Pur non essendo un architetto, Vittorio Sgarbi interviene spessissimo nel campo della progettazione. Con opinioni non sempre condivisibili.

Vittorio Sgarbi non è un architetto e non ha mai progettato un edificio. Per fortuna. Tuttavia, ci sono pochi personaggi che quanto lui hanno pesantemente inciso sulle recenti vicende architettoniche del nostro Paese. In negativo, certo. Ma in questa serie, lo si sarà già capito, non parliamo solo di esempi edificanti.
Nel momento in cui scriviamo, siamo ancora feriti dal suo intervento per impedire la realizzazione di un piccolo ampliamento al Palazzo dei Diamanti. Un’opera reversibile disegnata da un qualificato gruppo di architetti, tra i quali Labics, a seguito di un regolare concorso. Una addizione come se ne fanno centinaia in tutta Europa per valorizzare edifici che altrimenti avrebbero gravi problemi di funzionamento. E che diventano motivo di orgoglio per le città e le istituzioni che le hanno prodotte e motivo di studio per gli appassionati d’arte e d’architettura.
Qualcuno ha mosso il dubbio che la furibonda polemica attivata a Ferrara dal critico derivi da interessi politici: la sua candidatura a sindaco della città, con relativo attacco alla compagine avversa che aveva sostenuto il progetto. Altri ipotizzano che i motivi siano personali: una ripicca al diniego di prorogare una mostra nella quale lui era interessato. Certo è che, a prescindere da qualsiasi motivazione politica e/o personale, se si vuole impedire la realizzazione di un’opera di architettura contemporanea in qualsiasi comune italiano, Sgarbi appare come il miglior alleato possibile per promuovere e gestire la protesta.
Se cerchiamo il suo profilo su Wikipedia, troviamo scritto che Vittorio Umberto Antonio Maria Sgarbi, nato il giorno 8 maggio 1952, è critico d’arte, saggista, politico, opinionista e personaggio televisivo italiano. È stato più volte membro del Parlamento italiano e di amministrazioni comunali, diventando sindaco di alcune realtà municipali. Wikipedia aggiunge: “Nonostante abbia collezionato numerose condanne civili e penali per ingiuria, diffamazione e truffa ai danni dello Stato”.

CRITICA VIOLENTA

Sgarbi, lo sanno tutti, è uno che con la lingua non va leggero. Sbrocca con facilità e questo è, da un lato, motivo di imbarazzo per chi ha a che fare con lui, dall’altro motivo di attrazione mediatica. Personalmente lo devo ringraziare per avermi in alcune circostanze reso noto in quanto oggetto delle sue invettive.
Se lo invitate, lo spettacolo è quasi assicurato. Lui stesso non nasconde l’indole. Nel suo sito ufficiale scrive nella pagina di apertura, sopra la foto ritratto, in corrispondenza della bocca: “La lingua non ha peli per natura”.
Sembrerebbe una rivendicazione di autenticità. Anche se il critico è duramente offensivo, alla fine lo fa a fin di bene. Come si suol dire: perché la verità, costi quel che costi, trionfi.
È violento? Solo per salvare la bellezza d’Italia, del Bel Paese.
Credo sia questo il principale equivoco sul quale Sgarbi costruisce il proprio personaggio. Non è, infatti, scritto da nessuna parte che il manifestare la propria indole sanguigna abbia a che vedere con l’istanza di verità e di sincerità a tutti i costi che muove la buona critica. Potrebbe manifestare solo un atteggiamento egocentrico, rancoroso e permaloso. E sia, in fin dei conti, un espediente come un altro per caratterizzarsi e conseguire successo e popolarità.
Occorre a questo punto fare due osservazioni.
La prima è che se la critica è violenta ‒ e in un certo senso ed entro certi limiti lo deve essere, altrimenti perde la sua funzione di indirizzo verso punti di vista divergenti da quelli abitudinari ‒, deve anche mostrare di essere disinteressata. I grandi critici sono indifferenti al potere. Non lo inseguono. E quando danno la sensazione di farlo, anche se si tratta di personaggi di altissima levatura quali Giulio Carlo Argan, sono risultati sospetti. Insomma: la critica, smontando e destrutturando miti e ipocrisie di chi gestisce la cultura, sta meglio all’opposizione che al governo.
La seconda è che bisogna dubitare dei critici che dicono ciò che la gente vuol sentire. E, in questo momento, non c’è niente di più popolare in Italia che il parlare di cementificazione, di distruzione della bellezza, di difesa dei valori della tradizione.
Sgarbi di casacche politiche ne ha cambiate diverse, dando la sensazione che si trattasse più di scelte tattiche che ideologiche, e ha sempre detto alla gente quello che voleva sentire: che l’Italia fosse in pericolo.
La sua abilità è stata nel trasformarsi in un Salvatore della bellezza. Intervenendo sempre nel momento culminante, più spettacolare.
Mi sono chiesto, nel caso di Ferrara, perché non sia intervenuto prima che il concorso fosse bandito. Se avesse avuto delle buone ragioni, avrebbe potuto provare a bloccare il processo per tempo e così avrebbe evitato lo spreco di risorse che comporta il perenne gioco dell’oca italiano: dove ti sembra di essere all’arrivo e scopri di precipitare alla casella di partenza, dopo anni di fatica e investimenti. Una risposta potrebbe essere: perché nei film il pubblico ama vedere lo sceriffo salvare la situazione in zona Cesarini, quando i malviventi stanno per portare a termine il misfatto.

