Ugo Häring, Hans Scharoun sono alcuni dei protagonisti, che analizza e ripropone: li espone nella grande mostra sull’Espressionismo svoltasi a Firenze nel 1964, ne parla in dettaglio nel libro Architettura tedesca del dopoguerra del 1965 e nel corposo testo del 1967, scritto con Franco Borsi, dal titolo L’Architettura dell’espressionismo. Non c’è scritto di Koenig in cui i suoi eroi, e in particolare Scharoun, non facciano, in un modo o nell’altro, capolino. Tuttavia le opere prodotte negli Anni Cinquanta e Sessanta, anche quelle a opera di architetti del calibro di Giovanni Michelucci, Le Corbusier, Eero Saarinen, mostrano che il neo-espressionismo può diventare una maniera: uno strumento sofisticato per sfuggire dalla complessità dei problemi. Da qui la rivendicazione di una condizione di perenne ricerca, di costante insoddisfazione, senza riferimenti ad artificiose e libresche costruzioni teoriche.

Scuole elementari e moderne di San Marcello Pistoiese (1956, in collaborazione con l’ingegnere C. Messina). Sezione trasversale e prospetto ovest. Courtesy Università degli Studi di Firenze, BST – Archivi di Architettura, Fondo Giovanni Klaus Koenig

Scuole elementari e materne di San Marcello Pistoiese (1956, in collaborazione con l’ingegnere C. Messina). Sezione trasversale e prospetto ovest. Courtesy Università degli Studi di Firenze, BST – Archivi di Architettura, Fondo Giovanni Klaus Koenig

GIOVANNI KLAUS KOENIG E LA CRITICA DELL’ARCHITETTURA

Leggere, anche a distanza di tempo, i testi di Koenig è credo un esercizio che debbano fare coloro che amano l’architettura e abbiano il gusto della lingua italiana. Probabilmente, non vi troveranno concetti particolarmente nuovi. L’idea che l’architettura sia spazio e nient’altro Koenig la condivide con altri critici della propria generazione e in particolare con Bruno Zevi e Sergio Bettini. Anche la teoria che l’architettura sia un linguaggio ricorre in numerosi scritti dell’epoca, un periodo in cui si scoprivano la semiologia e le scienze del significato. Anzi, direi, le parti in cui Koenig si misura scientificamente con la semiologia dell’architettura, discettando di choremi e di conformazioni similari, sono quelle meno interessanti e attuali. Anche il difficile equilibrio tra le esigenze pratiche e della creazione artistica lo ritroviamo nella più avvertita letteratura di quegli anni. Ma sono pochi i critici che questi concetti sono riusciti a esprimerli con tanta energia, freschezza e capacità di persuasione, capovolgendo in questo modo tanti giudizi consolidati. Penso per esempio alla rivalutazione di Bruno Taut che riuscì a compensare la mancanza di emergenze linguistiche nelle architetture con le invenzioni urbanistiche di un programma con ben 150.000 edifici costruiti. Chi ha fatto, si chiede Koenig, altrettanto per la città moderna? “Eppure” ‒ conclude ‒ “il suo nome nel CIAM è quasi tabù”, tanto che Giedion lo chiamava “quella vecchia zia del CIAM”.
La grande passione di Koenig è Hans Scharoun e la sua capacità di creare spazio vissuto vero, utilizzabile dagli utenti concreti e non solo rappresentativo, come capitava per altri eroi del Movimento Moderno, quali per esempio Mies, un architetto sicuramente straordinario ma che ha avuto il torto di estetizzare oltre misura la costruzione. La grandezza della contemporaneità non risiede, infatti, nell’ordine, ma nel disordine costruttivo e formale in cui la forma è rotta e il ritmo è spezzato.
Dicevamo che per Koenig l’architettura, come tutte le altre manifestazioni dell’uomo, è linguaggio. Quindi un modo per dialogare e per confrontarsi con il mondo. Se l’arte parla, non può che parlare della vita; delle sue esigenze pratiche e delle sue tensioni morali, degli ideali che costruiamo lungo la nostra storia e che ci accompagnano nel nostro cammino. È questo il motivo per il quale il classicismo di Speer o il monumentalismo di Piacentini ci repellono. E per il quale guardiamo ancora con occhio benevolo alcune opere del Movimento Moderno, sia pure quelle che hanno mostrato una particolare fragilità o durezza. Il giudizio morale travalica quello puramente estetico. Prendiamo, ci suggerisce Koenig, la pensilina della stazione di Roma: “Benché la sua immagine sia assai più bella e più perfetta quella della progenitrice fiorentina ‒ la Stazione di Santa Maria Novella, una delle migliori opere del razionalismo italiano del dopoguerra ‒, come mai essa ci emoziona meno di quest’ultima?”. Ecco, in questo interrogativo, frutto di tensione etica e civile, è riassunta la grandezza dell’approccio di uno dei più grandi critici di architettura del Novecento.

‒ Luigi Prestinenza Puglisi

Le immagini sono tratte da due album che ne testimoniano lattività professionale. Il fondo è una parte di quello conservato presso il Centro Studi Giovanni Klaus Koenig, in via San Niccolò 89/a, Firenze, consegnato alla Biblioteca di Architettura nel dicembre 2019; manca ancora la sezione didattica, relativa ai lavori degli studenti, e la biblioteca. Da riordinare.

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Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti
Architetti d’Italia #40 ‒ Andrea Bartoli
Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
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Architetti d’Italia #45 ‒ Alessandro Anselmi
Architetti d’Italia #46 ‒ Orazio La Monaca
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Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica…

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