L'ingresso della Fondazione Querini Stampalia a Venezia progettato nel 2013 da Mario Botta. Photo © ORCH Chemollo
L’ingresso della Fondazione Querini Stampalia a Venezia progettato nel 2013 da Mario Botta. Photo © ORCH Chemollo

ARCHITETTURA E UTILITÀ

Il capolavoro compiuto da Sgarbi nei confronti della opinione pubblica italiana è la riduzione dell’architettura a opera d’arte non utilitaria. Se l’edilizia storica è, infatti, un’opera d’arte pura, è inviolabile, non può essere toccata. Aggiungereste mai una figura alla Gioconda di Leonardo o un capitolo ai Promessi Sposi? Certo che no. Ma un edificio, sebbene abbia valore di arte, è un organismo che viene usato e coinvolto nelle dinamiche urbane, a meno di non volerlo mummificare trasformandolo in monumento di sé stesso. Ciò vuol dire che, anche se noi non facciamo nulla, è comunque soggetto a continue trasformazioni dovute al suo uso. Non può essere protetto all’interno di un museo o delle pagine di un libro. Controprova? Osservate i centri storici delle nostre città e vi accorgerete come siano diventati la degradata parodia di sé stessi: centri commerciali a cielo aperto. È questo il motivo per il quale le città devono essere continuamente vivificate e trasformate, ovviamente nel rispetto delle loro caratteristiche e qualità. Con la consapevolezza che le città vanno avanti anche grazie a errori (infatti, ogni edificio è criticabile e, se presentati oggi, molti dei capolavori del passato sarebbero bloccati dalle Soprintendenze), ma cercando di minimizzarli avendo un’idea di città, selezionando i migliori talenti con concorsi qualificati e imponendo, quando sono necessari, interventi rispettosi e reversibili.
In questa operazione di mummificazione e presepificazione pericolosissima e di retroguardia Vittorio Sgarbi non è solo. È sostenuto da troppi mass media e ha numerosi compagni di strada, tra i quali spiccano Salvatore Settis e Tomaso Montanari. Tutti e tre, pur non essendo architetti, fanno riferimento a una cultura promossa da istituti quali Italia Nostra e da architetti quali Italo Insolera e Pier Luigi Cervellati. Sgarbi, che a mio parere mostra una conoscenza approssimata di architettura, ogni tanto li cita ma non esita nelle sue crociate a metterli accanto ad altri. Per esempio a Ferrara ha ricordato l’importanza di Mario Botta, ignorando che sia l’autore dell’atroce intervento alla Querini Stampalia di Venezia per il quale credo che il povero Carlo Scarpa si rivolti nella tomba. Ha tessuto le lodi di Paolo Portoghesi, che ha spesso operato nei tessuti storici con un kitsch disgustoso, e di Mario Bellini, sicuramente bravo, che è intervenuto sul Louvre ‒ ripeto: sul Louvre ‒ con un’addizione capolavoro molto più intrusiva di quella che avrebbero realizzato i Labics al Palazzo dei Diamanti.
Se il ruolo che sembra più apprezzare Sgarbi è del Salvatore che piomba sui cementificatori, sventandone il colpaccio criminale, ve ne è un altro non meno esiziale in cui il critico ha dato prova di sé. Quello del Castigatore delle brutture contemporanee.
Mostrando insensibilità per l’architettura moderna, se l’è presa con opere di rilevante valore culturale, storico e ambientale come l’intervento di Franco Minissi a Piazza Armerina, promuovendone la distruzione.
Il guaio è però che questa volta ha dovuto trovare un nuovo involucro al posto di quello fatto demolire. Insomma, non ha potuto esercitare il solo gratificante ed esclusivo potere di veto. Ne è venuto fuori un edificio che, a voler essere generosi, possiamo classificare come un orrore. Tozzo, volgare e di cartapesta, fuori scala rispetto alle dimensioni della villa. Con un legnaccio che ricorda le baite tirolesi e con particolari costruttivi indecenti.

La Villa del Casale a Piazza Armerina con la copertura realizzata su progetto di Franco Minissi nel 1957 per proteggere i mosaici. Courtesy Wikipedia
La Villa del Casale a Piazza Armerina con la copertura realizzata su progetto di Franco Minissi nel 1957 per proteggere i mosaici. Courtesy Wikipedia

INTERVENIRE SULLE PREESISTENZE

Un dolore insopportabile per chi, come noi, è stato allevato nel culto della tradizione italiana dell’intervento sulle preesistenze. Una tradizione gloriosa che, insieme a Francesco Minissi, vanta architetti del calibro di Carlo Scarpa, Franco Albini, Leone Pancaldi, Andrea Bruno, Guido Canali, BBPR e Ignazio Gardella, solo per citare alcuni tra i più noti.
D’altra parte, basta osservare le immagini della casa dove il critico abita. La sensazione è di un ambiente dannunziano fuori dal tempo, quindi doppiamente anacronistico.
Che in mani di queste persone sia l’architettura in Italia è per me motivo di profondo cruccio. Ma nel Bel Paese tutti si sentono architetti. Lo stesso Mussolini una volta disse a Cencelli che lui, il Duce, si intendeva di architettura: la prossima città di bonifica l’avrebbe, con un paio di tocchi, migliorata lui. Se siamo tutti progettisti, non vedo proprio perché questo numero di Architetti d’Italia non dedicarlo a chi può vantarsi di aver bloccato lo scempio del Palazzo dei Diamanti di Ferrara e di aver prodotto il capolavoro di Piazza Armerina.

‒ Luigi Prestinenza Puglisi

Architetti d’Italia #1 – Renzo Piano
Architetti d’Italia #2 – Massimiliano Fuksas
Architetti d’Italia #3 – Stefano Boeri
Architetti d’Italia #4 – Marco Casamonti
Architetti d’Italia #5 – Cino Zucchi
Architetti d’Italia#6 – Maria Giuseppina Grasso Cannizzo
Architetti d’Italia#7 – Adolfo Natalini
Architetti d’Italia#8 – Benedetta Tagliabue
Architetti d’Italia#9 – Michele De Lucchi
Architetti d’Italia#10 – Vittorio Gregotti
Architetti d’Italia#11 – Paolo Portoghesi
Architetti d’Italia#12 – Mario Cucinella
Architetti d’Italia #13 ‒ Mario Bellini
Architetti d’Italia #14 ‒ Franco Purini
Architetti d’Italia #15 ‒ Italo Rota
Architetti d’Italia #16 ‒ Franco Zagari
Architetti d’Italia #17 ‒ Guendalina Salimei
Architetti d’Italia #18 ‒ Guido Canali
Architetti d’Italia #19 ‒ Teresa Sapey
Architetti d’Italia #20 ‒ Gianluca Peluffo
Architetti d’Italia #21 ‒ Alessandro Mendini
Architetti d’Italia #22 ‒ Carlo Ratti
Architetti d’Italia #23 ‒ Umberto Riva
Architetti d’Italia #24 ‒ Massimo Pica Ciamarra
Architetti d’Italia #25 ‒ Francesco Venezia
Architetti d’Italia #26 ‒ Dante Benini
Architetti d’Italia #27 ‒ Sergio Bianchi
Architetti d’Italia #28 ‒ Bruno Zevi
Architetti d’Italia #29 ‒ Stefano Pujatti
Architetti d’Italia #30 ‒ Aldo Rossi
Architetti d’Italia #31 ‒ Renato Nicolini
Architetti d’Italia #32 ‒ Luigi Pellegrin
Architetti d’Italia #33 ‒ Studio Nemesi
Architetti d’Italia #34 ‒ Francesco Dal Co
Architetti d’Italia #35 ‒ Marcello Guido
Architetti d’Italia #36 ‒ Manfredo Tafuri
Architetti d’Italia #37 ‒ Aldo Loris Rossi
Architetti d’Italia #38 ‒ Giacomo Leone
Architetti d’Italia #39 ‒ Gae Aulenti
Architetti d’Italia #40 ‒ Andrea Bartoli
Architetti d’Italia#41 ‒ Giancarlo De Carlo
Architetti d’Italia #42 ‒ Leonardo Ricci
Architetti d’Italia #43 ‒ Sergio Musmeci
Architetti d’Italia #44 ‒ Carlo Scarpa
Architetti d’Italia #45 ‒ Alessandro Anselmi
Architetti d’Italia #46 ‒ Orazio La Monaca
Architetti d’Italia #47 ‒ Luigi Moretti
Architetti d’Italia #48 ‒ Ignazio Gardella
Architetti d’Italia #49 ‒ Maurizio Carta
Architetti d’Italia #50 ‒ Gio Ponti

Dati correlati
CuratoreVittorio Sgarbi
Spazio espositivoPALAZZO DEI DIAMANTI
IndirizzoCorso Ercole I D'este 21 - Ferrara - Emilia-Romagna
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Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)
  • Michele Bellingeri

    Non esiste nessuna ragione ne convenienza per intervenire sul palazzo dei Diamanti. Un capolavoro di arte rinascimentale deve essere solo tutelato e preservato. Un architetto difficilmente lo capirà. Un architetto tenterà sempre di giustificare un intervento ed una superfetazione.

  • Michele

    Se siete “ancora feriti dal suo intervento” come voi stessi ammettete, perché allora non aspettare un po’ prima di dedicargli un profilo?
    Se vogliamo davvero cambiare un certo modo di fare, smettiamo di sostituire la pancia al cervello: noi lettori non ce ne facciamo nulla della vostra rabbia o frustrazione. E non è la prima volta.

    Un affezionato lettore

  • http://www.athanor-arte.com Domenico Ghin

    Non ho capito perchè bisogna essere per forza di cosa architetti o autori di progetti di edifici per dare una propria valutazione a riguardo di opere architettoniche, sia che si tratti di interventi su monumenti storici come in questo caso, sia che si tratti di altri interventi . Non ho capito nemmeno perchè un critico d’arte deve essere per forza, per essere un grande critico, indifferente al potere . Sono convinto invece che la grande forza, una di quelle poche rimaste di questo paese, sia ancora quella di intervenire con una propria valutazione critica nei confronti di interventi costruttivi o di restauro che riguardano centri storici, spazi urbani e periferie a prescindere dalla propria professione. Anzi, questa pluralità critica andrebbe rafforzata formando gli abitanti del nostro paese fin dalla giovane età con un maggiore inserimento già dalle scuole primarie di discipline artistiche, storiche, paesaggistiche nel senso più totale del termine, per prevenire in tal modo che decisioni come quelle sopra descritte che riguardano il territorio non siano appannaggio esclusivo di lobby politiche e imprenditoriali o solo di èlite corporative come architetti, ingegneri e corporazioni affini.

  • daniela

    “se ne fanno centinaia in tutta Europa per valorizzare edifici che altrimenti avrebbero gravi problemi di funzionamento”: si potrebbero fornire alcuni esempi? per capire a cosa ci si riferisce.

  • Antonio

    Ma si può lavorare vicino palazzo dei Diamanti, l’ha detto pure la Soprintendenza. Quelli del NO hanno parlato di ridurre i 660mq di pilastri ad una versione migliorata della già esistente passerella di collegamento (tentando di renderla davvero reversibile e trasparente), di sistemare il giardino retrostante il muro che lo separa dalla corte e magari lì proporre una seconda, ben distanziata, struttura leggera per qualche scopo didattico o necessità quali bagni o bookshop. Se ben calibrate, le cose si possono fare. La soprintendenza non mi pare aver escluso qualunque intervento. Se le linee guida del concorso fossero state intensamente discusse prima del bando, ci sarebbe stato poco da litigare ora (soprattutto l’amministrazione ed il gam non avrebbero deluso gli studi di progettazione partecipanti, se avessero concertato un minimo le decisioni). É tutto qui! Quelle fra te e Sgarbi, fra oppositori politici e governanti o l’idea di chiudere sul quadrivio degli Angeli un’era per una “nuova-cioé-di.altrove” cultura progettuale, ecc. sono cose che esulano dalla questione. Da giorni assistiamo a polemiche fra chi é sopra le righe e chi é fuori luogo. Ripartisse piuttosto un concorso con nuove linee guida, magari fra i già selezionati in 2a fase e da premiarsi comunque per il lavoro già prestato!

    • Antonio

      …c’é pure quel poveretto di palazzo Sacrati, vicino. Dai dai, idee!